19 luglio 1943: il Summit di Feltre tra Mussolini e Hitler
Quando, il 19 luglio 1943, Mussolini e Hitler si incontrarono a Villa Gaggia, presso Feltre [1], l’Asse era già, nei fatti, un’alleanza con due visioni strategiche divergenti.
Da anni Mussolini coltivava un’ossessione precisa: chiudere il fronte orientale, con una pace o un assestamento difensivo, per concentrare tutte le forze contro l’Inghilterra, il nemico che considerava decisivo.
Lo scrisse senza ambiguità a Hitler il 26 marzo 1943: “Il capitolo Russia può essere chiuso […] Sottratto all’Inghilterra l’ultimo esercito continentale […] l’Asse riprenderebbe l’iniziativa strategica” [2].
Hitler rispose il 2 aprile, respingendo nella sostanza la richiesta [3]: per lui, che a Est combatteva non una guerra fra eserciti ma una guerra di civiltà e di spazio vitale, quella richiesta equivaleva a un errore capitale.
Come aveva già chiarito a Ciano a Görlitz nel dicembre 1942, che un accordo con la Russia rappresentava la “quadratura del cerchio”, una “soluzione impossibile” [4], perché rinunciarvi significava rinunciare al carbone, al ferro e al grano da cui dipendeva la stessa capacità della Germania di proseguire la guerra.
Questa distanza di fondo tra due visoni strategiche diverse è la chiave per capire perché Feltre non fu un negoziato, ma un atto quasi notarile: la certificazione di un asimmetrico rapporto di forza già stabilito altrove.
Alla vigilia del summit, Hitler sapeva perfettamente, grazie a dei dispacci riservati del colonnello delle SS Eugen Dollmann da Roma [5], che Mussolini era sottoposto a “la più pesante pressione in direzione di una capitolazione onorevole” [6].
Fu proprio per arginare questo rischio che convocò l’incontro, deciso a imporre la propria linea prima che il Duce potesse anche solo enunciare la propria.
Nel salone di rappresentanza di Villa Gaggia si ritrovarono così, oltre ai due capi di governo, il sottosegretario Bastianini, l’ambasciatore Alfieri, il feldmaresciallo Keitel, il generale Ambrosio, l’ambasciatore von Mackensen e i generali Warlimont e Rintelen – una platea con un ruolo più diretto nella vicenda di quanto la cronaca ufficiale lasciò intendere.
Il clima era già stato anticipato da uno scambio di telegrammi il 12 luglio: Mussolini aveva chiesto l’invio urgente di caccia per “concorrere alla difesa della Sicilia” [7], e Hitler aveva risposto criticando duramente l’inadeguatezza dell’aviazione italiana, subordinando ogni nuovo invio a una “sufficiente organizzazione a terra” [8].
Una battaglia per il destino dell’Europa (Ein Kampf um das Schicksal Europas)
Al vertice, Mussolini si limitò a ribadire quella richiesta di armi e aerei per la Sicilia, appena invasa dagli Alleati, evitando accuratamente di sollevare l’ipotesi di una pace separata a Est.
Fu così Hitler, e non lui, a dettare l’agenda: tenne una vera e propria conferenza militare, equiparabile per profundità e dettaglio strategico a quelle che era solito condurre ai vertici del Reich alla Wolfsschanze (La Tana del Lupo), il Quartier generale a Rastenburg, nella Prussia Orientale [9].
In un lungo intervento, durato circa due ore, espose la sua visione strategica attraverso un’analisi dettagliata, lucida e spietata della situazione bellica [10].
Il nucleo del discorso di Hitler si fondava sulla consapevolezza che la guerra in corso non era una “guerra unica” (der gegenwartige Krieg sei kein Einzelkrieg) comparabile ai conflitti ottocenteschi, ma una “battaglia per il destino dell’Europa” (Ein Kampf um das Schicksal Europas).
Una lotta di logoramento la cui vittoria sarebbe dipesa non da un colpo decisivo, ma dalla capacità industriale e dalla tenuta psicologica nel tempo.
Da qui derivava, con logica interna coerente, l’insistenza sul controllo del bacino del Donez, sul petrolio rumeno, sul grano ucraino: non fissazioni ideologiche isolate, ma la traduzione pratica di un’intuizione – che senza quelle risorse la Germania non avrebbe potuto sostenere una guerra che, per sua stessa natura, non ammetteva scorciatoie.
Hitler enunciò anche un’idea più sottile, che gli studi sulla non linearità dei conflitti hanno mostrato essere tutt’altro che banale [11]: nessuna guerra si svolge in modo lineare, e che l’ago della bilancia impiega tempo prima di pendere a favore di uno dei belligeranti; e proprio per questo, come Clausewitz aveva insegnato parlando di “frizione”, l’esito resta imprevedibile fino all’ultimo momento [12].
Attendere una preparazione “perfetta” prima di agire era dunque, per Hitler, un errore: è la guerra stessa, con le sue frizioni imponderabili, l’unico vero banco di prova per correggere strategia e tecnologia.
Solo la guerra stessa, ripeteva Hitler, è il banco di prova che permette di correggere una tecnologia ancora acerba – come dimostrava, a suo dire, la rapida obsolescenza dei primi Panzer I e II, superati nel giro di pochi anni dal ben più moderno Panther V.
La Mobilitazione Totale
Da questa logica discendeva anche la mobilitazione totale che il Führer chiedeva alla propria nazione e, implicitamente, all’alleato italiano: manodopera intera piegata allo sforzo bellico, nessuna concessione al pessimismo, la convinzione che le sconfitte del presente non potessero essere riscattate da generazioni future, perché la storia mostrava che i popoli impiegano secoli per riprendersi da un crollo militare.
Applicata alla Sicilia, questa dottrina produceva un verdetto netto quanto duro: l’isola poteva essere difesa solo garantendo i rifornimenti attraverso lo stretto di Messina, con decine di batterie contraeree pronte a sparare “fino all’ultimo colpo” pena la fucilazione, e con una mobilitazione interna di durezza pari a quella tedesca. In caso contrario, meglio ritirarsi sulla penisola.
Hitler arrivò a ipotizzare che, difesa con successo, la Sicilia potesse trasformarsi essa stessa nella “Stalingrado” degli Alleati – un’immagine retorica che rovesciava sull’invasore la sorte appena toccata alla Wehrmacht sul Volga.
Le perdite italiane al suolo – centinaia di aerei distrutti per pessima organizzazione logistica – erano per Hitler la prova provata di un’inefficienza che nessuna quantità di materiale avrebbe potuto colmare da sola.
Nel complesso, il Führer confermò così la sua rigida visione strategica: una guerra di logoramento nella quale la vittoria sarebbe stata determinata dalla capacità industriale, dalla disciplina ferrea delle forze armate e da una volontà di vincere assolutamente incrollabile.
A questa visione appartenevano anche le “armi segrete” di cui Hitler parlò senza svelarne i dettagli, promettendole contro l’Inghilterra entro l’inverno: verosimilmente le primi V1, capostipiti del programma delle Wunderwaffen, le “armi miracolose”, su cui la propaganda del regime avrebbe presto costruito parte della propria narrativa di resistenza.
Non era però una semplice fissazione hitleriana: la storiografia più recente ha mostrato una razionalità militare sottostante a questa strategia di resistenza a oltranza [13], così come lo sviluppo stesso di quelle armi rispondeva a una logica industriale e scientifica precisa, non a un mero atto di propaganda [14].
Dopo una pausa per un pasto frugale, durante la quale Mussolini e Hitler si incontrarono da soli, la conferenza si concluse.
Alle cinque del pomeriggio i due leader si salutarono all’aeroporto di Treviso.
Mentre l’aereo di Hitler decollava, Mussolini rimase sulla pista con il braccio alzato nel saluto fascista, fino a quando il velivolo non scomparve verso nord.
Nell’immediato non fu diffuso alcun comunicato ufficiale; solo giorni dopo Mussolini acconsentì a che l’Agenzia Stefani ne diramasse uno, breve e volutamente laconico.
Il treno del ritorno e la fine di un’illusione
Se Feltre fu la vetrina diplomatica, il vero snodo si consumò poche ore dopo, nel treno di ritorno verso Treviso.
Il feldmaresciallo Keitel pretese dal generale Ambrosio un impegno concreto: più divisioni per il Sud, una rigida linea difensiva e – la richiesta più estrema – l’avvio di una “guerra totalitaria” nell’Italia meridionale, con l’intera vita civile sottoposta al controllo militare tedesco.
Ambrosio, temporeggiando su ogni punto e rimandando ogni decisione all’autorizzazione del Duce, ottenne solo una vaga promessa di rinforzi condizionata all’accettazione integrale delle richieste germaniche.
Quel temporeggiare, rivela in realtà non una minorità negoziale ma una precisa e sottile tattica dilatoria: Ambrosio, vicino alla Corona, era già a conoscenza del piano di Vittorio Emanuele III per liquidare Mussolini, e ogni ora guadagnata al tavolo con Keitel era un’ora in più per la congiura [15].
Nel frattempo, la sconfitta subita a Kursk proprio alla vigilia del summit aveva già chiuso ogni margine per la pace a Est che Mussolini sperava ancora di riaprire. Hitler, perso il vantaggio strategico sul fronte orientale, non poteva più permettersi di discuterne, e si limitò a lamentare le carenze logistiche italiane – lasciando persino intendere, secondo un dispaccio giapponese intercettato successivamente, che la Germania si sarebbe limitata a difendere la sola Italia del Nord abbandonando il Sud [16].
Una lettura ben più positiva dello stesso incontro, offerta invece dallo Staatssekretär Steengracht, voleva un Mussolini pienamente soddisfatto del colloquio, mentre il Führer avrebbe assicurato l’invio di rinforzi in caso di sbarco alleato sulle coste calabresi [17].
La contraddizione tra le due versioni la dice lunga su quanto, già allora, la realtà del vertice fosse oggetto di letture opposte.
Sei giorni dopo Feltre, il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo approvò l’ordine del giorno Grandi. Poche ore dopo Mussolini fu arrestato e il regime crollò.
Verso il tramonto dell’Asse
Hitler ripartì da Treviso convinto di aver imposto ancora una volta la propria volontà strategica su un alleato ormai ridotto a comprimario.
Mussolini rientrò invece a Palazzo Venezia chiuso in un silenzio cupo e paralizzante: incapace di opporsi apertamente al Führer, ma altrettanto cieco di fronte al pericolo che si stava materializzando nel massimo organismo costituzionale del regime, mentre la Corona aveva già organizzato la sua caduta.
L’illusione della continuità dell’alleanza italo-tedesca durò meno di una settimana.
Con il voto del Gran Consiglio e l’arresto di Mussolini, lo Stato monarchico-fascista che aveva negoziato a Feltre di fatto uscì dall’Asse per allearsi, dopo la resa incondizionata, con i suoi ex nemici, lasciando che fosse poi la Repubblica Sociale Italiana a proseguire, al fianco della Germania e degli ultimi alleati rimasti fedeli all’Asse – Ungheria, Slovacchia e Croazia –, insieme alle centinaia di migliaia di volontari europei arruolati nelle Waffen-SS, quella “battaglia per il destino dell’Europa” evocata da Hitler nel salone di Villa Gaggia.
Sarebbe durata quasi due anni ancora. Fino al rogo di Berlino, nel maggio 1945.
Note
[1] In realtà Villa Gaggia era prossima a San Fermo, una piccola località in provincia di Belluno, a circa 20 chilometri da Feltre. Nonostante la reale collocazione geografica, il vertice sarebbe passato alla storia proprio come “incontro di Feltre”, poiché lo stesso Mussolini così lo definì in Storia di un anno (Il tempo del bastone e della carota), in Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, vol. XXXIV. La Fenice, 1962).
[2] Mussolini a Hitler, 26 marzo 1943, in Ministero degli Affari Esteri, I Documenti Diplomatici Italiani (DDI), nona serie (1939-1943), vol. IX (Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1980), doc. 756.
[3] Hitler a Mussolini, 2 aprile 1943, in DDI, IX Serie, vol. X (Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1980), doc. 7.
[4] Si vedano i colloqui tra Hitler e Ciano in DDI, IX Serie, vol. IX, cit., docc. 471, 476 e 481.
[5] Aufzeichnung des SS-Obersturmbannführers Dollmann (Rom), Geheim, 18. Juli 1943, in Akten zur Deutschen Auswärtigen Politik 1918-1945 (ADAP), Serie E (1941-1945), vol. VI, 1. Mai bis 30. September 1943, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1979, doc. 155, p. 260.
[6] Ibidem.
[7] Mussolini a Hitler, 12 luglio 1943, in DDI, IX Serie, vol. XI (Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1980), doc. 268, pp. 266-267.
[8] Hitler a Mussolini, 12 luglio 1943, in DDI, IX Serie, vol. XI, cit., doc. 273, pp. 271-272.
[9] Sul rigore tecnico e sulla lucida conduzione delle conferenze quotidiane (Lagebesprechungen) nella Tana del Lupo, si vedano i fondamentali rapporti stenografici curati da H. Heiber, I verbali di Hitler. Rapporti stenografici quotidiani sulla situazione militare 1942-1945, con introduzione di F. Mini, 2 voll., LEG, 2009. Questa documentazione ha permesso alla storiografia più recente di rivedere l’immagine caricaturale di un dittatore in preda solo all’ira. Nell’introduzione all’edizione italiana, il generale Mini riconosce infatti in Hitler una “lucidità eccezionale” e una competenza tecnica capace di far parlare liberamente i propri interlocutori e di confrontarsi con loro con freddo realismo. Mini aggiunge poi che “Hitler appare come un gigante, che è di una spanna al di sopra di tutti, ciò che viene detto è di una perspicacia e lucidità eccezionali. Ai comandanti che sul terreno si confrontano con la disfatta, Hitler impartisce lezioni di morale, di politica e di strategia pura”. Una linea espressa dallo stesso Heiber, il quale scrive che “si può affermare senza timore di esagerare che Hitler fu uno dei più competenti e versatili specialisti di tecnica militare del suo tempo”.
[10] Per il resoconto ufficiale tedesco del medesimo colloquio, si veda Aufzeichnung über die Unterredung zwischen dem Führer und dem Duce in Feltre am 19. Juli 1943 (Verbale del colloquio tra il Führer e il Duce a Feltre, 19 luglio 1943), doc. 153, in ADAP, Serie E, Band VI, cit., pp. 288-294. Per il resoconto ufficiale italiano, si veda Verbale del colloquio del Capo del Governo, Mussolini, con il Cancelliere del Reich, Hitler, 19 luglio 1943, in DDI, IX Serie, vol. X, cit., pp. 686 ss.
[12] Per l’elaborazione del concetto di “frizione”, si veda nello specifico C. von Clausewitz, Vom Kriege, Berlin, Dümmler, 1832 (trad. it. Della guerra, Milano, Mondadori, 1970, Libro I, Cap. 7). Per un’analisi critica di questo concetto e delle sue implicazioni teoriche, si vedano, tra gli altri: A. J. Echevarria II, Clausewitz and Contemporary War, Oxford, Oxford University Press, 2007, in particolare il cap. 3; B. D. Watts, Clausewitzian Friction and Future War, rev. ed., McNair Paper 68, Washington, DC, Institute for National Strategic Studies / National Defense University Press, 2004; nonché N. Gardner, Clausewitzian Friction and Twenty-First-Century War: The Paradox of Technology, in “Naval War College Review”, vol. 77, n. 1, 2024.
[13] Bevin Alexander, How Hitler Could Have Won World War II: The Fatal Military Errors That Doomed the Third Reich, 1993 (trad. it. Hitler poteva vincere, Piemme, 2002).
[14] Rainer Karlsch, Hitlers Bombe. Alchemie und Kernphysik im Dritten Reich, 2005 (trad. it. La bomba di Hitler, Lindau, 2005).
[15] F. W. Deakin, The Brutal Friendship: Mussolini, Hitler and the Fall of Italian Fascism (London: Weidenfeld & Nicolson, 1962), pp. 432-433 (trad. it. La brutale amicizia. Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo, Torino: Einaudi, 1968, pp. 478-479).
[16] National Archives Kew (NAK), HW/1/1659, 120662, Dispaccio del ministro giapponese a Lisbona, 27 luglio 1943, sulle intenzioni di Hitler relative alla difesa dell’Italia meridionale.
[17] NAK, HW/1/1895, 120558; cfr. anche ADAP, Serie E, Band VI, op. cit., pp. 268-269.
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