5 luglio 1895: varo della futura Regia Nave Europa, la prima “portaerei” italiana
La prima “portaerei” italiana non nacque portaerei. E, a voler essere rigorosi, non fu nemmeno una portaerei nel senso moderno del termine, non aveva un ponte di volo, non lanciava aerei da una pista imbarcata, non recuperava velivoli con cavi d’arresto. Era una nave appoggio idrovolanti.
Il 5 luglio 1895, nei cantieri Charles Connell & Company di Glasgow, venne varato il piroscafo mercantile Manila, costruito per armatori spagnoli. Dopo vari passaggi di proprietà e di nome, divenne Salacia, poi Quarto, fino all’acquisto da parte della Regia Marina nel febbraio 1915 e alla trasformazione in Europa, nave appoggio idrovolanti capace di imbarcare otto apparecchi.
Va chiarito subito – prima che qualche custode del cavillo si precipiti a fiatare – che il primato cronologico di prima nave appoggio idrovolanti italiana viene attribuito all’incrociatore protetto Elba, modificato il 4 giugno 1914. La Regia Nave Europa non cancella quel precedente e non va confusa con una portaerei moderna…
L’Elba ebbe il primato del calendario. Europa ebbe quello della sostanza: 3-4 idrovolanti contro 8 pronti all’impiego più 4 di riserva, una sperimentazione contro una capacità, un adattamento contro una base aerea galleggiante. Lì la Regia Marina iniziò a ragionare in termini di potenza aerea proiettata dal mare.
La conversione, avviata alla Spezia nel 1915, fu guidata dall’ingegno di Alessandro Guidoni. In tre mesi il vecchio mercantile venne spogliato della sua precedente funzione e trasformato in una base mobile con due hangar, ciascuno in grado di accogliere quattro idrovolanti, officine per legno e metallo, depositi, serbatoi suddivisi, generatori e perfino capacità di supporto ai sommergibili. La fotografia conservata dal Naval History and Heritage Command statunitense la descrive infatti come unità “per il trasporto di idrovolanti e nave madre per sommergibili”, probabilmente ripresa poco dopo la conversione dal mercantile nel maggio 1915.
La sua guerra fu l’Adriatico. Non l’oceano aperto, non le grandi manovre aeronavali che sarebbero arrivate decenni dopo, ma un mare stretto, chiuso, nervoso, dove l’Impero austro-ungarico osservava da Cattaro e dove Valona e Brindisi divennero cardini della strategia italiana. Europa operò come base idrovolanti a Valona, in appoggio allo sbarramento del Canale d’Otranto e alla sorveglianza del traffico alleato. Nel 1917 i suoi velivoli parteciparono alla risposta alla battaglia del Canale d’Otranto e, nel corso della guerra, gli equipaggi imbarcati effettuarono 1.884 missioni: circa 1.500 di ricognizione, oltre 200 di combattimento e circa 2.000 bombe sganciate.
Sono numeri che vanno letti per quello che erano allora: non statistica, ma dottrina che nasce sotto pressione. La pace discute, la guerra seleziona. La pace può immaginare l’idrovolante come curiosità tecnica; la guerra lo obbliga a diventare ricognitore, caccia, bombardiere leggero, scorta, sentinella antisommergibile. La guerra, soprattutto, costringe a scoprire in fretta che non basta avere una macchina volante: servono basi, manutenzione, carburante, equipaggi addestrati, collegamenti, procedure e una catena logistica capace di far volare il giorno dopo ciò che il giorno prima è rientrato danneggiato.
Macchi M.5
In questa trasformazione si inserisce il Macchi M.5, uno dei risultati più brillanti dell’idroaviazione italiana della Grande Guerra. Progettato e costruito dalla Nieuport-Macchi a Varese, era un idrocaccia monoposto, maneggevole e agile, tanto da poter competere con gli aerei terrestri che avrebbe dovuto affrontare. Entrò in servizio nel 1917, con produzione complessiva di 244 esemplari tra Macchi e Società Aeronautica Italiana.
L’Italia arrivò alla guerra con mezzi spesso insufficienti, ma la guerra combattuta impose una curva di apprendimento feroce. Il Macchi M.5 non fu il frutto di un salotto tecnico, ma di un teatro operativo concreto: l’Adriatico, gli idroscali, le incursioni, la necessità di intercettare, scortare e sopravvivere sopra un mare che non perdonava. Le sue prestazioni parlano da sole: circa 189 km/h di velocità massima, autonomia di 3 ore e 40 minuti, quota di servizio di 6.200 metri e due mitragliatrici Vickers da 7,7 mm.
Gli Stati Uniti, la nazione dei fratelli Wright, cioè di chi nel 1903 aveva aperto l’era del volo a motore controllato a Kitty Hawk, finirono per acquistare il caccia idrovolante italiano. Il primo volo del Wright Flyer durò 12 secondi e percorse 36 metri; il miglior volo di quella giornata arrivò a 255,6 metri in 59 secondi. Quindici anni dopo, piloti della U.S. Navy e dello U.S. Marine Corps impiegavano il Macchi M.5.

L’innovazione militare non è una medaglia da incorniciare, è una corsa sporca fatta di errori, perdite, officine, necessità e adattamento. In quel momento, nel campo specifico dell’idrocaccia, l’Italia seppe produrre una macchina abbastanza valida da essere impiegata anche dagli americani.
Il nome che lega il Macchi M.5 alla storia della U.S. Navy è Charles Hazeltine Hammann. Il 21 agosto 1918, sull’Adriatico, durante un’azione contro aerei austro-ungarici, Hammann ammarò vicino al velivolo abbattuto dell’ensign George Ludlow e lo prese a bordo, pur con una macchina non progettata per quel doppio carico. Per quell’azione ricevette la Medal of Honor.
Europa e Macchi M.5 raccontano dunque la stessa lezione da due lati diversi. La prima dimostra che una nave non deve nascere perfetta per aprire una strada. Il secondo dimostra che un Paese non deve essere il primo a scoprire una tecnologia per imparare a usarla meglio di altri in uno specifico contesto operativo (Ucraina docet!).
La “portaerei” italiana del 1895-1915 fu un compromesso: lenta, derivata da un mercantile, inadatta alle grandi operazioni di squadra e radiata già nel 1920. Ma fu anche un laboratorio galleggiante. Mise insieme mare, cielo, sommergibili, officine e logistica in un’unica piattaforma. Non era ancora “la portaerei”, ma conteneva già la domanda che avrebbe cambiato il Novecento navale: come portare potenza aerea dove non c’è terra?
Oggi, guardando a Europa, non bisognerebbe sorridere del suo aspetto goffo. Bisognerebbe semmai chiedersi quante “Europa” contemporanee non riconosciamo perché non assomigliano ancora al futuro che produrranno. La guerra, quando arriva, non premia chi ha conservato la forma più elegante del passato, ma chi ha preparato abbastanza competenze da trasformare un’urgenza in capacità.
Nel 1895 era solo un piroscafo. Nel 1915 divenne una nave appoggio idrovolanti. Nel 1917 contribuì a far combattere aerei come il Macchi M.5. E pochi anni dopo il primo balzo dei Wright, proprio gli americani avrebbero pilotato un idrocaccia italiano sopra l’Adriatico. La storia, a volte, ha un senso dell’ironia più raffinato di qualsiasi propaganda.
L’articolo 5 luglio 1895: varo della futura Regia Nave Europa, la prima “portaerei” italiana proviene da Difesa Online.
La prima “portaerei” italiana non nacque portaerei. E, a voler essere rigorosi, non fu nemmeno una portaerei nel senso moderno…
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