Italia 2026: il Paese che si fa male da solo
Il 2026 si apre con il consueto bollettino di guerra dai pronto soccorso italiani. A Napoli i primi feriti sono arrivati già prima della mezzanotte con lesioni alle mani, dita e occhi causate dallo scoppio di petardi, ad Acilia, un quartiere dormitorio di Roma, il primo morto.
Questo rituale autolesionistico non è distribuito casualmente.
Si concentra dove la fragilità economica è maggiore: al Sud il tasso di disoccupazione è doppio rispetto al Nord e il 39,8% delle famiglie risulta vulnerabile.
L’Italia nel suo complesso presenta numeri drammatici: quasi sei milioni di persone in povertà assoluta, undici milioni a rischio esclusione sociale, un italiano su dieci che ha rinunciato a cure mediche per liste d’attesa o costi.
I minori poveri sono 1,283 milioni, un bambino su sette.
La crescita economica prevista per il 2026 è un anemico +0,9% mentre la produttività ristagna da oltre vent’anni sotto la media OCSE e la crescita occupazionale si concentra in settori a basso salario, alimentando il fenomeno dei lavoratori poveri, per gli economisti, working poor.
Il tasso di occupazione italiano resta il più basso d’Europa, con un divario di genere abissale.
A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso sottovalutata: l’Italia è il peggior Paese in Europa occidentale per libertà di stampa secondo il report 2025 di Reporter senza frontiere, siamo scesi dal 46° al 49° posto. I giornalisti sono sempre più posti sotto sorveglianza, una pratica che si è diffusa dalla Grecia all’Ungheria passando per la Francia, fino all’Italia.
È in questo contesto di debolezza informativa che si inseriscono le ingerenze straniere.
Nel frattempo, oltre il 60% delle attività finanziarie delle famiglie italiane è oggi investito fuori dai confini, un problema così grave che ha spinto il Copasir ha lanciare un allarme senza mezzi termini: il progressivo spostamento di capitali verso investimenti esteri rischia di minare l’indipendenza e la solidità del sistema economico italiano.
Un paese che non controlla più la propria informazione, che vede i propri risparmi defluire all’estero, che diventa terreno di caccia per potenze straniere interessate ai suoi asset strategici, non è un paese “in difficoltà”: è un paese in liquidazione.
La mia non è una critica esclusivamente verso questa maggioranza, fortemente occupata nella sua azione di generazione di consenso, ma del degrado della politica degli ultimi decenni che ha portato la maggioranza degli italiani a non recarsi nemmeno più alle urne.
Le Europee del 2024 sono risultate le prime elezioni della storia della Repubblica in cui i votanti sono stati meno di uno su due, con il 49,69% di affluenza.
Nelle regionali di novembre 2025 l’affluenza è scesa sotto il 45%, la più bassa mobilitazione elettorale mai registrata in una tornata regionale in Italia. Il fenomeno dell’astensione ha assunto una connotazione sociale sempre più evidente: gli strati sociali ed economici più in difficoltà stanno abbandonando la democrazia.
Chi ha perso il lavoro nelle fabbriche delocalizzate, chi ha visto il proprio contratto trasformarsi in un’occupazione precaria, chi non può più curarsi in un sistema sanitario smantellato per favorire la sanità privata, ha capito che il voto non cambia nulla: esclusa dalla partecipazione democratica, ridotta per buona parte a inerte e indifferente area di sfruttamento. Non è apatia: è la lucida consapevolezza che la democrazia, così com’è stata ridotta, non rappresenta più chi sta in basso.
Il rischio concreto è che un domani la democrazia, già svuotata di contenuto, venga formalmente meno. E le ingerenze non arrivano più solo dalle cancellerie tradizionali, ma da nuovi attori che concentrano nelle proprie mani potere economico, tecnologico e mediatico senza precedenti.
Le classi popolari, impoverite da decenni di politiche neoliberiste, abbandonano le urne; nel vuoto lasciato dalla loro assenza si inseriscono oligarchi globali che finanziano movimenti anti-sistema per demolire ciò che resta delle istituzioni democratiche. Non è complottismo: è la cronaca di un’erosione annunciata.
A tutto questo si aggiunge lo spettro concreto della guerra. Non più un’ipotesi remota da manuali di storia, ma uno scenario che le stesse istituzioni occidentali danno ormai per possibile.
Il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha lanciato uno degli avvertimenti più duri degli ultimi anni: se l’Alleanza non riuscirà a dissuadere la Russia, il mondo potrebbe trovarsi di fronte a un conflitto con proporzioni simili alla Prima e alla Seconda guerra mondiale.
Il paradosso è stridente: mentre si tagliano sanità, istruzione e welfare con la scusa dell’austerità, si trovano centinaia di miliardi per il riarmo. Mentre i cittadini europei rinunciano a curarsi per i costi delle prestazioni sanitarie, i loro governi si preparano a una guerra che, se dovesse scoppiare, li troverebbe già stremati dalla povertà, dalla disillusione e dalla disgregazione sociale. L’Europa che doveva essere il continente della pace perpetua si ritrova a parlare di “ultima estate pacifica” come fosse un dato acquisito, mentre oligarchi stranieri ne manipolano il dibattito pubblico e ne erodono le fondamenta democratiche.
Il fenomeno dei botti di Capodanno è dunque la metafora perfetta di un paese che celebra attraverso l’autodistruzione: dove lo Stato è assente, dove le prospettive sono azzerate, il botto diventa l’unico modo per “farsi sentire”.
E dunque, che auguri si possono fare all’alba di questo 2026?
Non auguri di circostanza, non la retorica vuota del “sarà un anno migliore” che suona come una formula scaramantica svuotata di senso. Sarebbe un insulto all’intelligenza di chi legge e alla gravità di quanto descritto.
Gli auguri che si possono fare sono auguri di consapevolezza. Di lucidità. Di quella rabbia fredda e costruttiva che precede ogni cambiamento vero. Perché il primo passo per uscire da una crisi è smettere di fingere che non esista.
Buon 2026 a chi ha capito che la democrazia non è un dono ricevuto una volta per tutte, ma un cantiere permanente che richiede manutenzione quotidiana. E che quando si smette di curarla, marcisce.
Buon 2026, infine, a chi rifiuta la narrazione secondo cui “non c’è alternativa”. C’è sempre un’alternativa. C’è sempre stata. La storia non è scritta in anticipo, e i popoli che sembravano condannati hanno più volte ribaltato il tavolo.
L’Italia ha attraversato guerre, dittatura, occupazioni, stragi, corruzione sistemica, e ogni volta ha trovato, da qualche parte, le risorse per rialzarsi. Non per ottimismo di maniera, ma per ostinazione, per necessità, per quella testardaggine che è il tratto migliore del carattere nazionale.
Che il 2026 sia l’anno in cui smettiamo di farci del male da soli. In cui riconosciamo i nemici veri, la povertà, l’ignoranza, la manipolazione, la guerra, e smettiamo di combattere tra noi mentre altri decidono del nostro futuro.
Buon anno. Con gli occhi aperti.
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