Alleati cercasi: la strategia israeliana tra Mediterraneo e Mar Rosso
Nonostante la distanza geografica, gli scenari del Mediterraneo orientale e del Corno d’Africa sono sempre più uniti fra loro. La saldatura strategica fra questi due quadranti, apparentemente estranei l’uno all’altro, si è venuta a concretizzare con le ultime settimane del 2025 saldandosi attorno agli interessi militari, energetici e geopolitici dei principali attori coinvolti. Fra questi, il sole attorno al quale ruotano gli interessi del nuovo paradigma copernicano fatto di inaspettate alleanze a geometria variabile è lo Stato d’Israele, alla disperata ricerca di nuovi alleati e spinto dall’impellenza di creare profondità operativa e rafforzare la propria capacità di deterrenza.
Uno dei pilastri di questa nuova architettura è stato eretto il 28 dicembre 2025, giorno in cui Israele, Grecia e Cipro hanno firmato un piano di cooperazione militare trilaterale che istituzionalizza un quadro di risposta rapida congiunta a crisi terrestri, navali e aeree nel Mediterraneo orientale. L’accordo prevede procedure di dispiegamento accelerato, accesso condiviso alle basi e coordinamento in caso di escalation improvvisa. L’accordo non arriva out of the blue, come direbbero gli anglosassoni, bensì è il frutto di una collaborazione già ampiamente testata sul campo negli ultimi anni. Già nel 2019 l’Aeronautica israeliana e alcune unità speciali (Egoz, Maglan e Duvdevan) della Brigata Commandos si erano cimentate in una vasta esercitazione a Cipro, nella sua parte montagnosa, così da simulare condizioni del terreno simili a quelle del Libano e della Siria Occidentale. A questa esercitazione, denominata Game of Thrones1, hanno fatto seguito anche le esercitazioni Iason (settembre 2020), Argonaut (maggio 2023) e Noble Dina (marzo 2025), rispettivamente incentrate su forze terrestri, navali e aeree2–3. Così come anche la Grecia aveva integrato più volte in passato i propri assetti aerei e navali con quelli israeliani a Creta, specialmente nella base di Souda Bay, già teatro di mobilizzazioni e simulazioni statunitensi4.
Dal punto di vista operativo israeliano, la possibilità di accedere alle basi di Cipro e Creta estende significativamente la profondità strategica di Tel Aviv verso ovest, offrendo basi alternative in caso di attacco (ridondanza), possibilità di non concentrare le risorse in un unico punto (dispersione degli assetti) e minore vulnerabilità in caso di attacco missilistico (resilienza missilistica e contrattacco). Atene, dal canto suo, rafforza la propria rete di deterrenza in funzione anti-turca, integrando la ben più strutturata esperienza israeliana in vari ambiti, a partire dall’intelligence e dalla difesa missilistica. Mentre per Nicosia si tratta di un’ulteriore conferma del proprio ruolo di base operativa per sorveglianza, difesa o intervento rapido per la protezione delle infrastrutture energetiche offshore5, oltre a confermare ulteriormente, qualora fosse necessario, la postura antiturca dell’isola6.
Se il motore principale di questa triangolazione è Israele, il suo avversario primario è quindi la Turchia, invisa, per motivi storici e geopolitici diversi, a tutti e tre i paesi partner dell’accordo tripartito, e competitor geopolitico di Israele nel delicato scacchiere mediorientale (specie per le vicende siriane)7.
Con attori statali diversi, ma con la stessa funzione anti-turca, si è affermata di recente una equivalente convergenza nel quadrante dello stretto di Bab el Mandeb, snodo cruciale per il commercio navale mondiale che crea uno iato marittimo fra il Corno d’Africa e la penisola arabica, collegando il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Tel Aviv sin dal 20148 guarda a quest’area come possibile avamposto per i propri assetti al fine di contrastare le attività degli Houthi nello Yemen, armati dall’Iran, nemico storico di Israele.
In questo scenario dell’Africa Orientale, il ruolo della Turchia è apparentemente meno evidente, ma rimane pur sempre la causa scatenante delle iniziative israeliane: sono turchi, infatti, gli ingenti investimenti in porti, aeroporti e strutture militari in Somalia, come parte di una più ampia offensiva diplomatica ed economica di Erdogan nel continente africano che simula, su scala ridotta, la penetrazione cinese nell’area e che strizza l’occhio all’islam politico9.
Il recente riconoscimento da parte di Israele del Somaliland – stato federato della Somalia autonomo de-facto, ma che aspira all’indipendenza – avvenuto il 26 dicembre 2025, è quindi parte della stessa dottrina di sicurezza di Tel-Aviv e della sua relativa estensione finalizzata a formare le profondità strategiche necessarie per un paese che ha fatto della strategic depth10 un caposaldo essenziale della propria dottrina militare a partire dalla guerra delle Yom Kippur.11
Partner nemmeno così inattesi di questa nuova triangolazione israeliana sono quindi gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia e lo stesso Somaliland. Per gli Emirati, già firmatari degli Accordi di Abramo, la competizione con le ingerenze saudite, turche e qatariote nell’area si declina da anni in termini di investimenti economici e di installazioni di basi militari, di cui il Somaliland rappresenta solo l’ultimo tassello. Mentre l’Etiopia, alla costante ricerca di uno sbocco sul mare, pur avendo rapporti altalenanti con Tel-Aviv, non vede di buon occhio la presenza turca nel Corno d’Africa a causa della vicinanza fra Turchia e Somalia, sublimatasi nel sabotaggio diplomatico da parte di Ankara e di Mogadiscio delle trattative fra Etiopia e Somaliland per il corridoio di Berbera12. Per il Somaliland, invece, le motivazioni sono molto più semplici: Israele è il primo stato al mondo a riconoscerne la sovranità, rompendo così l’isolamento di Hargheisa all’interno della comunità internazionale, fornendo ulteriore abbrivio al posizionamento commerciale (ostile alla penetrazione cinese) e militare (anti-jihadista13) del Somaliland in tutto il quadrante.
In conclusione, dal Mediterraneo orientale al Corno d’Africa emerge un unico spazio strategico, in cui sviluppi militari, alleanze e infrastrutture critiche sono intrecciati in modo funzionale. Le operazioni in questi due quadranti, pur apparentemente separati dalla geografia, convergono verso un’unica logica di sicurezza regionale: un disegno continuo di posizionamento e influenza che collega Europa sud-orientale, Medio Oriente e Corno d’Africa. In questo contesto, la strategic depth, tanto cara alla dottrina militare israeliana, si misura anche nella capacità di considerare (ed operare in) tali scenari come parte di un sistema interconnesso in cui il controllo di basi e linee logistiche determina la possibilità di proiettare la forza su scala (macro)regionale.
Resta da comprendere, mentre Tel-Aviv espande le proprie aree di influenza e azione ben oltre i confini canonici, quali spazi diplomatici, strategici e operativi, rimangano agli Stati membri dell’Unione Europea, ancora una volta spettatori inermi (o beneficiari passivi nel caso di Grecia e Cipro) costretti a inseguire decisioni altrui che ridefiniscono gli equilibri in teatri operativi limitrofi senza poterle influenzare.
1 L’allusione è alla competizione multipolare nell’area.
2 Tra le esercitazioni citate, Argonaut è stata coordinata dal Comando Navale di Cipro, con la partecipazione di Grecia, Francia, Regno Unito, Italia, Stati Uniti e Israele. Noble Dina, invece, ha visto il coinvolgimento degli stessi attori, con l’eccezione del Regno Unito, che non ha preso parte all’attività.
3 All’operazione Noble Dina ha partecipato attivamente la Fregata ITS Alpino (classe Bergamini) operando in scenari che includevano manovre navali combinate con attività aeree.
4 Si vedano anche gli spostamenti e le mobilitazioni dell’aviazione USA a fine 2023 nella stessa base in funzione anti-iraniana https://t.co/dN5TtqrztE.
5 I principali giacimenti di gas offshore di Cipro includono: Aphrodite (operato da Chevron, NewMed Energy e Shell); Cronos (operato da Eni e TotalEnergies); Zeus (operato da Eni e TotalEnergies); Calypso (operato da Eni e TotalEnergies); Glaucus / Pegasus (operato da ExxonMobil e QatarEnergy). Per quanto riguarda le risorse petrolifere, invece, alcune perforazioni hanno mostrato presenza di idrocarburi non commerciali, ma non vi sono risorse petrolifere significative, ad oggi.
6 Come è noto, le tensioni storiche fra Nicosia e Ankara partono dall’invasione turca di Cipro Nord del 1974 per arrivare alle recenti rivendicazioni turche di porzioni del mare territoriale cipriota (si veda anche “Le tensioni marittime tra Grecia e Turchia: un ruolo per la NATO?” di Francesco Gaudiosi, Osservatorio SIOI, 2020).
7 Nell’ambito della Guerra Civile Siriana, è pacifico riconoscere il forte legame fra Ankara e vari gruppi ribelli anti-Assad e anti-curdi, inclusi elementi jihadisti affiliati all’ex Fronte al‑Nusra, evolutosi poi in Hay’at Tahrir al‑Sham (HTS).
8 Nel 2014 gli Houthi, gruppo sciita zaidita attivo nel nord dello Yemen sin dagli anni ’90, hanno conquistato la capitale Sana’a e si sono imposti de facto sul governo centrale. Questo ha segnato l’inizio del conflitto su larga scala nella forma di una Proxy War fra Teheran e Riyad, che nel 2015 ha portato all’intervento della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e all’attuale guerra civile nello Yemen. La coalizione sta subendo alcune rilevanti evoluzioni a seguito della fuoriuscita degli Emirati Arabi Uniti e del conseguente supporto di Dubai all’operato dell’STC (Southern Transitional Council), forza separatista operativa dal 2017 e alternativa sia agli Houthi che al Governo, recentemente salita alla ribalta a seguito di alcune operazioni militari nel sud e al confine con la frontiera saudita.
9 In merito al rapporto fra l’AKP (il partito fondato da Erdogan) e l’islam politico si veda anche “Islamist Civilizational Politics and the AKP: Turkey’s Role in a Changing Muslim World” di Ishan Yilmaz, (ISPI Online Journal, 2025).
10 Per ulteriori approfondimenti sul concetto di strategic depth nell’ambito della dottrina militare israeliana vd. anche: “Understanding Territorial Withdrawal: Israeli Occupations and Exits”di Rob Geist Pinfold (Oxford University Press, 2023).
11 La guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973), durante la quale le forze arabe penetrarono profondamente nel territorio israeliano, fu il principale conflitto che evidenziò la vulnerabilità territoriale di Israele e contribuì a consolidare il concetto di strategic depth, ossia la necessità di aumentare la profondità strategica tramite mobilità, basi avanzate e capacità di riorganizzazione difensiva.
12 Il 1° gennaio 2024 era stato siglato un accordo tra Etiopia e Somaliland nella forma di un Memorandum of Understanding (MoU) in base al quale l’Etiopia avrebbe ottenuto accesso al porto di Berbera e diritti di leasing di una porzione di costa per uso navale/commerciale. L’accordo è naufragato per l’opposizione del governo federale somalo che ha interpretato il memorandum come una violazione della propria sovranità. La successiva mediazione turca e l’attivismo diplomatico di Ankara hanno allontanato Etiopia e Somalia creando ulteriore tensione nella regione.
13 La postura diplomatica del Somaliland è particolarmente curiosa per una realtà che aspira all’indipendenza. Hargheisa si distingue, infatti, per una netta ostilità verso le formazioni jihadiste che imperversano nel resto del territorio somalo, ma che faticano a penetrare nei territori indipendentisti (oltre al Somaliland anche Puntland e Jubaland). Parallelamente, il Somaliland ha adottato una linea diplomatica atipica nel contesto africano, collocandosi tra i pochissimi interlocutori del continente apertamente vicini a Taiwan. Una scelta che ha provocato la dura reazione di Pechino e l’elaborazione della formula politica cinese del “One Somalia, One China”. Per ulteriori approfondimenti vd. “Somalia at Risk of Becoming a Jihadist State” di Matt Bryden (African Centre for Strategic Studies, 2025).
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