Iran, quando la legittimità finisce prima del regime: cosa insegna il 12 gennaio 1979
Il 12 gennaio 1979 non è una data di rottura, ma di sospensione. È il giorno in cui il potere dello Scià esiste ancora formalmente, ma ha già smesso di governare. È il momento in cui lo Stato iraniano continua a funzionare per inerzia, mentre la società ha già cambiato direzione.
In quelle ore Mohammad Reza Pahlavi è ancora sul trono, ma non controlla più le piazze, l’esercito, né il racconto del futuro.
Il regime non cade quel giorno. Smette semplicemente di essere credibile.
La storia iraniana insegna che i regimi non muoiono quando vengono rovesciati, ma quando non riescono più a spiegarsi. Il 12 gennaio 1979 segna esattamente questo punto di non ritorno.
Pochi giorni dopo, il rientro di Ruhollah Khomeini (ayatollah sciita che guidò la Rivoluzione) trasformerà il vuoto in una nuova architettura di potere. Ma la partita era già chiusa prima che il nuovo leader scendesse dall’aereo.
Il parallelo con l’Iran di oggi non è meccanico, ma è evidente. Anche oggi Teheran vive una condizione di sopravvivenza istituzionale più che di governo effettivo. Il controllo si regge sulla forza, non sul consenso.
La legittimità è sostituita dalla paura. La coesione è rimpiazzata dalla repressione.
Le proteste degli ultimi anni, innescate dalla morte di Mahsa Amini e mai realmente sopite, hanno mostrato una frattura generazionale profonda. Una parte crescente della popolazione non chiede riforme, ma distanza. Non chiede mediazioni, ma fine dell’obbligo ideologico. Come nel 1979, il linguaggio del potere non è più quello della società.
Il regime attuale appare solido solo in superficie. Le forze di sicurezza funzionano. Gli apparati repressivi sono operativi. Ma l’adesione emotiva allo Stato è minima.
Il 12 gennaio 1979 fu l’ultimo giorno in cui una transizione controllata sarebbe stata teoricamente possibile. Dopo, la rivoluzione divenne irreversibile.
Oggi l’Iran si muove di nuovo lungo quella linea sottile, dove ogni atto repressivo rafforza il controllo immediato ma accelera l’erosione di lungo periodo.
Esiste però una differenza cruciale. Nel 1979 vi era un’alternativa organizzata, riconoscibile, capace di occupare il vuoto. Oggi l’opposizione iraniana è frammentata, dispersa, spesso in esilio, priva di una figura catalizzatrice interna. Questo rende il sistema più stabile nel breve termine, ma anche più fragile nel lungo.
Il 12 gennaio, nella storia iraniana, è il giorno che ricorda come il potere possa sembrare intatto fino all’ultimo istante. È la data che insegna che la forza non basta quando viene meno il senso.
Ed è il promemoria più inquietante per Teheran di oggi: non serve che un regime cada, basta che smetta di avere un futuro credibile.
L’Iran del 2026 forse non è ancora al “12 gennaio”. Ma vi si sta avvicinando.
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