Teheran brucia? Iran sull’orlo del collasso: rivolte, repressione e l’ombra del dopo-Ayatollah
Teheran brucia? La telefonata attraversa il tempo e dà voce ai rivoluzionari del 79, vittime di un’ideologia riuscita ad interporsi tra popolo e sinistra, quelli che mai avrebbero potuto credere all’improbabilità razionale del passaggio da una monarchia ad uno stato teocratico, ad un’entità religioso-politica capace di far arretrare nel tempo una nazione naturalmente proiettata verso il futuro.
Dopo più di 40 anni e numerose crisi, soffocate con una violenza crescente, ora potrebbe essere arrivato il momento di una transizione tuttavia segnata da una repressione feroce, potrebbe essere giunto il momento preconizzato da Oriana Fallaci, capace di scorgere tra le pieghe del tempo a venire l’evoluzione di una forma dittatoriale inedita, quella che sarebbe divenuta una realtà durissima fondata sul terrore e destinata ad essere a lungo negata e ignorata. Ed è giusto ricordare l’annullamento politico delle opposizioni, l’imposizione di regole retrograde a donne colte ed evolute obbligate ad indossare il chador, per cui la Fallaci, nella sua intervista ebbe a dire che “lo usano tutte e sembrano sciami di pipistrelli umiliati” tanto da avere il coraggio di gettare a terra quello che le era stato imposto, “uno stupido cencio da medioevo” afflosciato “sul pavimento in una macchia oscena di nero”; senza contare l’abbandono del progresso scientifico vittima di un’ortodossia totalitaria aggrappata al potere.
L’Iran degli Ayatollah ha retto grazie al sostegno dell’antiamericanismo sino-russo ed all’uso strumentale e destabilizzante dei suoi proxy, ponendosi in aperto antagonismo con l’altra colonna del Golfo, Riyadh che cerca invece evoluzioni e modernizzazione. È stato un vortice, fatalmente destinato, per sopravvivere, a succhiare la linfa della società per alimentare e far passare all’incasso Hamas, Houthi, le milizie fedeli sparse nel MO; in Iran l’acqua è un miraggio, la corruzione è più che presente e l’economia è collassata, ma si continuano a sperimentare armi balistiche.
Appoggiare e sostenere il 7 ottobre di Hamas è rientrato tra i peggiori errori che si potessero commettere visto che ha dato solo vantaggi effimeri immediatamente martellati dalla violentissima reazione di Israele, chiamato a combattere una guerra per la sopravvivenza.
L’impossibilità sino-russa di difendere Teheran sta tutta nell’incerta ricomparsa, dopo giorni di silenzio e di fuga, di un Khamenei troppo anziano e grottesco nella proclamazione di una vittoria solo a parole. È presto per chiedersi cosa accadrà dopo; gli obitori delle più grandi città sono al collasso, milizie sciite imperversano, ma certo quel che sta accadendo un segno profondo e indelebile, di sangue, già lo ha lasciato.
Gli scenari spaziano da soluzioni che privilegiano un nazionalismo revanscista; alternative politiche che, nella loro concretezza, elidono completamente la libertà; una militarizzazione pakistana dello stato che allontani comunque la religione; un inedito kemalismo populista farsi, o un ritorno ad una monarchia ora più vicina a questo tempo e a questo popolo, che abbia saggiato la durezza dell’esilio a fronte di un regime che ha vissuto volutamente immerso nella logorante cultura del sospetto e dell’incessante ricerca di un nemico su cui scaricare ogni responsabilità. Il pericolo però sta tutto lì, nell’ascesa irrefrenabile dell’uomo forte, dell’hombre vertical, del pasdaran laico, come Saeed Jalili, che coaguli pericolosamente l’esasperazione in un nazionalismo che, nella sua rigidità, non può offrire fondate speranze per il futuro.
Nel frattempo la storia dei fatti piccoli e grandi, dei giorni della rivolta corre e sussurra, in caso di un collasso dei poteri costituiti, della possibilità di fughe organizzate e massicce dell’intellighènzia clericale verso una cristiano ortodossa, ma proprio ora non per questo disprezzabile Russia.
In tutto ciò, nel mezzo della sua ora più buia, il presidente Pezeshkian, istituzionalmente privo di effettive facoltà decisionali, lancia accuse contro USA e Israele mentre si moltiplicano le minacce dell’establishment clericale verso Tel Aviv che, anche alla luce di un paventato intervento americano, riaccenderebbero ulteriori e tragici roghi di guerra.
Potrebbe allora essere davvero giunto il momento di Reza Pahlavi, il principe in esilio, che dovrà però dimostrare di essere immediatamente in grado di coniugare ruoli simbolici e realtà, posto che non è, o per lo meno non è ancora, un leader movimentista riconosciuto. A suo favore gioca la politica perseguita, che lo ha condotto a dichiarare apertamente di aver sempre inteso rovesciare l’attuale regime per poi far seguire un referendum indirizzato a determinare l’assetto politico.
Diversi elementi diversi hanno sostenuto la posizione di Reza Pahlavi in una società in gran parte anagraficamente lontana dall’ultimo Scià: l’essere sempre stato riconosciuto quale simbolo dell’ordine politico precedente ed oppositore dell’attuale, nonché di un sistema economicamente più valido di quello teocratico.
Reza, che vuole religione e politica separate, appare in vantaggio anche verso l’organizzazione Mojahedin-e Khalq, comunque espressione di un’ideologia teocratica. In un momento di leadership vacante, la figura del Principe emerge come catalizzatore delle diverse istanze sociali, in attesa di un più esteso endorsement internazionale.
È arrivato per Reza Pahlavi il momento di passare dallo stato di simbolo a quello di leader di un Iran diverso e aperto, interprete di contraddizioni, incertezze, aspirazioni.
Intanto il popolo scende in piazza, fa sfoggio ancora una volta di un coraggio incredibile. Ancora una volta una voce non più così lontana ripete angosciosamente la domanda: Teheran brucia?
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