L’America dopo l’impero: dalla dottrina al denial, tra Cina e disordine globale
Il diavolo è nei dettagli; è confuso tra i fotogrammi dei noir della politica, nell’oscillazione tra la sensazione tragica dell’ottimismo kennedyano ed il pessimismo da rivalsa di Trump, che pure è valso quale passepartout per un secondo giro nel rose garden di Ellen Louise Wilson. Ed è tutto lì, nell’abduction venezuelana, nell’apparente e grottesco scollegamento con la tragica realtà iraniana e le sue fin troppo avventate promesse, nella necessità interna di non far sentire nessuno indietro.
Pur rimanendo in una posizione dominante, gli USA devono confrontarsi con un panorama internazionale cangiante, ricco di sfide, che impone una strategia cosciente di una potenza immensa ma da declinare secondo paradigmi molto meno certi di quelli di 80 anni fa, pur con una valuta difficilmente sostituibile e con una demografia non così in declino.
Washington non sovrintende più ad un mondo unipolare privo di concorrenza geopolitica; alla fine del secolo scorso Samuel Huntington è andato oltre l’unipolarismo e ha descritto un ordine emergente, coniando l’accezione uni-multipolare, paradosso intessuto di profili di realtà sino-americani. Dall’inizio del millennio, tutti hanno cercato di solcare le relazioni internazionali mentre l’unipolarismo washingtoniano impallidiva; da un nuovo ordine si è passati ad un disordine motivato dalla percezione di un disinteresse americano per Europa e MO, funzionale al contrasto all’ascesa di Pechino sempre più integrata nell’economia, un gioco che ha determinato vuoti poi aggressivamente riempiti ovunque da proxy anti occidentali, contrastati dalle tacite cooperazioni tra Stati arabi del Golfo e Israele ante Gaza. Il problema è che gli USA presumono di essere stati vittime del sistema da loro stessi creato, fatto di libero scambio e da contrastare con il buy american.
Solo In un mondo unipolare l’unilateralismo è tollerabile, posto che l’ordine basato su regole non si limita al commercio per preservare visioni ampie. Se gli USA, colti da spropositato timore del declino, abbandoneranno le scene, si alimenterà un’anarchia da vuoto di potere ostaggio di attori amanti di profittevole caos. Mancando il solarium geopolitico di Eisenhower, è scavando tra i solchi delle politiche che si ritrova il sottile filo rosso del pensiero che le sottende; è da sacralità ormai incomprese, che consentono l’uso del delicatissimo termine “dottrina” che si librano gli intenti, ormai raramente elevati come quelli ispirati a Keynes o ai containment plasmati da lunghi telegrammi.
Mancano i Roosevelt, i Kennan, gli Spykman; ora le strategie percorrono vie diverse, innervano realtà futuribili, difficilmente comprensibili più facilmente inaccettabili, che riesumano i ricordi di politiche passate con riletture che propongono nomi storpiati ma di sicuro effetto adatti a platee che guardano le locandine ma non capiscono il film. È sotto queste prospettiva che va letto il pensiero strategico americano nelle sue accezioni, a cominciare dalla NSS del 2025 che privilegia realismo, interdipendenza finanziaria e sfere di influenza diffidando delle linee di politica estera finora invalse, per passare al New START tra USA e Federazione Russa, in scadenza il prossimo 5 febbraio 2026, oggetto di una proposta di proroga annuale da parte russa che, al netto delle violazioni di Mosca, non può non far valutare la strada nucleare da percorrere nei confronti di una Cina sempre più libera di accumulare armi atomiche, per arrivare alla teoria Donroe, neologismo che un cambio di consonante non nobilita vista la confusione che ha determinato tra Centro-Sud America, Caraibi, Nord Atlantico e Asia centrale, per giungere ad una strategy of denial che si presta a molteplici interpretazioni non limitabili agli aspetti operativi.
Gli USA si riorientano verso l’emisfero occidentale e verso la dottrina Monroe-Adams con un corollario Trump, dopo quello egemonico del 1904 di Theodore Roosevelt; più che di una strategia si tratta di posture condizionate dalla deterrenza della forza e da una vitalità economica dinamica ma fragile evidenziata dai dazi, che mettono alla prova lo status globale di riserva del dollaro ed i mercati dei capitali. Del resto, in un’intervista alla CNN il vice capo dello staff presidenziale, Stephen Miller, ha confermato la visione di un mondo governato da logiche di forza e di potere. Ecco che la politica estera viene influenzata dalla volubilità presidenziale, con una concezione più ristretta di ciò che partecipa alla formazione degli interessi nazionali e con mancate garanzie circa il rispetto del diritto internazionale, limitato a personalistiche visioni morali, con un’apparente declassificazione della priorità per l’Indo-Pacifico, dove occorrono presenza e deterrenza, dove il protezionismo americano agevola una competizione tra potenze prossima ad estendersi oltre l’Occidente secondo paradigmi noti anche ai predecessori dell’attuale Presidente da cui si differenziano per modi e posture più accettabili che non cancellano accuse di armi di distruzione di massa mai reperite o soluzioni libiche in accordo con un bon ton più presentabile ma dalla uguale sostanza; una strategia che punta alla presenza globale con una geometria variabile in funzione dell’interlocutore.
Che l’eccezionalismo statunitense si accompagni ad aggressività e disuguaglianze non è un mistero; accanto a visioni che si proiettano verso un futuro da fantascienza, si accompagnano realtà che, se disaggregate, rendono immagini meno accattivanti fatte da realtà sociali la cui esistenza non è cancellata dall’invisibilità. È proprio la peculiarità americana che tuttavia fa spiccare i rapporti di Hudson Bay Capital a firma Nouriel Roubini, il Dottor Doom che, se da un lato ha previsto il crollo finanziario del 2008, oggi guarda all’eccezionalismo guidato dalla tecnologia ed alla certezza che la produttività vincerà sulla politica dei dazi con un rafforzamento della posizione dominante di Washington attenta a salvare l’economia da sé stessa perché continui a crescere controllando il rapporto debito/PIL, sostenuto dal TINA, ovvero dal there is no alternative internazionale al dollaro.
Scommettere contro l’eccezionalismo potrebbe essere rischioso, ma è un fatto che l’era della competizione tra egemoni potrebbe trovare Washington impreparata e bisognosa di ulteriori strategie più strutturate che non siano limitate al contingente e che sovrappongano gli USA alla Cina, da un punto di vista militare e soprattutto energetico, cosa che porta a riconsiderare le azioni in Nigeria, Venezuela e quelle paventate in Iran ed il tentativo di giungere ad un accordo commerciale sbilanciato ma funzionale al riequilibrio economico verso i consumi interni correggendo la sovrapproduzione, un cambiamento radicale capace di ripercuotersi e destabilizzare intrattenendo rapporti con la Russia purché ceda su alcune posizioni securitarie ucraine.
Difficile, ma per la Fortezza America necessario per sostenere il bilancio della difesa e riaffermare la proiezione di potenza nell’Indo-Pacifico secondo la vision di Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per la Politica1 che individua nel potenziamento militare la chiave per impedire l’accesso cinese all’energia, pressando i partner strategici della BRI. Il denial non può che raggiungere livelli più elevati di stanziamento, gli unici in grado di garantire strategie da primato nell’arco di 5 anni purché sostenute da tagli e disinvestimenti comunque difficili. L’obiettivo è quello di rendere l’aggressione cinese troppo dispendiosa o impossibile da attuare, desistendo da un’impossibile vittoria totale.
La strategy si articola su due livelli: geopoliticamente nega la possibilità di esistenza di qualsiasi aspirante all’egemonia in una delle aree chiave del mondo ora individuabile nell’Asia orientale, militarmente enfatizza la deterrenza per negazione attraverso cui gli USA persuadono a non intraprendere azioni contrarie ai propri interessi, livelli che determinano il tipo di forza necessaria per negare alla Cina la possibilità di sequestrare e mantenere il territorio di qualsiasi alleato americano2 grazie al logoramento delle forze di proiezione del PLA.
Di fatto Colby, fondatore della Marathon Initiative, diviene l’uomo che teorizza la fine dell’onnipotenza per salvare il primato di Washington. L’America non può più fare tutto, la via è quella dell’impegno prioritario contro la Cina, egemone ingestibile che richiama alla necessità di considerare il gap di Lippmann3che richiede il taglio degli impegni secondari. È qui che Colby individua una strategia olistica che individua nell’economia un’arma che impone agli alleati di badare a sé stessi, vista anche l’impari capacità industriale tra USA e Cina ed il fatto che l’energia diviene leva geopolitica primaria.
Il concetto di Colby potrebbe rammentare parallelamente il declino del Pivot to Asia di Obama, ma è meno netto, si indirizza verso specificità che chiariscono ai partner le intenzioni americane; di fatto, il problema è che l’autore dà per scontata la concordanza da parte dei lettori.
Interessante la visione offerta invece da Michael o’ Hanlon4 che, in alternativa, sottolinea come le diverse sfide siano globalmente interconnesse a fronte della guerra circoscritta di Colby che può terminare con l’accettazione del raggiungimento dei limiti, o con un accordo che ricalca lo stilema adottato per la guerra di Corea, imperfetto ma funzionale o, peggio, che sottovaluta l’orgoglio nazionale o i possibili errori tecnologici. I tempi sono cambiati e con loro la politica, che si è evoluta e che preso direzioni probabilmente già contemplate in passato ma declinate secondo altre modalità.
Colby persegue l’interesse nazionale, ma potrebbe trascurare i collegamenti e le interconnessioni esistenti a livello planetario. Non è detto che l’essere i più potenti esenti dal richiedere (e ricevere) supporti esterni.
1 2021, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict.
2 Sono coinvolte anche le forze nucleari necessarie per sostenere tale strategia attraverso una denial-cum-cost imposition.
3 Disparità tra gli obiettivi strategici degli USA e i mezzi reali a disposizione per raggiungerli
4 The Art of War in an Age of Peace: U.S. Grand Strategy and Resolute Restraint
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Il diavolo è nei dettagli; è confuso tra i fotogrammi dei noir della politica, nell’oscillazione tra la sensazione tragica dell’ottimismo…
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