Spazio, potenza e deterrenza nel XXI secolo: una nuova Guerra Fredda?
Negli ultimi anni, il lessico della competizione internazionale ha progressivamente recuperato un’espressione che si riteneva archiviata con la fine del XX secolo: “Guerra Fredda”. Il ritorno di questo concetto non è casuale, né puramente mediatico. Esso riflette la percezione diffusa di un confronto strutturato, duraturo e sistemico tra grandi potenze, caratterizzato da tensioni permanenti, soglie di conflitto attentamente calibrate e dall’assenza – almeno per ora – di uno scontro militare diretto generalizzato.
Tuttavia, parlare di “nuova Guerra Fredda” senza precisazioni rischia di produrre più confusione che chiarezza. Il confronto attuale non è una replica del bipolarismo USA–URSS: cambiano gli attori, gli strumenti, lo spazio operativo e, soprattutto, la natura dell’ordine internazionale in cui tale competizione si sviluppa. L’obiettivo di questo contributo è dunque definire la cornice strategica del confronto contemporaneo, individuandone le logiche profonde e le principali differenze rispetto al passato.
La Guerra Fredda del Novecento si fondava su un equilibrio relativamente stabile tra due blocchi contrapposti, sorretti da ideologie universali, alleanze rigide e una netta divisione del mondo in sfere di influenza. Il sistema attuale è, al contrario, più fluido, meno ideologico e strutturalmente asimmetrico. Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza con capacità militari globali pienamente integrate; la Russia è una potenza militare di primo piano, ma con un orizzonte prevalentemente regionale; la Cina si afferma come attore sistemico, ancora prudente sul piano militare diretto ma sempre più incisivo su quello strategico. Non si tratta quindi di un semplice ritorno al bipolarismo, bensì di una competizione multilivello e multidominio, in cui la dimensione militare resta centrale ma non esclusiva.
Un primo elemento distintivo della “nuova Guerra Fredda” risiede nel modo in cui le grandi potenze concepiscono e difendono le proprie aree geostrategiche di interesse. Per Washington, l’area di interesse primaria non coincide con confini geografici definiti, bensì con la tenuta dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra. La presenza militare globale, il sistema di alleanze e la deterrenza avanzata rispondono a una logica precisa: impedire che potenze revisioniste possano alterare gli equilibri regionali in modo tale da minacciare il sistema nel suo complesso. La strategia statunitense non mira tanto alla difesa del territorio nazionale – raramente direttamente minacciato – quanto alla gestione delle crisi lontano dal centro, prima che esse si trasformino in fattori destabilizzanti.

Per la Federazione Russa, il concetto di area di interesse principale assume una valenza ben diversa. La sicurezza nazionale è concepita in termini territoriali e storici: profondità strategica, continuità geografica e controllo dello spazio vicino rappresentano requisiti essenziali di sopravvivenza. In questa prospettiva, l’allargamento delle alleanze occidentali verso est non è percepito come un fatto politico, ma come una minaccia militare diretta. Da qui l’uso più disinvolto della forza nello spazio post-sovietico e una dottrina che accetta l’escalation controllata come strumento legittimo di deterrenza.
Sebbene non ancora protagonista militare globale, la Cina introduce un terzo modello. La sua area di interesse primaria resta regionale, con epicentro nell’Indo-Pacifico, ma l’approccio è incrementale e prudente. Pechino privilegia il rafforzamento progressivo delle capacità, la negazione dell’accesso (Anti-Access/Area-Denial – A2/AD) e l’uso politico-militare della “zona grigia”, evitando lo scontro diretto finché i rapporti di forza non risultino più favorevoli.
Come nella Guerra Fredda storica, anche oggi la deterrenza resta un pilastro centrale. Tuttavia, essa opera in un contesto profondamente mutato. Non si tratta più soltanto di equilibrio nucleare, ma di una deterrenza multidominio, che integra spazio, cyber, informazione, economia e percezione pubblica. Il conflitto non è assente: è spostato sotto la soglia della guerra dichiarata. Pressione militare, manovre, interventi indiretti, guerra ibrida, competizione tecnologica, economica e finanziaria – fino alla corsa alle materie prime strategiche – costituiscono le forme quotidiane di uno scontro continuo, calibrato per evitare una spirale incontrollata ma sufficiente a produrre effetti strategici.
La differenza più rilevante rispetto alla Guerra Fredda del Novecento non risiede nell’esistenza della competizione in sé – allora come oggi intensa e pervasiva – bensì nel contesto di stabilità strategica entro cui essa si svolgeva. Durante il confronto bipolare, la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica era incanalata all’interno di un quadro relativamente strutturato, caratterizzato da regole implicite, meccanismi di comunicazione e da una progressiva consapevolezza reciproca dei limiti dell’escalation.
Nel contesto attuale, al contrario, la competizione tra grandi potenze si sviluppa in un ambiente meno regolato e più instabile, in cui le soglie di impiego della forza risultano più ambigue, i meccanismi di controllo più fragili e la fiducia strategica in larga parte erosa. Non si tratta dunque di una competizione “nuova” per intensità, ma di una competizione più diffusa, frammentata e meno prevedibile, estesa a domini che durante la Guerra Fredda erano marginali o del tutto assenti.

Gli avvenimenti di questi giorni attorno alla Groenlandia – tra pressioni statunitensi, frizioni con Copenaghen, proteste locali e posture dimostrative della NATO – mostrano come anche spazi considerati periferici possano trasformarsi in focolai di competizione strategica. Non si tratta di episodi isolati, ma di segnali che confermano la natura diffusa e poco regolata del confronto contemporaneo, in cui le linee rosse vengono ridefinite attraverso atti di pressione e segnali di deterrenza più che tramite accordi formali.
La stessa logica selettiva emerge anche nel caso iraniano, dove la risposta statunitense alle recenti proteste non ha assunto forme di sostegno diretto, ma si è articolata attraverso pressioni diplomatiche e canali indiretti. In un contesto ben diverso da quello venezuelano, segnato dalla prossimità di Russia e Cina e dal potenziale nucleare di Teheran, Washington ha calibrato la propria azione per evitare un acuirsi della tensione potenzialmente non controllabile, confermando come la competizione contemporanea imponga scelte differenziate a seconda del rischio sistemico associato a ciascuna crisi.
In questo quadro, la dimensione militare riacquista centralità come strumento ordinario della competizione politica, non necessariamente orientato alla guerra totale, ma impiegato in modo calibrato per esercitare pressione, segnalare determinazione e influenzare il comportamento degli avversari. Azioni militari limitate, posture dimostrative e interventi indiretti assumono così una funzione che va oltre il piano operativo: diventano atti di comunicazione strategica, attraverso i quali le potenze cercano di ridefinire – o imporre – nuove linee rosse in assenza di un consenso condiviso sulle regole del confronto. In questa prospettiva, anche iniziative statunitensi in aree considerate periferiche, ma ad alta sensibilità geopolitica, possono essere lette come tentativi di riaffermare spazi non negoziabili e di ristabilire soglie di tolleranza all’interno di una competizione sempre più priva di cornici stabilizzanti.
Parlare di “nuova Guerra Fredda” è dunque legittimo, a patto di intenderla non come una riedizione del passato, bensì come una forma aggiornata di confronto strategico, adattata a un mondo multipolare, tecnologicamente interconnesso e politicamente frammentato.
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Immagini: The White House / TRUTH (@realDonaldTrump)
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