Portaerei nucleare italiana “Aquila 2”: No, grazie. E vi spieghiamo il perché…
C’era una volta un paese in guerra… Non un paese efficiente, non un paese ricco, non un paese democratico, ma un paese che – tardi e male – aveva compreso una verità strategica elementare: senza controllo dell’aria sul mare, una marina da guerra è menomata. Da quella consapevolezza – e dalla batosta di Taranto – nacque la portaerei Aquila. L’attacco britannico dell’11 novembre 1940 dimostrò in modo definitivo che una flotta priva di copertura aerea imbarcata era vulnerabile anche nel proprio porto. Taranto segnò la fine di ogni illusione dottrinale e costrinse la Regia Marina a riconoscere, tardivamente, la centralità della portaerei come strumento di controllo del mare.
La conversione del transatlantico Roma in portaerei non fu un capriccio, né un esercizio di prestigio, bensì un atto tardivo di coerenza tra obiettivi militari, strumenti disponibili e tempo storico residuo.
L’Aquila si avvicinò al completamento quando la guerra era da tempo compromessa. In meno di due anni, tra il 1941 e il 1943, l’Italia riuscì comunque a portare il progetto a uno stadio avanzatissimo, nonostante bombardamenti, carenze industriali e un quadro strategico in rapido deterioramento.

L’unità non entrò mai in servizio non per inefficienza tecnica o incapacità progettuale, ma perché lo Stato che la stava costruendo cessò definitivamente di esistere come soggetto politico coerente.
Il paradosso contemporaneo
Osservando l’odierno dibattito sulla portaerei nucleare italiana prevista – sulla carta – entro il 2040, si ha la netta sensazione che il tempo, oggi, sia molto meno di allora. Non perché manchino competenze o ambizioni (soprattutto individuali), ma perché manca una coerenza strategica comparabile. L’Italia non è in guerra, ma vive in un sistema internazionale instabile e accelerato, in cui le urgenze di breve e medio termine contano più dei programmi ventennali. Pianificare una grande piattaforma aeronavale a propulsione nucleare con un orizzonte di quindici o vent’anni significa collocare la risposta militare dopo il picco delle crisi, non prima. È una pianificazione rassicurante per la politica, ma ridicola sul piano strategico.
Il problema non è la portaerei in sé. Le portaerei nucleari restano strumenti formidabili di proiezione di potenza, continuità operativa e deterrenza. Il problema è la scala e il contesto. Pensare a una portaerei nucleare italiana concepita e realizzata in modo sostanzialmente autarchico – o con cooperazioni marginali – significa ignorare alcuni vincoli strutturali difficilmente aggirabili. L’Italia è un Paese denuclearizzato, privo di una filiera attiva per la propulsione atomica navale, senza infrastrutture portuali dedicate, senza esperienza operativa CATOBAR (sistema di decollo e recupero degli aerei sulle portaerei che usa catapulte per il lancio e cavi d’arresto per l’atterraggio) e senza una dottrina aeronavale costruita attorno a questo tipo di piattaforma.
Tutto dovrebbe essere creato ex novo, con costi, tempi e rischi enormi. Con in compenso sprechi finanziari e risultati discutibili… sicuri!

Le esigenze di ieri, dopodomani?
Una portaerei progettata oggi entrerà in servizio in un mondo radicalmente diverso, segnato dall’evoluzione delle minacce ipersoniche, dalla saturazione con sistemi senza equipaggio, dalla centralità della guerra elettronica e cyber.
L’Aquila, pur incompleta, era coerente con la guerra che si stava combattendo. Una portaerei nucleare italiana nel 2040 rischia di essere coerente solo con lo scenario mentale – o finanziario – di chi oggi la immagina.
Una singola portaerei nucleare nazionale non garantisce continuità operativa, non crea deterrenza e non modifica in modo significativo gli equilibri globali. Al contrario, concentra risorse, aspettative e vulnerabilità in un unico asset, esponendolo a pressioni politiche interne e a rischi operativi sproporzionati.
Sua Maestà cosa fa?
Un confronto utile è quello con il Regno Unito. Londra dispone oggi di due grandi portaerei moderne, della classe Queen Elizabeth (foto), ma ha deliberatamente rinunciato alla propulsione nucleare per queste unità, pur essendo una potenza nucleare militare a tutti gli effetti e pur vantando una delle più solide e continuative esperienze occidentali nella propulsione atomica navale. La Royal Navy, infatti, opera da decenni sottomarini a propulsione nucleare, sia strategici sia d’attacco, che costituiscono il cuore della deterrenza britannica e il principale strumento di sopravvivenza e proiezione nel confronto tra grandi potenze.
Proprio questa competenza avanzata rende la scelta britannica particolarmente significativa: non una rinuncia imposta da limiti tecnologici, ma una decisione consapevole, di natura strategica e finanziaria.

Londra ha valutato che il nucleare esprima il suo massimo valore operativo sotto il mare, dove garantisce invisibilità, autonomia e deterrenza continua, mentre sulle portaerei i benefici non compensano i costi, la complessità gestionale e l’impatto sull’intero ciclo di vita. Le unità classe Queen Elizabeth sono quindi convenzionali.
È un precedente rilevante, perché dimostra come anche una marina globale, con ambizioni oceaniche e responsabilità NATO di primo piano, abbia giudicato il rapporto costi–benefici della propulsione nucleare sulle portaerei come non necessariamente favorevole. Un elemento che dovrebbe indurre particolare cautela in un Paese come l’Italia, che nucleare non è, né politicamente né infrastrutturalmente, e che rischierebbe di affrontare una complessità ancora maggiore senza disporre delle stesse basi industriali e dottrinali.
Nessuna alternativa, seria?
L’unica ipotesi che potrebbe restituire razionalità al discorso è quella di una vera classe europea di portaerei. Non una cooperazione “cosmetica”, ma un programma condiviso, con un progetto comune, una ripartizione industriale reale e un numero minimo di unità tale da creare economia di scala e continuità operativa. Una “classe” di almeno sei portaerei – e non una, come da tradizione italica-, sviluppata e gestita congiuntamente da Francia, Italia, Spagna (+ Grecia e Germania?), consentirebbe di frazionare radicalmente i costi unitari, standardizzare addestramento e logistica e restituire all’Europa una credibilità aeronavale oggi affidata quasi esclusivamente a capacità extraeuropee.
Solo in quest’ottica la portaerei nucleare tornerebbe ad essere uno strumento plausibile e non una scommessa. Persa in partenza… In questo quadro, l’Italia avrebbe un ruolo naturale e coerente. Cantieristica, integrazione di sistemi, difesa ravvicinata, sensoristica e una dottrina operativa centrata sul Mediterraneo allargato e sulle rotte verso l’Indo-Pacifico. Non capofila solitaria, ma pilastro industriale e operativo di un progetto continentale. È una differenza sostanziale, non semantica. Perché separa l’ambizione dalle velleità.

La U.S. Navy ha portaerei (nella foto la USS Gerald R. Ford) perché opera alla scala di una potenza federale continentale, non di un’economia regionale. Come se il Texas ne avesse una (e il suo Pil è superiore a quello italiano!). La scala conta, e realtà “nane” che inseguono ambizioni da “impero” finiscono per confondere il prestigio con la potenza reale, la decenza con il ridicolo.
La storia dell’Aquila insegna che le grandi piattaforme hanno senso solo quando il tempo storico, politico e strategico è allineato. Negli anni Quaranta quell’allineamento esisteva, pur nella tragedia. Oggi non può esistere a livello nazionale. Potrebbe esistere a livello europeo, se l’Europa decidesse di essere qualcosa di più di un mercato e/o di un esercizio retorico.
Una portaerei nucleare italiana isolata sarebbe quind un monumento all’illusione di potenza. Da ben altre premesse nascono deterrenza e rispetto internazionali.
Immagini: OpenAI / web / U.S. Navy / Royal Navy
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