Attacco jihadista all’aeroporto di Niamey: nel mirino la Base 101, l’uranio conteso e la presenza occidentale
Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio, poco dopo la mezzanotte ora locale, l’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey è stato teatro di un attacco armato di portata inedita per la capitale nigerina. Un gruppo di miliziani, giunti in motocicletta a fari spenti, ha preso d’assalto la Base Aerea 101, cuore operativo dell’Aeronautica nigerina e snodo strategico di prim’ordine per l’intera regione saheliana. Contestualmente, droni kamikaze hanno colpito le infrastrutture della base, mentre il cielo notturno di Niamey veniva solcato dalle scie luminose dei traccianti antiaerei attivati per contrastare la minaccia dall’alto. Gli scontri a fuoco si sono protratti per circa due ore, seminando il panico tra i residenti dei quartieri circostanti e costringendo al dirottamento di due voli civili, uno proveniente dall’Algeria e uno dal Belgio, rispettivamente verso il Burkina Faso e la Nigeria.

Il 30 gennaio lo Stato Islamico ha rivendicato l’azione attraverso la propria agenzia di propaganda Amaq, descrivendola come un “attacco a sorpresa e coordinato” che avrebbe inflitto “danni significativi”. Da parte sua, il Ministero della Difesa nigerino ha fornito un bilancio di 20 assalitori neutralizzati e 11 catturati, a fronte di 4 militari nigerini feriti. I danni materiali comprendono un deposito munizioni incendiatosi e tre aeromobili civili colpiti sul piazzale, due della compagnia regionale ASKY e un Airbus A319 di Air Côte d’Ivoire, raggiunti dai proiettili durante il ripiegamento degli attaccanti. La televisione di Stato ha inoltre affermato che tra i cadaveri degli assalitori vi sarebbe quello di un cittadino francese, circostanza non confermata da fonti indipendenti. Secondo Ulf Laessing, responsabile del programma Sahel della Konrad Adenauer Foundation, la sofisticatezza dell’operazione, incluso l’impiego combinato di droni e azioni terrestri, lascia ipotizzare un possibile supporto dall’interno.
L’area colpita non è un semplice scalo aeroportuale. La Base 101 ospita la flotta aerea delle Forze Armate Nigerine, inclusa la componente droni di fabbricazione turca, ed è sede del Quartier Generale della Forza Unificata anti-jihadista creata dalla Confederazione degli Stati del Sahel. All’interno del perimetro aeroportuale operano inoltre gli Africa Corps russi, schierati in Niger dall’aprile 2024, e il contingente italiano della missione bilaterale MISIN, unica forza occidentale rimasta nel Paese dopo l’espulsione dei francesi nel novembre 2023.

Ma è un altro elemento a rendere il quadro esplosivo in senso tanto letterale quanto geopolitico: nei magazzini della Base 101 sono stoccate circa 1.000 tonnellate di yellowcake, concentrato di ossido di uranio estratto dalla miniera di Somair ad Arlit, nel nord del Niger, al centro di una contesa legale e diplomatica di portata internazionale.
La partita dell’uranio: tra Orano, Rosatom e un carico che non riesce a partire
Per comprendere la rilevanza strategica dell’attacco è necessario ricostruire la vicenda del carico di uranio. A giugno 2025 la giunta nigerina ha nazionalizzato la Somair, filiale locale del colosso nucleare francese Orano (ex Areva), che deteneva una partecipazione del 63,4%. A fine novembre, le autorità di Niamey hanno trasferito la produzione dalla miniera di Arlit all’aeroporto della capitale per l’esportazione. L’AFP ha verificato tramite immagini satellitari l’arrivo di 34 camion nell’area aeroportuale tra il 3 e il 5 dicembre. Reuters ha confermato, attraverso fonti indipendenti, che il carico, stimato in circa 1.000 tonnellate, si trovava ancora all’aeroporto al momento dell’attacco del 28 gennaio.

Il valore del carico è stimato in circa 300 milioni di euro. Orano lo rivendica come proprio e ha ottenuto un’ordinanza cautelare dal tribunale arbitrale della Banca Mondiale (ICSID) che vieta la vendita o il trasferimento della produzione Somair. Niamey rigetta le pretese francesi, accusando a propria volta la compagnia di non aver saldato un debito di 58 miliardi di franchi CFA (circa 89 milioni di euro). A dicembre la Procura francese ha aperto un’indagine per “furto organizzato con l’obiettivo di servire gli interessi di una potenza straniera”.
Chi è il destinatario? Ufficialmente, l’acquirente rimane sconosciuto. Mosca non ha espresso formalmente interesse per il carico. Tuttavia, gli indizi convergono con insistenza verso la Russia: il Ministro dell’Energia russo, durante una visita a Niamey nell’estate 2025, ha dichiarato che l’obiettivo principale di Mosca è quello di sfruttare l’uranio nigerino; Rosatom ha firmato un memorandum di cooperazione nel campo del nucleare civile; e Le Monde, citando fonti dell’amministrazione francese, ha riportato l’esistenza di un accordo per la cessione delle 1.000 tonnellate proprio alla compagnia atomica russa. Un elemento che alimenta ulteriormente queste ipotesi è la presenza, documentata da immagini satellitari, di due aerei cargo Ilyushin Il-76 di fabbricazione russa a Niamey tra il 9 e il 13 gennaio, i cui movimenti non risultano però nei registri di tracciamento voli analizzati dall’AFP.
Il carico è di fatto bloccato. La via terrestre verso il Benin è preclusa dalla chiusura della frontiera voluta da Niamey. La rotta alternativa attraverso Burkina Faso e Togo è resa impraticabile dalla violenza jihadista lungo il percorso e dal fatto che il Togo, alla luce dell’inchiesta giudiziaria francese, sarebbe obbligato a sequestrare il materiale al suo ingresso nel Paese. Resta l’opzione del ponte aereo, la più costosa e la più rischiosa sul piano delle conseguenze internazionali, poiché esporrebbe il Niger a sanzioni, isolamento diplomatico e alla potenziale designazione come rischio di proliferazione.

Il generale Abdourahamane Tiani, capo della giunta al potere dal golpe del luglio 2023, si è recato in visita alla base nelle ore successive all’attacco, adottando toni particolarmente aggressivi. Ha elogiato “il coraggio e la professionalità” delle forze nigerine e dei “partner russi che hanno difeso con professionalità il loro settore di sicurezza”, per poi accusare i presidenti di Francia (Macron), Benin (Talon) e Costa d’Avorio (Ouattara) di essere gli “sponsor” dei presunti mercenari. “Li abbiamo ascoltati abbaiare abbastanza. Che si preparino a sentirci ruggire”, ha dichiarato alla televisione di Stato. Accuse prive di riscontri indipendenti, ma coerenti con la narrativa anti-francese che caratterizza le giunte saheliane. Il portavoce del governo beninese ha replicato seccamente: “È l’unico a credere a queste sciocchezze.”

La rivendicazione dello Stato Islamico si pone in evidente contraddizione con la tesi dei “mercenari telecomandati” da potenze straniere. La modalità d’azione, infiltrazione su motociclette, impiego combinato di armi leggere e droni, è peraltro coerente con il modus operandi dell’IS nel Sahel e ricalca lo schema dell’attacco all’aeroporto di Bamako del settembre 2024, rivendicato dal JNIM. La Confederazione degli Stati del Sahel (AES) ha condannato l’attacco definendolo “barbaro e premeditato”, annunciando che “tutti i responsabili, diretti e indiretti, risponderanno dei loro atti”.
La MISIN: perché la presenza italiana è strategicamente irrinunciabile
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che i militari italiani della MISIN “non risultano essere stati in alcun modo coinvolti”, precisando di essere in contatto costante con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Portolano, con il Comandante del COVI e con l’AISE. Anche il Ministro degli Esteri Tajani ha confermato l’incolumità del personale.
La missione MISIN, autorizzata nel 2018 e operativa all’interno del perimetro aeroportuale con personale proveniente da reparti dell’Esercito, dell’Aeronautica Militare e dell’Arma dei Carabinieri, è impegnata nell’addestramento delle forze di sicurezza e delle forze speciali nigerine. È l’unica presenza militare occidentale rimasta nel Paese e, in un contesto come quello attuale, il suo mantenimento non è soltanto opportuno ma strategicamente necessario. Le ragioni sono molteplici e convergenti.
In primo luogo, la MISIN rappresenta l’unica finestra di osservazione diretta dell’Occidente su una delle aree più instabili e strategicamente rilevanti del continente africano. In un Sahel da cui sono stati espulsi Francia e Stati Uniti, dove la Russia espande la propria influenza militare e dove lo Stato Islamico dimostra di poter colpire le capitali, disporre di personale proprio sul terreno significa avere accesso a informazioni di prima mano, capacità di valutazione situazionale indipendente e un canale di dialogo diretto con le autorità locali che nessun rapporto d’intelligence prodotto a distanza può sostituire.
In secondo luogo, la presenza italiana rappresenta un argine, per quanto sottile, alla completa monopolizzazione dell’influenza straniera da parte di Mosca. Se l’Italia dovesse ritirarsi, il Niger diventerebbe un Paese in cui l’unico interlocutore militare esterno è la Russia, con tutto ciò che questo comporta in termini di equilibri regionali, accesso alle risorse e tutela degli interessi europei. La questione dell’uranio stoccato nella Base 101 ne è la dimostrazione plastica: un materiale strategico di primaria importanza per l’industria nucleare europea rischia di finire interamente nell’orbita russa, e l’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere occhi e orecchie nel luogo esatto in cui si gioca questa partita.
In terzo luogo, l’attività addestrativa condotta dai nostri militari nei confronti delle forze speciali e delle forze di sicurezza nigerine non è un esercizio fine a sé stesso, ma costruisce relazioni professionali e personali che costituiscono un capitale strategico di lungo periodo. Le élite militari formate dagli istruttori italiani rappresentano un tessuto connettivo che sopravvive ai cambi di regime e che potrà rivelarsi prezioso nel momento in cui, inevitabilmente, gli equilibri politici del Niger torneranno a mutare.
Infine, in prospettiva Milano-Cortina 2026, il Sahel resta un’area di origine e transito di flussi migratori e potenziali minacce alla sicurezza che investono direttamente l’Italia. Mantenere una presenza qualificata in loco significa poter contribuire attivamente alla stabilizzazione regionale e alla raccolta informativa, due funzioni che acquistano valore particolare alla vigilia di un grande evento internazionale sul territorio nazionale.
La posizione dell’Italia è indubbiamente delicata: i nostri paracadutisti condividono il sedime aeroportuale con gli Africa Corps russi, in un Paese dove il leader ringrazia pubblicamente Mosca e accusa Parigi di terrorismo, mentre 1.000 tonnellate di yellowcake conteso attendono nei magazzini una destinazione che potrebbe ridisegnare gli equilibri del mercato nucleare. Ma è proprio questa complessità a rendere la presenza italiana non un anacronismo da liquidare, bensì un asset strategico da preservare e, se possibile, rafforzare, con la consapevolezza che nel grande gioco saheliano, chi non è presente al tavolo non è nemmeno nelle carte.
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La notte del 28 gennaio un commando dello Stato Islamico ha colpito il cuore strategico del Niger, dove sono stoccate 1.000 tonnellate di yellowcake al centro di una partita geopolitica tra Parigi e Mosca. I militari italiani della MISIN, unica forza occidentale nel Paese,non sono stati coinvolti, ma la loro permanenza assume oggi un valore strategico ancora più rilevante
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