Arco Minero dell’Orinoco: quando l’illegalità diventa sistema
Dal 2014 le principali economie illecite emerse in Venezuela comprendono l’estrazione mineraria illegale (oro, coltan, diamanti), il contrabbando di carburante, il traffico di droga, le estorsioni, la tratta di esseri umani e il contrabbando di alimenti e beni sovvenzionati. Tra queste, una assume un ruolo centrale per dimensioni, impatto e valore strategico: l’estrazione mineraria illegale concentrata nell’Arco Minero dell’Orinoco.
L’Arco Minero dell’Orinoco (AMO), istituito formalmente nel 2016, è stato presentato dal governo venezuelano come un progetto di sviluppo economico e valorizzazione delle risorse naturali. Secondo numerosi report internazionali, tra cui quelli delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative specializzate, l’area si è progressivamente trasformata in un territorio caratterizzato da un controllo statale limitato e frammentato, con una presenza rilevante di attori armati irregolari, reti criminali e interessi economici opachi.
Diversi studi documentano come nell’AMO operino gruppi armati irregolari, tra cui elementi dell’ELN e dissidenti delle FARC, insieme a “sindicatos” minerari locali e reti di intermediari. In questo contesto, settori delle forze di sicurezza venezuelane risultano presenti nell’area, spesso con funzioni di controllo formale o di gestione dei flussi, in un quadro segnato da diffuse accuse di corruzione e collusione.
Le dinamiche principali riscontrate includono l’estrazione indiscriminata di oro e minerali strategici, gravi violazioni dei diritti umani – tra cui lavoro forzato, sfruttamento di minori, violenze e coercizioni – e una devastazione ambientale su larga scala. L’uso intensivo di mercurio e altre sostanze tossiche ha contaminato fiumi e terreni, con conseguenze sanitarie dirette per le popolazioni locali e in particolare per le comunità indigene.
L’oro estratto illegalmente viene contrabbandato verso Paesi limitrofi come Colombia, Brasile e Guyana, oltre a transitare attraverso rotte che coinvolgono i Caraibi. Una volta immesso in circuiti commerciali internazionali, il metallo viene “ripulito” attraverso reti di intermediazione difficilmente tracciabili. Secondo diverse analisi, l’oro rappresenta oggi una delle principali fonti di liquidità per il Venezuela, utilizzata come riserva di valore, strumento di scambio per importazioni essenziali e mezzo per aggirare le restrizioni finanziarie imposte dalle sanzioni internazionali.
Le organizzazioni di monitoraggio, tra cui Transparencia Venezuela, evidenziano come il quadro normativo e istituzionale abbia contribuito a creare ampie zone grigie. Concessioni minerarie poco trasparenti, zone economiche speciali con controlli limitati, uso di imprese statali o miste e una tolleranza di fatto verso attori armati che garantiscono “ordine” nelle aree minerarie hanno favorito la normalizzazione di pratiche illegali. In questo contesto, ciò che formalmente resta illecito diventa di fatto accettato e funzionale alla sopravvivenza del sistema.
Gli attori principali identificati dalle fonti internazionali includono settori delle Forze Armate – in particolare Guardia Nacional e componenti dell’Esercito – autorità locali, gruppi armati irregolari, “sindicatos” minerari e imprenditori legati al potere politico. Le rendite generate vengono redistribuite lungo catene di fedeltà politiche e militari, rafforzando meccanismi di controllo e stabilità interna, ma indebolendo ulteriormente lo Stato di diritto.
Gli impatti sociali risultano particolarmente gravi. Le popolazioni locali subiscono sfruttamento lavorativo, violenze, massacri e sparizioni forzate, oltre a un aumento di malattie legate alla contaminazione ambientale. Le comunità indigene sono tra le più colpite: molte sono costrette ad abbandonare territori ancestrali, a collaborare con gruppi armati o a subire violenze sistematiche. Le migrazioni interne verso centri urbani come Ciudad Bolívar e Tumeremo rappresentano una conseguenza diretta di questo processo.
Dal punto di vista ambientale, l’Arco Minero è descritto da numerose ONG come una delle più gravi emergenze ecologiche dell’America Latina. Deforestazione massiva, inquinamento dei corsi d’acqua, distruzione di ecosistemi unici e perdita di biodiversità sono ampiamente documentati anche attraverso immagini satellitari, che mostrano un’espansione continua delle attività minerarie illegali, spesso più rapida delle operazioni di contrasto.
Nel 2026 l’Arco Minero non appare come un progetto normalizzato o sotto controllo. Le economie illegali non si sono ridotte, ma si sono strutturate. Il territorio è oggi un mosaico di micro-sovranità criminali, con aree a maggiore presenza militare formale e altre dominate da gruppi armati irregolari e reti di contrabbando. La presenza dello Stato rimane prevalentemente formale: decreti, concessioni e zone speciali sembrano fornire più una cornice di legalità che un controllo effettivo del territorio.
Gli analisti internazionali concordano su un punto: senza un cambiamento politico interno significativo o un intervento multilaterale coordinato, l’Arco Minero continuerà a rappresentare una delle principali fonti di reddito del Paese e, al tempo stesso, una delle sue più profonde ferite sociali, ambientali e istituzionali.
L’articolo Arco Minero dell’Orinoco: quando l’illegalità diventa sistema proviene da Difesa Online.
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