Valentina Motta: Donne, eroine, martiri delle foibe. Storia al femminile sulla frontiera orientale (1943-1945)
Valentina Motta
Ed. Passaggio al bosco, Firenze 2025
pagg. 171
“C’è un universo femminile che ruota attorno alla terribile tragedia delle foibe, in cui morì un numero ancora non precisato, ma sicuramente sottostimato, di italiani, torturati e uccisi unicamente per la loro appartenenza a una nazione, condannata in quanto tale e perché associata al Fascismo.[…] Oggetto di studio del presente lavoro sono proprio alcune protagoniste di quel terribile brano di storia contemporanea; esse sono state scelte tra una miriade di profili di donne, che furono variamente coinvolte nel dramma delle foibe e dell’esodo giuliano.”
Così, l’autrice, che insegna storia dell’arte presso un liceo artistico di Verona oltre a svolgere ricerca in ambito storico e artistico, ci introduce a questo suo saggio, dove, dopo aver analizzato il contesto storico relativo alle vicende legate, dal 1943 al 1945, alle comunità di popolazioni istriane, fiumane e/o dalmate (la cosiddetta frontiera adriatica), entra nel vivo della descrizione della vita, quasi sempre breve, di alcune figure femminili “arrestate, violentate e uccise perché erano figlie, mogli, sorelle di un possidente o di un ex gerarca fascista o semplicemente perché erano donne.”
Un saggio frutto di un’approfondita ricerca, dove, a parlare, sono le testimonianze dirette per le protagoniste ancora in vita, oppure i diari lasciati dalle vittime. Una ricerca comunque difficoltosa, quella condotta dall’autrice, vista la bibliografia lacunosa sull’argomento.
Fu il comunista Tito ad aprire, il 12 settembre 1943, in Istria, la prima stagione delle foibe che, con il pretesto di attuare una guerra di liberazione, provocò “la rapida eliminazione all’interno degli inghiottitoi carsici di masse di persone, colpevoli di essere italiani.”
La seconda stagione di violenze iniziò il 30 aprile 1945, con l’occupazione di Trieste da parte dei comunisti titini. “A differenza di quanto si era verificato nell’autunno del 1943 in Istria in questo caso la repressione fu un fenomeno organizzato e pianificato ed ebbe il sapore di una vera e propria purga non soltanto etnica ma ideologica e politica.” E non fu solo Trieste ad esser oggetto di violenze, ma anche altre città della Venezia Giulia. La firma, il 10 febbraio 1947, a Parigi, del trattato di pace, “che sancì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e stabilì la creazione del Territorio Libero di Trieste (T.L.T.),” causò, per migliaia di persone residenti lungo la frontiera orientale, un esodo massiccio. Come sostenne Indro Montanelli, gli Istriani, i Fiumani e i Dalmati, sono “italiani due volte, per nascita e per scelta.”
Nel clima di violenza creato dai comunisti titini, molte furono le donne che, abbandonata l’idea della fuga e scegliendo l’Italia opponendosi alle forze partigiane, si trasformarono, loro malgrado, “in vere e proprie eroine, in martiri fiere e coraggiose, degne di essere ricordate e celebrate anche e distanza di tanti anni.”
La rasatura dei capelli, simbolo per eccellenza di vanità e bellezza, fu una delle umiliazioni più frequenti alle quali furono sottoposte le vittime di sesso femminile. Esse, purtroppo, nella quasi totalità dei casi, venivano violentate ripetutamente dai comunisti titini, prima di essere infoibate.
Un’altra prassi era quella di unire le vittime con un fil di ferro e sparare solo alla prime delle tre, in modo che le altre precipitassero vive nella foiba. La più famosa delle vittime della violenza comunista titina è Norma Cossetto, una ragazza universitaria di 23 anni, gettata viva nella foiba di Villa Surani la notte tra il 4 e 5 ottobre 1943, dopo essere stata violentata da 17 comunisti titini, che, a turno abusarono di lei. “Prima di essere lanciata viva nella foiba, Norma subì un’ulteriore tortura: gli aguzzini ferirono i suoi seni con un pugnale e poi le infilarono un pezzo di legno nei genitali.” La sua colpa fu quella di essere figlia del podestà di Visinada, Giuseppe, ucciso successivamente da un partigiano mentre cercava la figlia e infoibato anche lui. Insignita l’8 febbraio 2005 della Medaglia d’oro al valor civile, le fu conferita, il 10 febbraio 2022, dall’Università di Padova, la Laurea honoris causa. Ma, come scrive l’autrice nel titolo di questo capitolo “Eroine. Non solo Norma Cossetto”, tante altre furono le vittime della furia dei comunisti titini.
Maria Cnappi, di 42 anni, fu gettata nella foiba di Vines perché, secondo alcune testimonianze, “aveva assistito al parto di una donna slava il cui bambino era nato morto.” Secondo altre fonti sarebbe stata lei la colpevole del fatto e punita dai partigiani con l’accusa “di aver agito coscientemente per uccidere il bambino, in quanto italiana e, quindi, fascista,” poiché il feto sarebbe appartenuto a una famiglia slava.
Ci fu chi scelse di gettarsi da sola nella foiba, quella di Brestovizza, come la diciottenne Daniza Aurora Leghissa. Elvezia Ferrari Bracci, di Ville d’Icici, condannata perché insegnante d’Italiano, lingua invisa ai titini, fu legata per i capelli ad un albero e picchiata finchè il volto non si fu deformato.
Morì, nella notte di Natale del 1943, Dora Ciok, una ragazza di venti anni che abitava in un sobborgo di Trieste. Il 3 maggio 1945 fu arrestata, per aver rifiutato Danilo Pertot, un tenente dall’armata jugoslava, “forse il più grande criminale dell’epoca”. Non ricambiato, lui la prelevò, la violentò e poi la consegnò ai suoi uomini che la violentarono anch’essi per cinque giorni consecutivi, prima di gettarla semiviva e nuda nella foiba di Gropada.
Ad essere uccise furono anche alcune bambine, come Alice Abbà di 12 anni e Ludmilla Mauri, che di anni ne aveva 10.
Queste sono solo alcune delle innumerevoli donne scomparse e infoibate, anche perché non sempre i corpi delle vittime furono ritrovati. Molte famiglie vennero sottoposte alla confisca dei beni, come a Zara, quella dei Luxardo che produceva il maraschino. “Nicolò Luxardo e la mogli Bianca vennero uccisi a colpi di remo e annegati da un capo partigiano il 30 settembre 1944; contestualmente i loro beni furono confiscati.” Analoga sorte toccò alla famiglia Missoni – quella alla quale apparteneva lo stilista Ottavio – che “perse tutto durante la guerra e fu costretta all’esilio.” Ma gli infoibamenti avvennero anche al di fuori della cosiddetta frontiera adriatica, come quello nella foiba di Rossetta di Tonezza del Cimone, in provincia di Vicenza, oppure quello nella foiba di San Benedetto a Campastrino nel comune di Riccò del Golfo, in provincia di La Spezia.
A ricordare la tragedia delle foibe ci sono le voci dei superstiti, come quella di Egea Haffner (1941), “nota come la bambina con la valigia, perché così appare in una fotografia scattata nel 1945, anno della morte del padre, quando inizia la sua vita da esule.” E, come lei riporta nel suo libro “La bambina con la valigia”, “un esule, così come un profugo, non è un emigrante. Emigra chi parte per un altrove dove spera di trovare un lavoro e una vita migliore. […] Emigra chi può tornare. […] Un esule, invece, parte per sempre. […] Un emigrante ha una meta, un esule ha solo un passato.”
Poi c’è Mafalda Codan (1926-2013), “insegnante, fu arrestata il 7 maggio 1945 perché italiana e nemica del popolo slavo, ma si salvò perché la nave su cui la caricarono naufragò.” Si salvò buttandosi in mare e raggiungendo la terra ferma, dove però fu nuovamente catturata e imprigionata. Fu liberata il 10 giugno 1949 grazie a uno scambio tra la Croce Rossa italiana e quella slava. Nel suo diario, dal titolo “Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia”, racconta la crudeltà nei suoi confronti, anche da parte di donne assatanate di sangue e di vendetta. “Le donne mi colpiscono con grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse: “apri gli occhi che te li levo” mi grida.”
Come scrive l’autrice, “quelle raccontate in questo libro non sono solo storie di persone che non ci sono più: sono esse stesse la Storia che deve essere scritta perché finalmente quella delle foibe non sia più una questione “di confine”, ma diventi davvero di tutti.”
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