Torino 31/02/2026. The Day After
Datemi un martello / Che cosa ne vuoi fare? / Lo voglio dare in testa / A chi non mi va, sì, sì, sì…
Un colpo sulla testa / A chi non è dei nostri / E così la nostra festa / Più bella sarà, eh, eh, eh…
Datemi un martello – Rita Pavone (1964)
Gli “sfasciatori”
In un mio precedente articolo1 scritto qualche giorno prima della manifestazione tenutasi a Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna, preconizzavo banalmente i disordini che puntualmente si sono verificati ad opera del nucleo di black bloc che, ormai, rappresentano una costante di queste situazioni.
Nella capitale sabauda, a fronte di circa 20.000 manifestanti, il nucleo di “sfasciatori” era costituito da un migliaio di individui, di cui circa duecento impegnati negli attacchi reiterati contro le forze dell’ordine e nella conduzione di atti vandalici. Gli altri hanno agito per lo più con tattiche “mordi e fuggi”, sviluppate attraverso un singolo attacco – lancio di pietre, oggetti, bombe carta, bottiglie incendiarie – per poi scappare e nascondersi nella massa o nascondersi in vie laterali all’asse d’attacco principale, rappresentato da Corso Regina Margherita, ove era la sede del centro sociale.
A Milano, il copione si è ripetuto sabato 7 febbraio, con una manifestazione di 10.000 persone, degenerata in scontri e devastazioni a cura di un centinaio di “sfasciatori”. In questo caso l’oggetto delle contestazioni sono state le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Attaccate in quanto simbolo di una sorta di “ingiusta opulenza”, in realtà pretesto per la sistematica volontà di rovesciare il governo nell’ottica antagonista, il “sistema” quale esso sia, in quella anarcoide. Per comprendere la differenza tra le due linee di pensiero, rimando alla lettura del mio citato articolo.
La scelta del termine “sfasciatori” non è casuale, ma è ispirata da una tragicomica elaborazione concettuale del grande Paolo Villaggio, che descrisse un’aggressione al malcapitato Rag. Ugo Fantozzi da parte, appunto, di un gruppo di “sfasciatori” fascisti2.
La distanza ideologica tra i black bloc di oggi e gli “sfasciatori” di Villaggio è colmata dalla scelta della violenza distruttiva nelle modalità di azione e del colore nero delle rispettive uniformi, funzionale alla mimetizzazione nella guerriglia urbana per i primi e simbolo evocativo della “bella morte” per i secondi. Indubbiamente più pragmatici i primi, ad eccezione di un “rivoltoso” che, unico in mezzo agli altri, indossava un giubbotto rosso. La peculiarità dell’abbigliamento ha fatto sì che sia stato rapidamente individuato, identificato ed arrestato. Di “ingenuità operativa” si è ironicamente parlato nei media3.
Ma torniamo ai disordini. In riferimento all’ormai iconica aggressione al poliziotto rimasto isolato, condotta da una decina di individui anche con un martello (tra cui il genio della strategia che indossava il cardinalizio indumento), il giornalista Michele Santoro – notoriamente non un fan delle forze dell’ordine schierate nelle piazze – ha elogiato la capacità della polizia di reagire in modo adeguato, senza arrivare ad un eccesso che avrebbe potuto implicare una legittima reazione armata4. Come accadde, invece, a Genova durante i disordini nella manifestazione anti-G8. Per fortuna, per ora, tale eventualità non si è ripetuta.
Da un punto di vista analitico, è verosimile presupporre che l’escalation nella violenza e nelle aggressioni fisiche poste in atto dai facinorosi men in black che all’improvviso si materializzano nelle manifestazioni, di fatto spinga in direzione della ricerca del “morto” tra le proprie file, una figura da ergere a martire, vittima di uno Stato che per alcuni (soprattutto gli anarchici) sarà sempre e comunque “fascista e repressivo”, in quanto Stato.
D’altra parte i manifestanti che protestano per la mancanza di libertà nel nostro Paese, la deriva autoritaria e, dal loro punto di vista, la mai abbastanza stigmatizzata violenza delle forze dell’ordine, dovrebbero provare a subire gli effetti delle procedure tecnico-tattiche degli OMON5, la polizia specializzata negli interventi anti-sommossa in Russia (foto), o dei Basij (l’ex “Polizia morale”) e dei Pasdaran iraniani; questi ultimi non sparano lacrimogeni ad altezza uomo durante gli scontri. Sparano proiettili, secondo il modello “Bava-Beccaris”, da noi ampiamente superato e, giustamente, inconcepibile. Se fossero sottoposti a quel tipo di trattamento, ripensando alla condotta nostri tutori dell’ordine, riformulerebbero l’acronimo A.C.A.B. (All Cops Are Bastards) in A.C.A.G. (All Cops Are Gentlemen). Immaginate se i nostri “celerini” fossero addestrati ed impiegati come forze speciali, come gli OMON6 russi, esperti di cinturazione dei villaggi durante le operazioni di rastrellamento nelle guerre cecene e di contenimento dei militari russi che fuggono di fronte al fuoco di sbarramento delle unità ucraine. Contenimento attuato con le procedure che caratterizzarono le esecuzioni attuate dai nostri carabinieri sui disertori durante la Prima guerra mondiale. I nostri carabinieri schierati oggi nelle piazze con compiti antisommossa non sono quelli di allora. E non sono gli OMON di oggi.

I black bloc nostrani dovrebbero riflettere e ringraziare di non finire sdraiati ammanettati e con le ossa rotte, come accade ai manifestanti russi pacifici, non agli “sfasciatori”. Questi ultimi non finirebbero sdraiati e ammanettati. Finirebbero sdraiati e basta. Per sempre.
Con i pasdaran è peggio. Non distinguono tra manifestanti pacifici e “sfasciatori”. Sparano addosso alle persone. Ecco come si arriva ad avere migliaia di morti in pochi giorni.
Le infiltrazioni dell’estremismo islamico
Negli anni Settanta la società era sostanzialmente polarizzata attorno ai partiti politici istituzionali e anche i movimenti extraparlamentari erano sostanzialmente strutturati. Oggi, nella “società liquida” in cui siamo immersi la minaccia è rappresentata da molteplici realtà frammentate, organizzazioni che si coalizzano su certi temi per poi disgregarsi e rinforzarsi in altro modo.
Non è un segreto che nella galassia del movimentismo attuale7 accanto agli antagonisti, ai black bloc e a tanti altri, marcino i rappresentanti del movimento Pro-Pal, dai più moderati, ai più estremisti. I partiti della sinistra istituzionale sposano la causa e, ingenuamente, forniscono agli estremisti il viatico per catalizzare l’attenzione sulle loro organizzazioni, collocandole in una dimensione politica “presentabile”, che per l’“uomo della folla” (nell’accezione data dal sociologo Gustave Le Bon) non è certamente quella propugnata attraverso la violenza urbana. E, allora, la legittima causa di sostegno alla popolazione palestinese viene superata dalla fascinazione per un’inclusività manipolata dai leader locali delle rappresentanze islamiche in Italia che, ormai, puntano a conquistarsi uno spazio nel Parlamento.
Nel nostro Paese non esiste attualmente un “partito islamico” ufficialmente riconosciuto a livello nazionale, ma è stata recentemente costituita a Roma un’associazione politica denominata MuRo 27 (Musulmani per Roma 2027) in vista delle elezioni amministrative del 2027. A Torino, poi, assistiamo all’indignazione dei sostenitori dell’Imam arrestato per le sue esternazioni a giustificazione dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Il quadro che si delinea è drammaticamente chiaro e prefigura l’istituzione di un movimentismo islamico che, una volta raggiunta la posizione desiderata nell’agone politico, possa gradualmente affermare i propri principi. E, notoriamente, non si tratta di principi democratici; dunque, sono proprio i principi di quella Sinistra che dà loro voce perché possano raggiungere il loro scopo, a finire paradossalmente calpestati. Non è un problema trascurabile e deve essere gestito in modo adeguato ed intelligente.
Senza voler insegnare niente a nessuno, ma limitandosi ad osservare con critico distacco, è importante ribadire quanto sia fondamentale il principio del need to share tra gli organismi di sicurezza, quella oculata e puntuale condivisione informativa che, messi da parte gli interessi “di bottega” e le meschine invidie personali, consentono un’efficace tutela di uno dei principi cardine della nostre Costituzione: la “salvaguardia delle libere istituzioni”.
Per contro, voglio spezzare una lancia a favore dei nostri apparati di intelligence, con una considerazione di carattere assolutamente generale, valida per gli estremisti islamici, per i gruppi anarchici e antagonisti, per i sabotatori che agiscono per conto di stati esteri. Spesso i nostri “servizi” vengono tacciati di impreparazione e incapacità di svolgere il proprio lavoro di attività predittiva. Chi pensa questo è in malafede. Grazie all’intelligence molti attentati, sabotaggi e crimini vengono sventati, ma non è dato di saperlo. Ed è normale che sia così.
Il “senno di poi”
In numerosi dibattiti successivi agli eventi di Torino, è stata più volte sottolineata l’incapacità degli organizzatori della manifestazione di schierare un dispositivo di sicurezza formato dagli stessi animatori della protesta, ed è stato evocato lo spettro dei “servizi d’ordine” che si muovevano solidalmente ai cortei della sinistra negli Anni Settanta. In generale, i servizi d’ordine nelle manifestazioni di quegli anni in Italia, organizzate da entità come il Movimento Studentesco o Lotta Continua, erano gruppi con una vera e propria struttura paramilitare, interni ai partiti e ai movimenti politici, in particolare della sinistra extraparlamentare.

I ruoli e le funzioni del servizio d’ordine erano molteplici e variabilmente eseguiti a seconda dell’organizzazione di appartenenza:
- protezione del corteo: il compito primario era garantire che la manifestazione potesse svolgersi senza interferenze, in particolare da parte delle forze dell’ordine o di gruppi politici avversari (sia di estrema destra che di estrema sinistra);
- gestione logistica e sicurezza interna: si occupavano di mantenere l’ordine all’interno della manifestazione, evitando disordini interni, controllando l’accesso e assicurando il rispetto delle direttive degli organizzatori;
- scontri e difesa attiva: spesso, il servizio d’ordine si schierava in “prima linea” (da cui il nome dell’organizzazione armata Prima Linea, creata da fuoriusciti di Lotta Continua) per affrontare fisicamente le forze dell’ordine durante le cariche, utilizzando oggetti come caschi, bastoni e, a volte, sanpietrini divelti dalla strada. L’uso della violenza era una componente significativa e dibattuta all’interno degli stessi movimenti.
- prevenzione delle infiltrazioni: tentavano di identificare e neutralizzare le spie o agenti provocatori che potevano infiltrarsi nelle manifestazioni.
Vediamo, poi, quali fossero l’organizzazione e il contesto in cui si formarono questi “servizi d’ordine”:
- composizione: erano composti dai militanti più determinati e fisicamente preparati di ciascun gruppo. Spesso operavano con un abbigliamento distintivo (es. caschi, giubbotti) per riconoscersi tra loro e distinguersi dal resto del corteo e dalle forze dell’ordine;
- differenze tra gruppi: c’erano differenze sostanziali. I servizi d’ordine dei partiti più strutturati (come il PCI) erano generalmente più disciplinati e orientati a mantenere un ordine interno e a evitare scontri non voluti dalla leadership. Quelli dei movimenti dell’estrema sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, Potere Operaio, Autonomia Operaia, ecc.) erano spesso più politicizzati, militarizzati e inclini alla violenza politica e alla guerriglia urbana, vedendo lo scontro come parte integrante della lotta rivoluzionaria;
- contesto di violenza: l’attività dei servizi d’ordine si inseriva nel clima generale degli “anni di piombo”, un decennio caratterizzato da forte polarizzazione politica, scontri continui tra opposti estremismi e una crescente spirale di violenza che portò anche al terrorismo.
Se ci soffermiamo su questi ultimi aspetti, possiamo trovare una sorta di continuità tra la violenza di allora e quella di oggi, a prescindere dai tanto rimpianti “servizi d’ordine” a cui, tuttavia, va riconosciuta una certa efficacia in determinate situazioni. È il caso di quanto verificatosi in occasione del Social Forum tenutosi a Firenze nel 2002, quando il prefetto Achille Serra concordò con gli organizzatori lo schieramento di duemila portuali livornesi per garantire l’ordine interno all’evento8. Il problema è che nella configurazione sempre più parcellizzata delle manifestazioni attuali, non è facile individuare degli organizzatori con cui interagire in modo unico e inequivocabile per evitare la degenerazione della protesta in violenza.
Le radici dell’odio
Per comprendere il clima politico culturale in cui è maturato il movimentismo italiano del passato e quale sia l’eredità lasciata a quello presente, dobbiamo guardare alla città di Milano, vera e propria “fucina” di quella realtà, caotica e frammentata come quella odierna, soprattutto nelle sue fasi iniziali e, tuttavia, strutturata su solide basi ideologiche:
“Per quanto le sue prime avvisaglie, episodiche e frazionate nel tempo, fossero fatti di alcuni mesi prima (occupazioni, situazioni di tensione, prese di posizione significative), l’esplosione del movimento degli studenti avviene a Milano nella primavera del 1968. Si comincia con le occupazioni: occupano prima le scuole più “agitate”, poi quasi tutte le altre. Inizia nei cortei al Provveditorato agli Studi e alla sede centrale (facoltà umanistiche) dell’Università degli Studi (la “Statale”, come viene detta comunemente) dove studenti medi e universitari in agitazione tengono le prime assemblee cittadine. Praticamente è qui che nasce la definizione di “Movimento Studentesco Milanese”. È una definizione che sta ad indicare una realtà nuova, al suo primo stadio evolutivo. Lo sviluppo iniziale avviene su una tematica genericamente antiautoritaria e ristretta all’angusto ambito del rivendicazionismo scolastico: lotta per la riforma della scuola e per il suo “miglioramento”. Sono questi i tempi in cui l’attuale leader stalinista Mario Capanna pubblica un libretto dal titolo “Movimento Studentesco: crescita politica e azione rivoluzionaria” in cui teorizza la contestazione globale, la spontaneità delle masse, il rifiuto della delega di potere, la “politica fatta dalle masse e non dalle burocrazie” … I tempi di quel libretto sono anche i tempi in cui la struttura del Movimento è estremamente composita (ci sono rivoluzionari – pochi -, conservatori, moderati, riformisti e persino fascisti dichiarati) … La scelta riformista è in ogni modo linea vincente, e chi cerca il contatto con gli operai e con le forze rivoluzionarie è facilmente emarginato con la bolla di eretico estremista.”9
Diversamente da quanto accade oggi, in quel momento storico le organizzazioni cercavano delle figure di riferimento, avevano bisogno di leader a cui guardare e Mario Capanna diventò la figura centrale del Movimento Studentesco milanese. Da lui dipendevano i Katanga, i membri del servizio d’ordine del Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano; tale soprannome derivava dalla provincia secessionista del Katanga in Congo e fu dato loro in modo sprezzante dagli avversari politici, per sottolinearne l’atteggiamento aggressivo e “mercenario”, assimilato a quello dei gendarmi katanghesi degli anni Sessanta.
Noti per la loro organizzazione paramilitare e la ferrea disciplina, la loro “uniforme” tipica includeva l’uso di caschi da motociclista e, come strumento di difesa/offesa, la celebre chiave inglese Hazet 36, lunga circa 45 centimetri. Ne fece tragica esperienza lo studente Sergio Ramelli, ucciso da estremisti di Avanguardia Operaia10 per le sue posizioni di destra, proprio con un attrezzo simile11. Ricordo ancora la scritta sul muro di un caseggiato a Sesto S. Giovanni, città dove abitavo da bambino: “Tutti i fasci come Ramelli con una chiave tra i capelli”. La leggevo e non ne comprendevo il significato. Pensavo alle chiavi di casa e nessuno mi dava una spiegazione. Oggi, come abbiamo visto, si preferisce il martello. E anche l’uso dei caschi come protezione e per rendersi irriconoscibili è una delle procedure ereditate dai black bloc del nostro tempo. Avversari dei neofascisti e della polizia, i Katanga divennero famosi anche per i duri scontri con altri gruppi della sinistra extraparlamentare (come Lotta Continua o i gruppi anarchici), agendo spesso come una sorta di “polizia interna” del movimento.
Un mondo già all’epoca frammentato, dunque, da cui gli anarchici, oggi al contrario grandi protagonisti, erano esclusi:
“La partecipazione degli anarchici alla nascita ed al primo sviluppo del Movimento Studentesco è pressoché nulla. All’epoca esisteva a Milano un solo gruppo anarchico, la Gioventù Libertaria che poteva contare su pochi militanti, tra i quali solo due o tre studenti. Inoltre l’intervento della G.L. fu anche ritardato da una pregiudiziale diffidenza nei confronti degli studenti, una diffidenza solidamente motivata e strategicamente valida ma, a breve termine, certo frenante. Così l’unico intervento di rilievo degli anarchici, nella primavera del ’68 è la pubblicazione di un pamphlet (“Discorso degli anarchici della Gioventù Libertaria di Milano agli studenti universitari e medi, anarchici ad honorem per la stampa borghese”), in cui si definivano le linee generali di una analisi anarchica delle agitazioni studentesche, incentrata sul tema della divisione di classe tra lavoro manuale ed intellettuale e sull’ascesa della nuova classe dirigente tecno-burocratica.”12
Un altro esempio paradigmatico è quello del servizio d’ordine creato nel quartiere Casoretto, sempre a Milano. Gestito principalmente dai collettivi locali della sinistra extraparlamentare, il “Collettivo del Casoretto” era noto anche come “Banda Bellini”13. Questo gruppo, fondato e guidato da Andrea Bellini, fu una presenza significativa nell’attivismo milanese del periodo. Il collettivo operava nel quartiere e partecipava con un proprio servizio d’ordine alle manifestazioni politiche, spesso caratterizzate da un clima di tensione e scontri con le forze dell’ordine o con gruppi avversari. Il “Collettivo del Casoretto” gravitava nell’area dell’Autonomia Operaia milanese, un movimento che raggruppava diverse anime della sinistra extraparlamentare e che fu molto attivo in quegli anni, soprattutto intorno al 1977.

I membri del servizio d’ordine erano spesso riconoscibili per l’uso di caschi, bastoni e a volte maschere antigas, a dimostrazione della frequente preparazione a scontri fisici:
“La banda, formatasi sull’antifascismo milanese e resistenziale, dopo alcuni primi esperimenti si organizza sul modello dei servizi d’ordine della Statale. Questa è la scena d’impianto della banda Bellini. Ma questi picchiatori sono tutto tranne che dei subordinati e degli esecutori degli ordini dei burocratelli del movimento studentesco: rivivono, invece, in maniera originale e creativa, lo sviluppo dell’organizzazione di massa del nuovo proletariato milanese. La crisi del rapporto con la Statale dei Toscano, Cafiero e Giani avviene infatti molto in fretta, quando Andrea Bellini e gli altri capiscono quanto ammuffita e intellettualmente vigliacca sia l’ideologia stalinista che li domina. Ecco allora la banda aprirsi all’Unione Inquilini per legarsi al territorio; al servizio d’ordine di Architettura e a Lotta Continua, per aprirsi al sociale; poi all’Autonomia, per intervenire nelle lotte delle nuove generazioni, dell’operaio sociale, del nuovo precariato in formazione.”14
In sintesi, le radici della violenza attuata dal movimentismo attuale, fluido e generalmente privo di referenti che possano identificare una leadership di riferimento, vanno ricercate in quello più strutturato e “verticistico” del periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso.
Altre ipotesi inquietanti
Prima di concludere, guardiamo ancora a Milano e a quanto è accaduto in concomitanza della manifestazione del 7 febbraio. Presso la stazione ferroviaria di Bologna centrale sono stati tranciati i cavi sulla linea per Venezia; un ordigno incendiario di tipo rudimentale è stato individuato nello stesso punto e avrebbe dovuto bloccare il traffico in direzione opposta, ma non ha funzionato; una cabina elettrica è andata a fuoco alla stazione di Pesaro. Le conseguenze sono state forti ritardi e soppressione di treni.
L’ipotesi è quella di azioni coordinate e complementari alle proteste meneghine contro l’apertura delle Olimpiadi e la pista indicata è quella anarchica. Tuttavia, in virtù del particolare momento storico e pur non escludendo la suddetta pista, corre l’obbligo di complicare il modello. Scevri da qualsivoglia velleità complottista, consideriamo, allora, anche la longa manus di Mosca.
Sebbene il ministro degli esteri russo Lavrov obietti che ormai qualunque evento negativo sul pianeta l’Occidente lo attribuisce al Cremlino, dovrebbe riflettere sul fatto che, con la guerra ibrida condotta dalla Russia, probabilmente i Russi se la sono cercata. Pensiamo, infatti, alla “tokenizzazione”, cioè a quel processo di sostituzione di dati sensibili (come numeri di carte di credito o informazioni personali) con un equivalente non sensibile, chiamato token. Nella strategia russa consiste nell’esternalizzazione di compiti tattici a individui poco visibili e il cui impiego prevede costi molto contenuti. Si tratta del reclutamento decentralizzato di agenti inconsapevoli o sacrificabili per compiere sabotaggi fisici, inclusi incendi dolosi di magazzini e ricognizioni con droni15.
Tra il 2023 e il 2024 risulta che le operazioni di sabotaggio russe contro infrastrutture critiche in Europa siano quadruplicate, e la maggior parte delle azioni sarebbero state condotte da elementi reclutati nei luoghi in cui queste sono state condotte e istruiti appositamente per le stesse. Invece di sviluppare attacchi cinetici di alto profilo, queste operazioni privilegiano un modello di azioni persistenti, di bassa-media intensità, che complessivamente erodono la fiducia pubblica e la credibilità istituzionale delle autorità legalmente elette.
I Servizi del Cremlino spesso operano ingaggiando elementi inconsapevoli di agire per il governo di Mosca, reclutati tramite social media e app di messaggistica crittografata e pagati in criptovaluta, per mascherare i loro reali intenti strategici. Questi incarichi vanno dal fotografare convogli militari al posizionamento di dispositivi incendiari in strutture civili. Tali metodi consentono ai servizi segreti di non essere direttamente coinvolti nell’atto fisico, complicando l’attribuzione e garantendo al contempo che l’interruzione di un servizio coincida con momenti politicamente sensibili16. Da meditare.
Arriviamo alle conclusioni
Siamo in presenza di ideologie ben definite e poco mutevoli che non sono state influenzate dal trascorrere del tempo e, di contro, si manifestano con tecniche di aggregazione, organizzazione interna ed attività generiche in continua evoluzione. Da una parte, vi sono dei pilastri inamovibili costruiti su fondamenta ideologiche consolidate; dall’altra, vediamo il progresso tecnologico colmare il gap capacitivo nella condotta di attacchi diretti o nell’organizzazione interna a questi gruppi, le cui iniziative risulterebbero, altrimenti, inefficaci.
Tutti i movimenti di protesta che, a partire dagli anni Sessanta, hanno sfidato costantemente l’autorità politica e culturale del proprio tempo, miravano ad abbattere le barriere nazionali e creare sistemi di convivenza su basi ideologiche e culturali che trovavano il loro fondamento nella protesta: questa poteva assumere forme pacifiche in certi momenti ed in altri esplodere in episodi di violenza più o meno controllata. I “movimenti”, dunque, si sono significativamente trasformati, variando le proprie strategie operative e le varie forme di aggregazione ed organizzazione interna.
Contrariamente a quanto si evidenzia nel corso dei primi passi mossi dai vari movimenti di protesta, la struttura contemporanea è volutamente orizzontale. Nessun leader. Si comunica attraverso l’azione, che a sua volta alimenta la propria forza. È una lotta contro il potere. Gli obiettivi sono molteplici. Se inizialmente taluni si autodefinirono pacifisti e per essi l’azione violenta non fu una costante, ma una necessità, oggi la violenza è indiscriminata e pressoché irrinunciabile. L’obiettivo è guadagnarsi una visibilità mediatica in cui, tuttavia, la clandestinità è un elemento caratterizzante. Assistiamo ad una perpetua lotta contro pensieri e modelli che, in molti casi, non sembra seguire una linea d’azione cosciente.
In considerazione che lo slogan dei manifestanti di Torino è “Torino è partigiana” e che nei cortei echeggiano sempre le note di Bella ciao, chissà che i versi della scanzonata canzoncina di Rita Pavone, citata come epigrafe in apertura, non diventino l’inno degli esagitati black bloc, da intonare a latere di coloro che sfilano pacificamente. Un canto di battaglia dei ribelli 2.0, magari berciato con l’autotune.
Chiudo andando a rilassarmi ascoltando The hammer dei Motörhead, più affine al mio gusto musicale rispetto a Rita Pavone. E posso farlo serenamente solo per la consapevolezza che il poliziotto aggredito a martellate se l’è cavata con una prognosi favorevole.
1 N. Cristadoro, L’Internazionale Anarchica e il Movimento Antagonista due realtà in apparenza sovrapponibili ed erroneamente confondibili. Il caso-studio torinese, Difesa Online, 27/01/2026. https://www.difesaonline.it/2026/01/27/linternazionale-anarchica-e-il-movimento-antagonista-due-realta-in-apparenza-sovrapponibili-ed-erroneamente-confondibili-il-caso-studio-torinese/.
2 P. Villaggio, Fantozzi contro tutti, Rizzoli, 1979, p. 14.
3 Lo stato delle cose, Rai 3, 02/02/2026.
4 Ivi.
5Otrjad mobilnii osobogo naznačenija (Unità mobile per scopi speciali).
6 N. Cristadoro, Spetsnaz e corpi paramilitari dei Servizi di Sicurezza Russi. L’antiterrorismo sui campi di battaglia, Il Maglio, 2018.
7 N. Cristadoro, Difesa Online, ibid.
8 Intervista ad Achille Serra nella trasmissione Otto e Mezzo, La 7, 03/02/2026.
9 S.M., La spranga al potere, Rivista Anarchica, anno 1 n. 8, novembre dicembre 1971.
10 Organizzazione marxista-leninista che controllava il Movimento Studentesco delle Facoltà scientifiche milanesi e che, successivamente, cominciò a tenere manifestazioni separate.
11 G. Culicchia,Uccidere un fascista: Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio, Mondadori, 2025.
12 S.M., La spranga al potere, ibid.
13 M. Philopat, La Banda Bellini, Einaudi, 2007.
14 T. Negri, Banda Bellini, la scena dei `70, Il Manifesto, 30/11/2002. https://ilmanifesto.it/archivio/2002020251.
15 N. Cristadoro, Research Paper – Quando l’orso si traveste da serpente. Le operazioni dell’intelligence russa nella guerra cognitiva contro l’Occidente, Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, 2026.
16 N. Cristadoro, La Russia perfeziona la sua guerra ibrida in Europa, Limes online, 09/02/2026. https://www.limesonline.com/articoli/russia-perfeziona-guerra-ibrida-in-europa-sabotaggio-polonia-21166727/.
Immagini: OpenAI / Ilya Varlamov / web / LombardiaBeniCulturali
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