Operazione “Fish Food”: quando ChatGPT diventa un’arma per le PSYOP russe in Africa. E il Sahel diventa il laboratorio che minaccia il Piano Mattei
Mentre in Italia il dibattito sulla sicurezza nazionale resta impantanato nelle polemiche di palazzo, c’è una notizia passata completamente sotto silenzio che meriterebbe la prima pagina di ogni testata che si occupa di difesa. Il 26 febbraio scorso OpenAI ha pubblicato il report “Disrupting Malicious Uses of Our Models“, nel quale documenta lo smantellamento di una rete di account ChatGPT utilizzati dalla rete di propaganda pro-Cremlino Rybar per generare contenuti di disinformazione e, soprattutto, per pianificare operazioni di interferenza elettorale in Africa. Non stiamo parlando dell’ennesima troll factory con ragazzini pagati a cottimo per scrivere commenti sui social. Qui il salto è qualitativo: l’intelligenza artificiale generativa viene impiegata come strumento di pianificazione strategica per operazioni ibride che combinano manipolazione informativa e azione sul terreno.
Per chi non lo conoscesse, Rybar è tutt’altro che un attore marginale. Il canale Telegram principale conta circa 1,4 milioni di iscritti, il fondatore Mikhail Zvinchuk è un ex addetto stampa del Ministero della Difesa russo, e il finanziamento iniziale del progetto è stato attribuito da media indipendenti russi al defunto Yevgeny Prigozhin. Gli Stati Uniti hanno messo una taglia fino a 10 milioni di dollari per informazioni su questa rete. Non parliamo di dilettanti.

Rybar in Italia

Chi pensa che Rybar sia un fenomeno lontano, confinato ai canali russofoni di Telegram, si sbaglia. Il canale ha una versione italiana. A dicembre 2025 il sito Pravda Italia, uno dei terminali della rete di propaganda russofona adattata per il pubblico italiano, ha lanciato la promozione di “RYBAR IT” attraverso il canale Telegram “ukr_leaks_italia”, nodo consolidato della disinformazione filorussa nel nostro Paese. La descrizione è significativa: il più grande canale militare russo su Telegram, rapporti dettagliatissimi, testi ripresi da media occidentali e analisti militari. Non si vendono come propaganda. Si vendono come la fonte che i media mainstream non vogliono farti leggere. Ed è esattamente questo il posizionamento che li rende efficaci.
Rybar non è un blog amatoriale gestito da un paio di attivisti con troppo tempo libero. È una struttura editoriale professionale, con personale che padroneggia più lingue, compreso l’arabo, e che traduce sistematicamente i propri contenuti in francese, inglese, spagnolo, tedesco e ora italiano. Hanno tenuto corsi sull’analisi di fonti aperte in ambito universitario in Russia. Producono infografiche con uno standard grafico riconoscibile che attraversa l’intera griglia dei canali satelliti, ciascuno dedicato a una regione o a un tema specifico, dall’America Latina alla Polonia, dal Sahel al Medio Oriente. L’obiettivo è chiaro: costruirsi una reputazione da “media alternativo” serio, il tipo di fonte che intercetta chi ha perso fiducia nell’informazione tradizionale e cerca qualcosa che suoni indipendente. Un meccanismo che nel contesto italiano funziona particolarmente bene, dato il livello di sfiducia verso i media mainstream.
E il terreno italiano era già fertile. Un’indagine indipendente condotta da un ricercatore universitario milanese, poi ripresa da Linkiesta nel marzo 2025, ha fatto emergere un ecosistema che nessuno aveva mappato con questa precisione. Partendo dall’analisi automatizzata delle interazioni in gruppi Telegram legati alla cosiddetta manosfera e al radicalismo online italiano, il ricercatore ha risalito le catene di condivisione dei messaggi fino alle fonti originarie. Il risultato: oltre undicimila canali attivi in Italia che funzionano come fonti primarie o come punti di ridistribuzione di contenuti filorussi, fake news comprese. Il panorama ideologico è trasversale: estrema destra, neonazisti, rossobruni, comunisti conservatori, complottisti di varia natura. A unirli non è la coerenza politica ma la devozione alla figura di Putin e la narrazione della Russia come bastione dei valori tradizionali contro l’Occidente corrotto.
In questa rete compaiono nomi e sigle già noti alle cronache: Donbass Italia, gestito da Vincenzo Lorusso, quello che ha consegnato una petizione anti-Mattarella direttamente alla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, e i residui dell’Associazione Lombardia-Russia, finita al centro dell’inchiesta giudiziaria sull’ex portavoce della Lega Gianluca Savoini e i presunti finanziamenti russi al partito.
Quando a fine 2024 l’Unione Europea ha imposto a Telegram il blocco dei canali delle principali testate di propaganda statale russa, da RIA Novosti a RT, da Izvestia a Rossijskaja Gazeta, in almeno dieci Paesi UE tra cui l’Italia, il problema non si è risolto. Le analisi successive hanno individuato decine di canali propagandistici russi non affiliati formalmente ai media statali che continuano a operare indisturbati, in più lingue, senza che il blocco li tocchi. Rybar rientra esattamente in questa categoria: non è un organo statale, è qualcosa di più sottile e per questo più difficile da contrastare.
Riassumo il quadro. Rybar non è soltanto il canale Telegram da un milione e quattrocentomila iscritti che produce mappe sulla guerra in Ucraina. È una struttura con una redazione professionale, capacità multilingue, ramificazioni tematiche e regionali in decine di Paesi, una versione italiana operativa dal dicembre 2025 e un ecosistema di ridistribuzione nel nostro Paese che coinvolge migliaia di canali. È lo stesso soggetto che OpenAI ha sorpreso a usare ChatGPT per pianificare operazioni di interferenza elettorale in Africa. Questo dovrebbe bastare a far suonare qualche campanello.
Come veniva utilizzato ChatGPT
Secondo il report OpenAI (Disrupting malicious uses of our model), gli account bannati non si limitavano a generare post e commenti multilingue, in russo, inglese e spagnolo, da distribuire sia su account a marchio Rybar sia attraverso profili apparentemente indipendenti sparsi per il mondo. L’aspetto che cambia il paradigma è un altro: l’account principale ha usato ChatGPT per redigere proposte commerciali destinate a campagne coperte di interferenza in Africa. Proposte che includevano la gestione coordinata di account su X e Telegram, il lancio di un sito bilingue mascherato da piattaforma di giornalismo investigativo, l’acquisto di inserzioni su media francofoni, la costruzione di reti di amplificazione.
Un prompt chiedeva esplicitamente di revisionare una proposta per un team di interferenza elettorale già operativo sul campo africano, con attività che prevedevano la costruzione di reti di agenti locali e l’organizzazione di eventi su larga scala. Altre richieste riguardavano i processi elettorali in Burundi e Camerun, opzioni per campagne in Madagascar compresa l’ipotesi di fomentare proteste, e un’operazione informativa mirata sulla Repubblica Democratica del Congo. Il budget stimato per il progetto più ambizioso arrivava a 600.000 dollari l’anno.
In un caso documentato, un singolo prompt ha generato sette tweet distribuiti poi da sei diversi account su X. Il post più visto ha superato le 150.000 visualizzazioni. L’operatore produceva anche video promozionali attraverso Sora, il generatore video di OpenAI, e materiale per REST Media, testata che i ricercatori open-source hanno collegato al network Rybar. La catena era chiusa: si inseriva un articolo di REST Media accusando, per esempio, la Germania di costruire una rete di influenza in Moldavia, poi si chiedeva a ChatGPT di generare commenti a supporto, e quei commenti finivano su canali Telegram che rimandavano all’articolo originale. Un circuito di autoverifica apparente costruito interamente con l’IA.
Il quadro strategico: la “Compagnia” dell’SVR
Fish Food non nasce nel vuoto. Si inserisce in un contesto che l’inchiesta “Propaganda Machine” di Forbidden Stories ha documentato con una precisione impressionante nella seconda tranche pubblicata il 20 febbraio, e di cui in Italia non si è parlato quasi per niente.
Il consorzio giornalistico ha avuto accesso a 1.431 pagine di documenti interni provenienti da una rete di operazioni di influenza supervisionata direttamente dall’SVR, il servizio di intelligence estera russo. Piani strategici, biografie degli agenti, report operativi, registrazioni contabili, resoconti delle campagne condotte tra gennaio e novembre 2024. Un’infrastruttura di guerra cognitiva intercontinentale con un budget complessivo di 8,6 milioni di dollari.
I numeri parlano da soli: oltre 60 agenti identificati, cresciuti a 98 entro maggio 2024, distribuiti tra San Pietroburgo, Africa, America Latina e Medio Oriente. La rete, che internamente si chiama “la Compagnia”, era gestita da uomini di Prigozhin ed è passata sotto controllo diretto dell’SVR appena quattro mesi dopo la morte del patron di Wagner, nel dicembre 2023. L’obiettivo dichiarato della campagna “Confederazione dell’Indipendenza” era costruire una cintura di regimi amici della Federazione Russa strumentalizzando il risentimento postcoloniale.
Lo schema operativo è replicabile e scalabile: prima si mappa il panorama politico del Paese bersaglio per identificare le fratture sfruttabili, poi si reclutano giornalisti locali per disseminare propaganda, infine si costruiscono relazioni coperte con leader dell’opposizione, militari e uomini dell’intelligence attraverso lobbying e corruzione. In un solo mese, agosto 2024, sono comparsi 516 articoli con narrative filorusse sui media africani, per un costo di circa 340.000 dollari. Le spese mensili in piazzamenti mediatici ammontavano a 300.000 dollari, con tariffe che andavano dai 600 dollari per articolo in Benin ai 10.000 in Libia.
Non è teoria. I risultati sul terreno ci sono: il Niger ha cacciato le truppe statunitensi e accolto quelle russe, Mali e Burkina Faso hanno seguito traiettorie analoghe. Il generale Michael Langley, allora a capo dello US Africa Command, aveva lanciato l’allarme nel giugno 2024 avvertendo che le campagne di disinformazione russe stavano erodendo sistematicamente la credibilità occidentale nel continente.
Il Sahel come laboratorio della macchina propagandistica
C’è un capitolo dell’inchiesta Forbidden Stories che merita un’analisi specifica, perché riguarda direttamente lo spazio in cui l’Italia sta cercando di costruire la propria proiezione strategica con il Piano Mattei. È il capitolo dedicato all’offensiva informativa russa nel Sahel.
Il quadro che emerge è quello di una sostituzione sistematica dell’ecosistema informativo. Dopo i colpi di Stato che hanno rovesciato i governi eletti in Mali, Burkina Faso e Niger, lo stato della libertà di stampa in quei Paesi è crollato. Le voci critiche sono state messe a tacere con metodi che vanno dall’espulsione dei giornalisti stranieri all’intimidazione diretta, e il vuoto è stato immediatamente riempito da contenuti filorussi e “anti-imperialisti” che ora dominano le prime pagine dei giornali, inondano le frequenze radiofoniche e saturano i social network. “Essere giornalista in Niger significa cantare le lodi della giunta, tacere, oppure andare in esilio per non finire in carcere”, ha testimoniato un reporter nigerino a Forbidden Stories, sotto condizione di anonimato. Un collega burkinabé ha aggiunto: “Evito di coprire argomenti che potrebbero farmi sparire da un giorno all’altro.”
Il metodo russo nel Sahel va ben oltre la propaganda digitale. Ha una componente di reclutamento diretto del tessuto giornalistico locale e una dimensione istituzionale di soft power che ricorda le operazioni di lungo periodo dell’era sovietica, aggiornate con strumenti contemporanei.
Primo pilastro: i viaggi in Russia. Forbidden Stories ha documentato come diversi giornalisti e blogger saheliani siano stati portati in viaggio in Russia, e in alcuni casi persino nei territori occupati dell’Ucraina. Il caso del giornalista maliano Robert Dissa è emblematico: nel giugno 2024 ha visitato Mariupol, la città rasa al suolo dall’offensiva russa del 2022, per poi scrivere su Facebook che la città “respira calma” e che “interi nuovi quartieri stanno sorgendo dal suolo, ringiovanendo la città”. Una volta rientrato in Mali, Dissa ha organizzato la prima Giornata Culturale Russo-Maliana, con il tema “amore per la patria”, alla presenza del Console della Federazione Russa e di diversi ministri maliani. Chi accoglieva gli ospiti era obbligato a indossare sciarpe con i colori della bandiera russa.
Secondo pilastro: la formazione dei giornalisti. Poche settimane prima dell’evento culturale, Dissa ha inaugurato a Bamako una Scuola Russa di Giornalismo, senza sede fisica né sito web, interamente virtuale. Otto lezioni di venti minuti ciascuna, ospitate sulla piattaforma russa Yandex Disk e condivise con decine di giovani maliani. L’istruttore è Mikhail Pozdniakov, descritto sul sito di African Initiative come responsabile della redazione francofona dell’agenzia. A prima vista le lezioni sembrano ordinarie, fact-checking e data journalism, ma l’impostazione è rivelatrice: il giornalismo viene presentato come una forma di combattimento, i giornalisti come soldati. “Internet è stato trasformato in un campo di battaglia alternativo, dove la guerra non è condotta da eserciti regolari, ma da giornalisti, attivisti dell’informazione, tecnologi politici e opinion leader”, dice Pozdniakov in una delle lezioni. Le tecniche editoriali insegnate includono come smascherare i finanziamenti occidentali ai media, senza mai menzionare quelli russi, e come costruire titoli provocatori. L’esempio citato nella lezione non è casuale: “Macron, vattene: i risultati delle visite di Lavrov e Yevkurov nella Françafrique.” Secondo il sito di African Initiative, i tre migliori studenti della scuola andranno a formarsi in Russia e al rientro potranno entrare come corrispondenti nell’agenzia.
Terzo pilastro: African Initiative. Fondata nel settembre 2023, un solo mese dopo la morte di Prigozhin, questa agenzia è la nuova testa di ponte dell’interferenza russa in Africa. A differenza delle operazioni clandestine precedenti, African Initiative opera alla luce del sole: i suoi dirigenti appaiono in foto sui canali Telegram, organizzano eventi pubblici, sponsorizzano scuole di giornalismo. Ma il personale racconta una storia diversa. Anna Zamaraeva, ex portavoce di Wagner, è stata fotografata sia all’inaugurazione della Scuola di Giornalismo di Bamako sia negli uffici moscoviti di African Initiative. Viktor Lukovenko, anche lui legato a Wagner, ha fondato una filiale locale in Burkina Faso. Secondo l’indagine di The Insider, il caporedattore Artyom Kureev appartiene al Quinto Servizio dell’FSB, il dipartimento dell’intelligence russa responsabile delle operazioni internazionali. Le capacità di African Initiative vanno oltre la propaganda: è stata la prima a dare la notizia, sul proprio canale Telegram, dell’arrivo degli “specialisti militari russi” dell’Africa Corps in Burkina Faso, esattamente come i team di Prigozhin annunciarono a suo tempo l’arrivo dei mercenari Wagner in Centrafrica.
Quarto pilastro: le Case Russe. I “Russkyi Dom”, coordinati dall’agenzia federale Rossotrudnichestvo, che dipende dal Ministero degli Esteri russo e che l’Unione Europea ha sanzionato per il suo ruolo nella diffusione di disinformazione dopo l’invasione dell’Ucraina. Sono apparse in Mali nel giugno 2022, in Burkina Faso nel gennaio 2024, in Niger nell’ottobre 2024, e il programma prevede l’apertura in Guinea e in Costa d’Avorio. In Niger, come ha testimoniato un giornalista locale, “subito dopo lo scioglimento della casa della stampa del Paese, nel gennaio 2024, è nata la Casa Russa. Secondo alcune fonti, da allora lavora con i giornalisti vicini al governo.” A Bangui, la Casa Russa è gestita da Dmitry Sytyi, pioniere del gruppo Wagner. Di recente, bambini centrafricani vestiti con magliette bianche, blu e rosse a formare la bandiera russa sono stati filmati davanti alla spianata della struttura mentre auguravano buon compleanno a Vladimir Putin.
Il risultato complessivo è stato sintetizzato da un giornalista burkinabé intervistato da Le Monde, partner dell’inchiesta: “I russi sono riusciti a trasformare il panorama mediatico qui. Con la loro infiltrazione nei gruppi sui social network e il targeting dei critici del regime, tutti hanno paura. Nessuno osa parlare, nemmeno al telefono.”
L’IA come acceleratore della guerra cognitiva
Ho scritto a lungo su queste pagine del dominio cognitivo come sesto dominio operativo. Quello che emerge dall’incrocio tra il report OpenAI e l’inchiesta Forbidden Stories conferma un’evoluzione che era prevedibile ma che ora ha una documentazione concreta: l’intelligenza artificiale generativa non sostituisce l’infrastruttura umana delle operazioni di influenza, la potenzia. La “Compagnia” dell’SVR già disponeva di agenti sul terreno, giornalisti reclutati, reti di amplificazione, capacità di organizzare proteste e condizionare processi elettorali. L’IA interviene come moltiplicatore in ogni fase della catena: riduce i costi, moltiplica i contenuti, diversifica le lingue, automatizza la creazione di identità fittizie, permette di scalare operazioni che prima richiedevano decine di operatori.
Pensiamo al meccanismo complessivo. Nel Sahel hai una scuola di giornalismo russa che forma giovani reporter maliani con un approccio ideologico mascherato da professionalità, un’agenzia di stampa come African Initiative che li impiega come corrispondenti, Case Russe che offrono corsi di lingua e spazi di socializzazione, ex operativi Wagner che coordinano il tutto. Aggiungi ChatGPT che genera i contenuti in più lingue, Sora che produce i video, reti di account falsi che amplificano, e hai un ecosistema di guerra cognitiva integrato che opera simultaneamente sul piano fisico e digitale, dal reclutamento all’ultimo commento su Telegram.
C’è un passaggio del report che va sottolineato: gli operatori chiedevano a ChatGPT di scrivere nello stile di un “giornalista reale e vivente” e di rimuovere i trattini lunghi, percepiti come segno rivelatore di testo generato dall’IA. Sono consapevoli dei limiti dello strumento e lavorano attivamente per aggirare i sistemi di rilevamento. Questo livello di sofisticazione operativa non è da sottovalutare.
Le implicazioni dirette per l’Italia e il Piano Mattei
Arrivo al punto che mi preme di più, e che non è astratto. L’Italia, con il Piano Mattei e con la missione diplomatica Tajani-Piantedosi nell’Africa Occidentale dell’ottobre 2025, sta cercando di ricostruire una presenza nel Sahel che Roma stessa definisce strategica. L’obiettivo dichiarato è duplice: spingere sulla cooperazione economica e sulla sicurezza in una regione della quale l’Italia vuole essere “portavoce” in Europa, e sottrarre l’area all’influenza di Russia e Cina. In Niger, Tajani ha parlato esplicitamente di “contribuire alla lotta contro il terrorismo e all’immigrazione irregolare, rafforzando la cooperazione economica.”
Partiamo da un dato di fatto che andrebbe discusso più di quanto si faccia: nessun Paese appartenente alla regione del Sahel figura tra i nove Paesi pilota del Piano Mattei, nonostante l’ISPI abbia definito il Sahel “un’area strategicamente fondamentale per Italia e UE da un decennio”. L’Italia ha aperto quattro nuove ambasciate nella regione, in Niger, Burkina Faso, Mali e Mauritania, ha dispiegato la missione MISIN in Niger, l’AISE ha operato per liberare la famiglia Langone sequestrata a Koutiala nel febbraio 2024. Eppure il Piano non ha una componente saheliana diretta. E quando Meloni ha presentato il Piano al vertice Italia-Africa di Roma nel gennaio 2024, i Paesi del Sahel erano assenti: Mali, Niger e Burkina Faso, tutti governati da giunte militari pesantemente influenzate da Mosca, non hanno partecipato. Lo stesso giorno, quei tre Paesi annunciavano la loro uscita dalla CEDEAO, la comunità economica dell’Africa Occidentale.
Ma lo scenario che emerge dalle inchieste racconta una realtà ancora più preoccupante. La macchina propagandistica russa nel Sahel non è un’operazione parallela alla presenza militare: ne è il precursore e l’abilitatore. Prima arrivano i “politologi” e i giornalisti reclutati, poi le Case Russe e le scuole di formazione, poi i contratti di cooperazione militare, e infine i mercenari. In ogni Paese saheliano la sequenza è stata la stessa, e in ogni caso l’espulsione delle forze occidentali è stata preceduta da campagne di disinformazione che hanno creato le condizioni politiche per renderla possibile. Il 20 febbraio 2025 la Costa d’Avorio è diventata l’ultimo Paese africano a espellere le truppe francesi, dopo Chad, Mali, Burkina Faso e Niger. In ciascun caso, la partenza delle forze francesi è stata accompagnata da messaggi filorussi diffusi sui social media da influencer e creatori di contenuti.
Ad oggi non risultano contenuti prodotti da African Initiative o dalla Perspective Sahélienne specificamente diretti contro l’Italia o il Piano Mattei. Il bersaglio esplicito resta la Francia, seguita dagli Stati Uniti. Ma questo dato, apparentemente rassicurante, è in realtà il più insidioso. La rete russa non ha bisogno di nominare l’Italia per danneggiarla. Alla conferenza “L’Alliance degli Stati del Sahel e la Russia” organizzata dalla Perspective Sahélienne a Bamako il 1° dicembre 2024, il blogger militare russo Yuri Podoliaka ha dichiarato ai partecipanti africani che “numerosi Paesi africani si sono già confrontati con il cosiddetto neocolonialismo, creato dai colonizzatori occidentali per continuare a rendervi schiavi e a opprimervi.” La conferenza si è chiusa con un appello alla cooperazione informativa tra media russi e africani, descritta come “un’arma efficace nella lotta contro la propaganda occidentale.” Non la propaganda francese. Quella occidentale. L’Italia, nel momento in cui si presenta nel Sahel con il Piano Mattei, viene automaticamente incasellata in quella categoria.
Il livello di capillarità con cui questa narrativa viene veicolata è impressionante. African Initiative ha sviluppato persino un videogioco, una modifica di “Hearts of Iron IV”, in cui i giocatori possono dirigere i Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel e, a seconda delle scelte, devono raggiungere la creazione di una confederazione saheliana sovrana oppure “riportare i Paesi al passato coloniale”. Quando formi una generazione di giovani maliani, burkinabé e nigerini con l’idea che l’Occidente è il nemico da battere, dai videogiochi alle scuole di giornalismo fino alle conferenze sponsorizzate dall’FSB, ogni iniziativa europea che si presenta nella regione parte con un handicap informativo strutturale. I giovani giornalisti che oggi si formano nella Scuola Russa di Giornalismo di Bamako saranno domani quelli che scriveranno degli investimenti italiani del Piano Mattei, e li racconteranno con la lente che Pozdniakov gli ha insegnato: l’Occidente come nemico, la cooperazione come ingerenza, la Russia come unico partner legittimo.
Il caso della Namibia illustra quanto poco serva per avvelenare un processo politico: prima delle elezioni presidenziali del 2024, operativi russi hanno fatto circolare una lettera falsa in cui il Regno Unito dichiarava il suo sostegno all’opposizione, raggiungendo 1,7 milioni di persone online. Non servono miliardi per questo tipo di operazione. Bastano poche migliaia di dollari e un account ChatGPT. Il Piano Mattei, con i suoi 5,5 miliardi di euro, può essere neutralizzato da un’operazione informativa che ne costa centomila.
C’è poi una questione che riguarda direttamente la sicurezza nazionale. La destabilizzazione del Sahel alimenta flussi migratori verso la Libia e da lì verso le coste italiane. Ogni colpo di Stato facilitato dalla propaganda russa, ogni escalation jihadista che la Russia usa come pretesto per offrire i propri servizi di sicurezza, ogni compressione delle libertà civili che spinge popolazioni intere verso l’emigrazione, ha un impatto diretto sull’Italia. Non è un’esagerazione: è la catena causale documentata dai fatti degli ultimi tre anni. L’80% degli arrivi irregolari in Italia proviene da porti nordafricani, e la stabilità dell’arco saheliano è una precondizione per la gestione di quei flussi.
Se ChatGPT può essere usato per pianificare interferenza elettorale in Burundi, Camerun e Madagascar, non c’è nessuna ragione logica per cui lo stesso non possa accadere, o non stia già accadendo, in Europa. L’Italia, con un ecosistema informativo frammentato, una penetrazione capillare dei social e una scarsa alfabetizzazione digitale, è un bersaglio naturale. Eppure continuiamo a trattare il dominio cognitivo come un’appendice della comunicazione strategica anziché come un campo di battaglia autonomo. Non abbiamo una dottrina, non abbiamo strutture dedicate, non abbiamo un quadro di cooperazione strutturata tra istituzioni e fornitori di tecnologia. L’AI Act europeo non affronta in modo adeguato il problema dell’uso di modelli commerciali per operazioni di guerra cognitiva, e la responsabilità di individuare questi abusi ricade interamente su aziende private come OpenAI. È significativo che il rapporto tecnico congiunto su African Initiative pubblicato nel giugno 2025 porti le firme del SGDSN francese, del FCDO britannico e dell’EEAS europeo, ma non dell’Italia. Come se il problema non ci riguardasse.
Infine, una nota che dovrebbe far riflettere chi si occupa di intelligence. Il report OpenAI contiene anche il caso di un account collegato alle forze dell’ordine cinesi che utilizzava ChatGPT per redigere rapporti su una “Cyber Special Operation” mirata contro dissidenti all’estero. In una sola provincia, l’operazione impiegava 300 operatori con migliaia di account falsi attivi su oltre 300 piattaforme, utilizzando modelli IA come DeepSeek e Qwen. Se questo è il livello di industrializzazione raggiunto dalla sorveglianza digitale cinese contro i propri dissidenti, immaginiamo cosa potrebbe essere già operativo contro obiettivi strategici europei.
La domanda non è se queste tecniche verranno impiegate contro di noi. La domanda è se le stiamo già subendo senza rendercene conto. Il Piano Mattei, prima ancora di essere un piano economico, dovrebbe includere una componente di difesa cognitiva. Senza di essa, rischiamo di investire miliardi per costruire infrastrutture in un ambiente informativo che lavora sistematicamente contro di noi, formato da scuole di giornalismo russe, finanziato dall’SVR, amplificato dall’intelligenza artificiale, e progettato per far sì che qualunque cosa l’Occidente faccia nel Sahel venga percepita come l’ennesima forma di colonialismo.
Non è un rischio teorico. È la realtà operativa documentata da almeno tre servizi di intelligence europei. L’Italia deve attrezzarsi per non vedere vanificati i propri sforzi.
Fonti:
OpenAI, “Disrupting Malicious Uses of Our Models”, febbraio 2026 (https://cdn.openai.com/pdf/df438d70-e3fe-4a6c-a403-ff632def8f79/disrupting-malicious-uses-of-ai.pdf);
Forbidden Stories, “Propaganda Machine”, febbraio 2026 (https://forbiddenstories.org/propaganda-machine-secret-documents-reveal-russias-foreign-influence-strategy-across-three-continents/);
Forbidden Stories, “Russia’s information offensive in the Sahel“, novembre 2024 (https://forbiddenstories.org/propaganda-machine-russias-information-offensive-in-the-sahel/);
All Eyes on Wagner, “A New Chef in the Kitchen”, febbraio 2026 (https://alleyesonwagner.org/2026/02/14/a-new-chef-in-the-kitchen-the-svr-takes-control-of-the-wagners-influence-branch-for-offensive-operations-in-the-global-south/);
VIGINUM/SGDSN/FCDO/EEAS, Rapporto tecnico su African Initiative, giugno 2025 (https://www.sgdsn.gouv.fr/files/files/Publications/20250612_TLP-CLEAR_VIGINUM_FCDO_EEAS_Rapport_Technique_African_Initiative_FR.pdf);
Afrique XXI, “L’African Initiative consolide l’influence de la Russie en Afrique”, marzo 2026 (https://afriquexxi.info/L-African-Initiative-consolide-l-influence-de-la-Russie-en-Afrique);
L’articolo Operazione “Fish Food”: quando ChatGPT diventa un’arma per le PSYOP russe in Africa. E il Sahel diventa il laboratorio che minaccia il Piano Mattei proviene da Difesa Online.
Mentre in Italia il dibattito sulla sicurezza nazionale resta impantanato nelle polemiche di palazzo, c’è una notizia passata completamente sotto…
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