Erbil: nessun ferito tra gli italiani. Ma cosa accadrebbe se un giorno si aprisse davvero la porta della guerra per l’Italia?
Un missile ha colpito ieri l’area della base militare di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente anche un contingente italiano impegnato nelle attività della coalizione internazionale contro l’ISIS. A renderlo noto è stato il ministro della difesa, Guido Crosetto, con un messaggio inviato al deputato Angelo Bonelli e letto in diretta durante la trasmissione Realpolitik su Rete4.
Secondo quanto riferito dal ministro, non si registrano vittime né feriti tra i militari italiani. Crosetto ha spiegato di essersi messo in contatto personalmente con il comandante della base, colonnello Stefano Pizzotti, ricevendo rassicurazioni sulle condizioni del personale. Anche il capo di stato maggiore della difesa, generale Luciano Portolano, ha immediatamente avviato verifiche con il contingente.
L’episodio si inserisce in un contesto regionale già fortemente instabile, nel quale basi e infrastrutture militari occidentali sono diventate negli ultimi anni bersagli ricorrenti di attacchi missilistici o con droni da parte di milizie e attori statali o para-statali.
Al di là dell’evento in sé, che fortunatamente non ha provocato vittime, la vicenda solleva una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico italiano.
Siamo davvero consapevoli di cosa significherebbe, per il nostro Paese, essere coinvolti in un conflitto ad alta intensità?
Non si tratta di evocare scenari catastrofici né di alimentare allarmismi. È una domanda di natura culturale. L’Italia è un membro della NATO, ospita basi militari alleate, partecipa a missioni internazionali e dispone di forze armate professionali impegnate quotidianamente all’estero. Questo significa che il nostro Paese è parte integrante di un sistema di sicurezza collettiva.
Ma essere parte di un sistema di sicurezza implica anche l’accettazione di un dato fondamentale: le crisi internazionali non sono mai completamente “lontane”.
La guerra ad alta intensità – quella tra Stati o tra coalizioni di Stati – è qualcosa di profondamente diverso dalle operazioni militari (e relativa “narrativa”) a cui siamo stati abituati negli ultimi trent’anni. Non si tratta più di missioni limitate, circoscritte geograficamente, con un impatto diretto relativamente contenuto sulle società europee.
Un conflitto ad alta intensità coinvolge economie, infrastrutture critiche, catene logistiche, sistemi energetici, comunicazioni, cyberspazio e… opinione pubblica.
Coinvolge, in altre parole, la società nel suo complesso (e la tenuta di un governo).
Siamo preparati?
La domanda riguarda innanzitutto la cultura della difesa. In Italia il tema della sicurezza nazionale rimane spesso confinato all’interno di cerchie ristrette: militari, addetti ai lavori, pochi analisti. Nel dibattito pubblico prevale l’idea che la guerra sia sempre qualcosa che accade altrove, a distanza di sicurezza.
Eppure gli eventi degli ultimi anni – dall’Ucraina al Medio Oriente – dimostrano quanto rapidamente le crisi regionali possano trasformarsi in tensioni sistemiche.
L’Italia possiede forze armate di alto livello professionale e tecnicamente avanzate. Ma la difesa di un Paese non dipende soltanto dalla qualità dei suoi militari o dei suoi sistemi d’arma. Dipende anche dalla consapevolezza della società che quelle forze armate rappresentano.
Un Paese che non riflette mai sul tema della guerra rischia di scoprirne improvvisamente le implicazioni quando ormai non è più possibile ignorarle.
L’attacco alla base di Erbil, per fortuna senza conseguenze per i nostri militari, è solo un episodio. Ma è anche un promemoria.
Le crisi internazionali non chiedono il permesso prima di bussare alla porta.
La domanda che dovremmo porci, con serenità ma anche con onestà intellettuale, è semplice: siamo pronti a capire cosa significherebbe se un giorno quella porta dovesse aprirsi davvero?
Nota per il ministro: la comunicazione della Difesa nell’ultimo triennio è – e quindi sarà – politicamente e pubblicamente corresponsabile del risultato?
L’articolo Erbil: nessun ferito tra gli italiani. Ma cosa accadrebbe se un giorno si aprisse davvero la porta della guerra per l’Italia? proviene da Difesa Online.
Un missile ha colpito ieri l’area della base militare di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente anche un contingente…
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