Iran solo nella guerra. Cosa vale davvero l’asse con Russia e Cina?
Si può discutere di quale misura, e di quali conseguenze (soprattutto interne) ma nessuno può obiettare sul fatto che il regime di Teheran sia stato portato sull’orlo del collasso in pochi giorni di attacchi da parte degli Stati Uniti e di Israele.
Solo, isolato, anche se l’Iran avrebbe beneficiato enormemente dell’aiuto di alleati: in particolare di quelli dell’ asse “CRINK” (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) che si oppone all’ordine mondiale democratico (e poi si tratterà della solidarietà degli altri blocchi di cui faceva/fa parte).
Lasciando da parte altri soggetti, né Mosca né Pechino hanno offerto alcun sostegno concreto, limitandosi a critiche formali verso Stati Uniti e Israele.
Tale passività può avere diverse spiegazioni, per la Russia ovviamente la guerra in Ucraina, ma qualsiasi aspettativa di sostegno militare cinese è sempre stata errata.
Anche se Russia e Cina sono (o erano) indiscutibilmente i due maggiori partner dell’Iran, la Cina non si proietta nel mondo come la “nuova America” e con il relativo modello, ed ha idee molto diverse su come intervenire efficacemente nel mondo moderno.
Lo stesso conflitto iraniano potrebbe portare a considerazioni sulle“amicizie senza limiti”dei soggetti coinvolti, sull’affidabilità delle aspiranti potenze egemoni e sul costo di amicizia e protezione.
Mosca e Teheran sono diventate particolarmente unite a motivo della guerra in Ucraina, con le sanzioni occidentali che hanno favorito le condizioni per una stretta cooperazione reciproca, di integrazione militare sotto alcuni (noti) aspetti.
Dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, si è assistito a numerose visite ufficiali di alto livello, con la firma di un accordo di partenariato strategico che ha rafforzato i legami militari.
Secondo Bloomberg Mosca avrebbe acquistato da Teheran sistemi d’arma per un valore di oltre 4 miliardi di dollari, per lo più droni Shahed, in parte compensati dalle vendite da parte russa di jet da addestramento, elicotteri d’attacco, veicoli corazzati e armamento leggero.
Certamente i due paesi hanno cooperato nell’elusione delle sanzioni occidentali e hanno condiviso competenze sui sistemi di sorveglianza, oltre allo scambio di dati.
L’Iran ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia nel 2023. Sanzione di una grande amicizia tra Russa ed Iran, ma gli stretti legami con la Cina sono ben precedenti.
Già nel 2016, nel corso di una visita ufficiale di Xi Jinping, era stato sottoscritto un accordo di partenariato strategico, che ha portato nel 2021 all’elaborazione di un piano venticinquennale in base al quale Pechino si impegnava ad investimenti di 400 miliardi di dollari, brutale versione della politica del debito sempre adottata da Pechino, in cambio di forniture ininterrotte di petrolio iraniano per lo stesso importo (baratto).
Da tali rapporti bilaterali si sono anche sviluppati formati di cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina che – tra altri aspetti – dal 2019 hanno portato a periodiche esercitazioni navali congiunte (note comeMaritime Security Belt), mentre più in generale si sono tradotti in posizioni comuni su questioni globali.
Un “salto di qualità” ma anche una “apertura”, così era stata interpretata l’ammissione dell’Iran nei “club internazionali” promossi e guidati da Mosca e Pechino, con l’obiettivo di scalzare il peso del dollaro nelle transazioni globali: l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai nel 2023 e il rilancio l’anno successivo del gruppo BRICS di nazioni in via di sviluppo.
Tuttavia, nell’ora di maggior bisogno dell’Iran, né la Russia né la Cina sono intervenute in modo percepibile, almeno come dimostrazione di concreta solidarietà.
Non bastano per questo indiscrezioni secondo cui Mosca avrebbe fornito dati di puntamento su navi da guerra e aerei statunitensi impegnati in azioni sull’Iran: al massimo, se confermati, potrebbero essere visti più che un test come la risposta ritorsiva (“occhio per occhio”) del Cremlino all’assistenza dell’intelligence statunitense all’ Ucraina negli ultimi quattro anni.
Non è ancora nota alcuna assistenza sostanziale da parte cinese o almeno, nulla di paragonabile alle mosse russe è emerso finora, tanto meno denunciato dall’Amministrazione Trump.
Le azioni di Mosca e Pechino quale denuncia dell’attacco di Washington con una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono solo azioni di propaganda ad “uso terzi” e certamente non consoni alle aspettative della relazione trilaterale.
Poco vale a discarica, per quanto riguarda la Russia, che tutti i suoi moderni sistemi di difesa aerea S-400, aerei e missili che potrebbero essere utili all’Iran siano necessari e prioritari per la guerra in Ucraina, senza contare l’ambiguo canale del Cremlino con Washington che poterebbe a uno stallo per un’azione decisa ed evidente in Medio Oriente.
Alcuni analisti si spingono a commentare che, proprio quando la Cina si propone come alternativa e cerca di diventare la “nuova America”, avrebbe dovuto rapportarsi con i suoi alleati iraniani come Washington tratta i suoi alleati.
Non è così, perché la Cina mai ha trattato alla pari, mai considera gli interlocutori alleati di promo rango ed a tutti gli effetti ….
I tempi ed i modelli sono cambiati, soprattutto sono diversamente interpretati
Quando gli Stati Uniti divennero leader mondiali, la situazione era molto diversa; il loro ruolo globale fu la conseguenza della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, che richiese la creazione di una rete di alleati in grado di essere radunati contro un gruppo di nemici altrettanto chiaramente definito.
Washington ha dovuto conquistare nuovi alleati con offerte allettanti – comprese garanzie di sicurezza.
Quel modello oggi non funziona.
Il mondo non è più diviso in campi distinti; i processi si svolgono rapidamente e simultaneamente; le economie sono intrecciate, e la tecnologia facilita l’interferenza negli affari interni di altri stati.
È troppo tardi per gli Stati Uniti per revocare le garanzie di sicurezza che hanno dato ai loro alleati: ciò causerebbe un danno reputazionale troppo grave, ma la Cina ha da tempo capito la lezione e non ha mai fornito tali garanzie e—osservando le difficoltà attuali degli Stati Uniti—non ha intenzione di farlo adesso.
Pechino non usa MAI il termine “alleato“, preferendo “amicizia senza limiti” o “cooperazione strategica in tutte le condizioni…“
Non è la prima volta che la Cina si astiene dal correre in aiuto di partner strategici in difficoltà: Pechino è stata vistosamente assente per la Russia in Ucraina, in Venezuela con il presidente Maduro che dipendeva totalmente dal sussidio cinese (con grandi vantaggi per Pechino), in Pakistan nel suo conflitto con i talebani in Afghanistan (malgrado interessi diretti ed effetti immediati9.
Ma questo non è un segno di debolezza.
Il sostegno militare ai regimi amici non è mai stato parte della strategia cinese per la leadership globale.
La diversificazione, più ancora che la spregiudicatezza, è anche un pilastro della politica estera cinese.
Sebbene Pechino valorizzi i suoi legami con l’Iran, ha altri importanti partner in Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, che fornisce più petrolio alla Cina rispetto all’Iran.
L’Iniziativa Belt and Road di Pechino è integrata con la Vision 2030 di Riyadh, e i due paesi hanno successivamente firmato un accordo da 50 miliardi di dollari.
Il turnover commerciale tra la Cina e alcuni stati arabi—come gli Emirati Arabi Uniti—è quasi dieci volte superiore al volume del commercio della Cina con l’Iran.
La Cina collabora inoltre strettamente le monarchie del Golfo in paesi terzi, come ad esempio, un progetto di energia solare da 1 miliardo di dollari in Uzbekistan.
Tutti questi progetti congiunti (senza dimenticare legami significativi con Israele) sarebbero in dubbio se la Cina fornisse assistenza militare a Teheran, soprattutto considerando il fervore con cui l’Iran sta attualmente bombardando i suoi vicini del Golfo Persico.
Il rapporto tra USA e Cina, sarebbe forse meglio al momento parlare di Trump e Xi, è altalenante, se non in bilico: con aperture all’orizzonte, simbolicamente più che sostanzialmente importanti, la Cina non vuole compromettere i rapporti con gli Stati Uniti a causa dell’Iran.
Al momento, la priorità di Pechino è sopravvivere alla presidenza di Trump senza guerra commerciale o nuove escalation.
Naturalmente, la Cina cercherà anche silenziosamente di consolidare il proprio vantaggio nell’estrazione dei metalli di terre rare, acquisire quante più competenze possibili dalla tecnologia occidentale finché ne ha ancora accesso e raddoppiare la possibilità di sostituire le importazioni (che è stata data una priorità particolare nel piano quinquennale 2026–2030).
Anche se il regime iraniano non sopravvivesse ai bombardamenti ed alle azioni in corso, il suo successore non avrebbe altra scelta che impegnarsi con la Cina, che detiene il monopolio sulla consegna di beni ad alta tecnologia ed è il principale acquirente di petrolio iraniano.
Sarà sempre molto più facile per Pechino trovare un fornitore diverso (ad esempio, la Russia) che per l’Iran trovare nuovi acquirenti.
Per non parlare del fatto che le forniture di petrolio iraniane alla Cina diventeranno meno importanti per la Cina man mano che svilupperà fonti energetiche alternative.
Considerato tutto ciò, la Cina non ha assolutamente alcun motivo per coinvolgersi in una guerra regionale imprevedibile.
Ha molto più senso che Pechino resti a guardare, consolidare la propria posizione ed evitare di sprecare risorse su questioni periferiche.
La priorità di Pechino è la stabilità con la trasformazione dell’economia cinese dall’interno e la persegue dopo aver preso atto di un mondo che sarà molto diverso da quello stabile, prevedibile e globalizzato che ne ha anche favorito, spesso si potrebbe dire stupidamente se non in forma suicida, l’ascesa negli ultimi decenni, quando si propalava in occidente la favola della pace irreversibile
Washington è impelagata a gestire nel breve termine (quello di una democrazia con frequenti elezioni e cambi) un possibile tornaconto del disordine globale, l’Europa arranca nel tentativo di svegliarsi dal coma e di ritrovare se stessa nel mezzo dello smarrimento planetario, e Pechino, che non deve preoccuparsi (troppo) di alternanze, gioca la sua carta migliore, usuale ; l’attesa, che le conferisce capacità di scelta e migliore preparazione: Pechino è stata messa sulle difensive dalle scelte e dall’imprevedibilità di Trump, ma era ed è preparata con un’accorta suddivisione dei rischi.
l’Iran, come il Venezuela, la toccano pesantemente nel portafoglio e nelle mire di proiezione , ma come percentuale di rischio non hanno un peso eccessivo, e non meritano un confronto diretto con la furia americana .
La priorità ela fonte del potere è la crescita, che deve essere interpretata come uno strumento di potenza.
Non si tratta soltanto di svilupparsi insieme al resto del mondo, ma di distanziarlo, di rafforzare la posizione della Cina in un sistema internazionale percepito come più instabile e competitivo.
Le fragilità dell’economia cinese è sempre stata tenuta nascosta, anche come escalation commerciale con Washington; basterebbe considerare come i dazi americani abbiano solamente accentuato tensioni già esistenti; Il vero terreno di confronto non è tanto il negoziato con l’amministrazione Trump che ormai si preannuncia quanto l’aggiustamento delle politiche economiche domestiche.
Questo spiega anche la prudenza con cui Pechino sta gestendo il quadro geopolitico più ampio: la guerra in Iran, come ultimo e maggior evento, ha contribuito a destabilizzare i mercati energetici globali. Pechino non ha mai pensato ad interventi a difesa di alleati che non ha mai considerato tali, né pensa minimamente di difenderli al costo di un confronto diretto con Washington; al contrario, la leadership cinese sembra interessata a mantenere aperto un canale di dialogo con gli Stati Uniti, ed addirittura “conquistare punti” al riguardo.
La Cina sembra giocare da sola, e sottolinearlo: sembrerebbe voler cavalcare il disordine ma non ha nessun interesse a cavalcare la distruzione globale, e meno a lasciare uno spiraglio all’Iran come potenza nucleare, e meno ancora ad una minima ipotesi di scelte iraniane, come quella di ultima istanza di “bombe sporche”
La Cina come potenza nucleare non soggetta ad accordi, ma proclive ad un nuovo ordine globale, purché le convenga, la Cina con la sua capacità di pensare e giocare a lungo termine.
Chissà che la “solitudine” dell’Iran non sia una lezione per molti paesi, a cominciare da quelli I latinoamericani che pensavano di avere un partner serio, che non fosse Trump, paesi che sembrava volessero annuire alle preoccupazioni degli Stati Uniti mentre incassavano tranquillamente assegni cinesi … e oggi?
L’articoloIran solo nella guerra. Cosa vale davvero l’asse con Russia e Cina?proviene daDifesa Online.
Si può discutere di quale misura, e di quali conseguenze (soprattutto interne) ma nessuno può obiettare sul fatto che il…
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