Le dodici mappe di Londra e il fantasma di un’Europa che non c’è
Chi scrive un atlante geopolitico, in fondo, scrive sempre due libri. Quello che dichiara e quello che tace. Britain’s world: The strategy of security in twelve geopolitical maps, curato da James Rogers e Andrew Young per il Council on Geostrategy e pubblicato a fine 2025 sotto l’egida del First Sea Lord, il generale Sir Gwyn Jenkins, è un manifesto cartografico sofisticato, raffinato nella grafica, solido nelle annotazioni, firmato da un pool di analisti di prima qualità. Dichiara un Regno Unito arcipelagico, pivotale, che ricuce la propria centralità attraverso una rete di accordi bilaterali e minilaterali, dalla NATO all’AUKUS, dalla Joint Expeditionary Force al Global Combat Air Programme, dalla Northwood Declaration franco-britannica al Trinity House Agreement con Berlino. Tace, o meglio rimuove con quella particolare eleganza britannica che consiste nel non menzionare mai ciò che non conviene nominare, l’ipotesi che questa architettura sia meno una strategia e più una supplenza, una costruzione nel vuoto lasciato dalla Brexit e, soprattutto, nel vuoto che l’Unione europea si ostina a non riempire.
Vale la pena, dunque, leggere le dodici mappe di Londra a rovescio. Non per il piacere polemico di farlo, ma perché lo specchio rovesciato è l’unico strumento analitico che consente di vedere che cosa diventerebbe il mondo se l’Europa tornasse a essere quello che fu, un centro di gravità, e non un mercato regolatorio presidiato da ventisette capitali distratte.
La tesi implicita, il mare come alibi
Il volume apre con la citazione d’obbligo di Tim Marshall, la terra che ci ha plasmato, e con l’ammonimento di Mackinder che gli idealisti sono il sale della terra, ma sbagliano a pensare di aver trionfato sulla natura. È un’apertura colta, e non casuale. Serve a ricordare al lettore che la geografia conta, che Londra è un’isola, che il mare è superstrada e barriera insieme. Serve, soprattutto, a giustificare una scelta politica sotto la veste di una necessità geografica. Il Regno Unito, in quest’atlante, è descritto come costretto dalla propria natura archipelagica a guardare fuori dal continente, a tessere relazioni oltremare, a investire nella Royal Navy come primo strumento della potenza nazionale. Tutto vero. Tutto, però, anche comodo.
Perché la verità, che emerge proprio dalle mappe che il Council on Geostrategy pubblica, è che nessuna potenza media può affrontare da sola l’insieme delle minacce che il volume stesso elenca. Quando si confrontano le 94 unità maggiori della flotta russa con le 206 della NATO europea, il messaggio è apparentemente rassicurante. Salvo che quei 206 scafi non rispondono a un’unica catena di comando, non condividono una dottrina industriale, non sono sostenuti da un bilancio unificato e, soprattutto, non possono decidere insieme in tempi compatibili con una crisi vera. La superiorità numerica europea è una finzione statistica finché l’Europa non esiste come soggetto strategico. Su questo, l’atlante passa rapido.
Il CRINK e la frammentazione europea come premessa
La mappa dedicata al CRINK, l’acronimo che raggruppa Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, è forse la più onesta del volume. Grace Theodoulou e Victoria Vdovychenko scrivono, con una precisione che in altri capitoli manca, che non si tratta di un’alleanza ideologica ma di un matrimonio di convenienza, fondato sulla convergenza di interessi strategici e sulla percezione di un ordine avversario in affanno. Tenete a mente questa frase, perché è la chiave di volta di tutto il ragionamento. Il blocco dei quattro non tiene insieme perché condivide una visione del mondo, tiene insieme perché percepisce debolezza nell’ordine liberale. Esattamente come, un secolo fa, gli imperi centrali e la Russia zarista convergevano per frammentazione dei loro avversari, prima del 1914.
Ne consegue che il CRINK si dissolve il giorno in cui la percezione di debolezza cambia. E qui entra in gioco l’Europa.
Immaginiamo, come esercizio non di fantapolitica ma di scenario, che una convergenza di shock esterni, il ritiro americano dall’Europa sempre più esplicito nella seconda amministrazione Trump, la pressione russa ibrida persistente su Baltico e Artico, la guerra commerciale sistemica, le crisi migratorie mediterranee, spinga Londra, Parigi, Berlino, Roma, Varsavia, Madrid a qualcosa di più di una dichiarazione congiunta. Immaginiamo un’Unione della difesa con membership britannica piena, non necessariamente dentro il trattato di Lisbona, che politicamente a Westminster resterebbe impraticabile, ma un’unione funzionale sui dossier che contano, difesa, energia, cavi sottomarini, minerali critici, intelligenza artificiale sovrana, sicurezza cibernetica. Non un’adesione giuridica, un’integrazione strategica. A quel punto, l’atlante del Council on Geostrategy diventa obsoleto nel giro di ventiquattro ore, perché tutte le sue mappe vanno ridisegnate non sul perimetro britannico ma su quello euro-britannico.
Il primo effetto, immediato e misurabile, sarebbe la progressiva disarticolazione del CRINK. Un blocco continentale con massa economica prossima a quella americana, arsenale nucleare composto dalle 290 testate francesi e dalle 225 britanniche sotto una dottrina coordinata, industria manifatturiera tedesca integrata con quelle italiana, polacca e francese, scienza e tecnologia del Golden Triangle britannico connessa ai poli di Parigi-Saclay, Monaco, Eindhoven, Torino, Milano, costringerebbe Mosca a ricalcolare ogni gesto ibrido. La shadow fleet russa che oggi trascina ancore sui cavi sottomarini del Baltico con deniabilità plausibile perderebbe quella plausibilità il giorno in cui una forza marittima europea integrata, erede della Royal Navy, della Marine Nationale, della Marina Militare italiana e della Deutsche Marine, avesse mandato e regole di ingaggio unificate. Pechino, analogamente, perderebbe quello che è stato il presupposto implicito della sua ascesa europea, la frammentazione che le consentiva di negoziare porto per porto, capitale per capitale, la Belt and Road, il 5G, le terre rare, le acquisizioni tecnologiche.
Il Mediterraneo, il grande assente
Il punto cieco più eloquente del volume è il Mediterraneo, e qui il lettore italiano dovrebbe indignarsi un poco, o almeno prendere appunti. Nelle dodici mappe, il Mediterraneo compare come corridoio, come striscia da attraversare per arrivare a Suez, come fianco meridionale dove tenere Gibilterra e le Sovereign Bases di Cipro. Mai come teatro autonomo. Marc De Vore e Paul Mason, nel capitolo sulla difesa dell’Europa, dedicano al complesso Mediterraneo-Mar Nero-Mar Rosso qualche paragrafo diligente, ricordano le basi russe a Tartus che vacillano dopo la caduta di Assad, l’interesse del Cremlino per basi in Libia e Sudan, l’impatto del redirezionamento dei traffici attorno all’Africa dopo la crisi Houthi. Lo fanno, però, dal punto di vista di chi guarda dal Nord, di chi il Mediterraneo lo considera un problema di retroguardia.
Questa è una deformazione prospettica che l’Italia non può permettersi di ratificare. Il Mediterraneo è oggi, insieme al Wider North artico, la frontiera più calda dell’ordine europeo. Lo è per la pressione migratoria strumentalizzata a Nord dalla Bielorussia e a Sud dalle milizie libiche e dai regimi saheliani post-Wagner. Lo è per i cavi sottomarini che legano l’economia digitale europea all’Africa e all’Asia, e che in buona parte toccano terra sulle nostre coste. Lo è per le rotte energetiche che dall’Algeria e dall’Egitto alimentano ciò che resta della manifattura continentale. Lo è per la proiezione contro gli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb, dove la missione europea Aspides continua mentre gli americani vanno e vengono secondo l’umore di Washington. Un’Europa tornata al centro del mondo è necessariamente una potenza mediterranea, e questo ribalta interamente la prospettiva britannica, che il Mediterraneo lo vede come fianco da guarnire con qualche fregata e un paio di Typhoon a rotazione.
Per l’Italia, la posta in gioco è concreta, non retorica. Significa uscire dalla condizione cronica di fornitore di basi e co-finanziatore di architetture altrui, per convertirsi in co-gestore strategico di un teatro dove la nostra geografia smette di essere una fatalità da subire e diventa un asset da valorizzare. Significa, per una volta, che Sigonella, Aviano, la Maddalena, Decimomannu non siano solo infrastrutture ospitate, ma nodi di una dottrina mediterranea condivisa in cui l’Italia abbia voce primaria. Significa, soprattutto, che quando si scriverà il prossimo atlante, il baricentro non sarà Plymouth ma Napoli, o Taranto, o Brindisi. Il che presuppone, beninteso, che il ceto dirigente italiano smetta di delegare a Londra o a Parigi il compito di disegnare le mappe in cui poi ci collochiamo.
Northwood come prototipo di deterrenza europea
Il 10 luglio 2025 a Northwood, Parigi e Londra hanno firmato una dichiarazione che l’atlante presenta come rafforzamento bilaterale, e che invece è molto di più. La formula secondo cui non esiste minaccia esistenziale all’Europa che non solleciti una risposta congiunta delle due nazioni nucleari del continente è, in termini dottrinali, una piccola rivoluzione. Estende de facto la garanzia nucleare francese all’intera area euroatlantica, in una misura che nemmeno la Francia gollista aveva mai formalizzato, e vincola la deterrenza britannica a una logica continentale che sembrava archiviata con la Brexit.
In uno scenario di reintegrazione strategica, questa formula si estenderebbe a un meccanismo di consultazione permanente che include Berlino, Roma, Varsavia, Madrid, Stoccolma. Le 515 testate complessive franco-britanniche rispondono a una dottrina condivisa, con targeting coordinato e, soprattutto, con una garanzia politica che non dipende più dall’umore del Presidente americano di turno. Gli F-35A britannici a capacità duale, che l’atlante descrive come strumento nazionale dispiegabile in Romania, Estonia o Norvegia per minacciare la Flotta del Nord russa a Severomorsk o la Flotta del Mar Nero a Sebastopoli, diventerebbero in uno scenario integrato l’asset sub-strategico europeo, con Londra custode tecnico di una deterrenza politicamente continentale. Questo non è fantapolitica, è la lettura razionale di una traiettoria già in atto, accelerata ogni giorno di più dall’inaffidabilità della garanzia americana.
Gli ostacoli, che non sono solo politici
Sarebbe disonesto chiudere senza nominare le ragioni per cui questo scenario resta, al momento, un esercizio intellettuale. La cultura strategica britannica è stata plasmata da quattro secoli di equilibrio europeo gestito dall’esterno, e l’idea stessa di integrarsi nel continente contraddice il mito fondativo della nazione, reinterpretato con enfasi proprio da questo atlante. La cultura strategica francese, a sua volta, è gelosa della force de frappe come attributo sovrano, e ogni europeizzazione della deterrenza viene letta a Parigi come cessione di sovranità, benché oggi la Francia sia l’unica a possedere il modello dottrinale che l’Europa richiederebbe. La Germania porta il peso di una rimozione pacifista che rende culturalmente difficile l’assunzione del ruolo di potenza militare che la sua economia giustificherebbe, nonostante il Zeitenwende dichiarato e i centomila euro per miliardo stanziati nel bilancio federale. La Polonia investe in capacità terrestri tra le più ambiziose della NATO, ma conserva una cultura strategica fortemente atlantista, più fiduciosa di Washington che di Bruxelles o Berlino.
E l’Italia, che è poi il punto che mi interessa di più, rischia ancora una volta di essere tavolo senza essere commensale, di ospitare basi senza co-decidere dottrine, di pagare quote senza pesare nelle scelte. È il nodo politico, prima che strategico, su cui il nostro ceto dirigente dovrebbe interrogarsi, invece di limitarsi a ratificare architetture altrui con la solita dichiarazione di solidarietà atlantica o europea a seconda di chi parla.
L’atlante che manca
Britain’s world è un volume che la comunità strategica italiana dovrebbe leggere con attenzione, non per applaudire la narrazione, ma per costruire la replica. Manca un atlante italiano della sicurezza, manca un atlante europeo che riprenda lo stesso format delle dodici mappe ma capovolga il baricentro, dal Wider North al Mediterraneo allargato, dalle rotte atlantiche alle interconnessioni euroafricane, dai cavi sottomarini britannici alla mappa integrata delle vulnerabilità digitali dell’Unione. Senza quella replica cartografica, la narrazione dell’eccezione britannica diventa la narrazione dominante anche a Bruxelles e a Roma, e le scelte di investimento industriale, di dottrina militare, di politica estera finiscono per seguire le mappe che qualcun altro ha disegnato.
Un’Europa che torna al centro del mondo comincia dal disegnare le proprie mappe, e deciderà poi se Londra ne farà parte come pivot interno o come partner esterno. Ma la decisione deve essere continentale, non concessa dall’esterno. Il volume del Council on Geostrategy, con tutto il suo indiscutibile valore analitico, racconta infatti la storia di una potenza che preferisce essere indispensabile piuttosto che integrata, e questa preferenza è legittima ma non è affatto neutra, configura un’Europa permanentemente subordinata a un’architettura che non controlla.
L’alternativa non è respingere Londra, sarebbe miope e autolesionista. L’alternativa è costruire il contesto nel quale Londra troverà conveniente rientrare, un’Europa che abbia finalmente qualcosa da offrire che non sia un mercato regolatorio e una burocrazia normativa, ma una strategia. Una postura. Un’idea di sé.
Finché quel contesto non esiste, le dodici mappe di Londra continueranno a essere l’unico atlante disponibile. E chi non disegna mappe, si sa, finisce sempre per abitare quelle altrui.
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