Il caos è una strategia? Dalla geopolitica delle risorse alla guerra delle narrazioni
Negli ultimi anni, una delle tentazioni più ricorrenti nell’analisi geopolitica è stata quella di liquidare alcuni leader come irrazionali, impulsivi o semplicemente caotici. Questo approccio, apparentemente rassicurante, rischia però di oscurare la dimensione più propriamente strategica del problema.
La figura di Donald Trump è stata spesso interpretata in questa chiave: un attore imprevedibile, capace di destabilizzare alleanze e crisi senza un disegno coerente. Eppure, una lettura alternativa ‒ come quella proposta dalla cosiddetta Predictive History del professor Jiang, una lettura di ampia diffusione ma non accademicamente strutturata1 ‒ invita a rovesciare completamente il paradigma interpretativo. Non si tratterebbe di caos, ma di una forma estrema di razionalità strategica.
La tesi merita di essere esposta nella sua logica interna prima di essere sottoposta a critica. Secondo questa prospettiva, ciò che appare incoerente sarebbe in realtà parte di un disegno più ampio: accelerare un collasso globale già latente per consentire agli Stati Uniti di emergere come perno di un nuovo ordine fondato non più sulla finanza, ma sul controllo diretto delle risorse. In questo schema, snodi critici come lo Stretto di Hormuz assumono un valore decisivo: la loro interruzione provocherebbe uno shock sistemico tale da rendere Europa e Asia dipendenti da forniture energetiche e alimentari nordamericane. Il debito statunitense, oggi percepito come vulnerabilità, si trasformerebbe così in una leva, poiché i principali attori globali non potrebbero permettersi di abbandonare il sistema dollaro.
Questa visione ha il merito di riportare al centro della riflessione strategica un elemento spesso sottovalutato negli ultimi decenni: la materialità del potere. Energia, cibo, materie prime tornano a essere i veri fondamenti dell’egemonia, ben più della finanza astratta. Allo stesso tempo, essa tenta di restituire coerenza a comportamenti che, osservati superficialmente, sembrano contraddittori. Tuttavia, proprio nel momento in cui questa teoria appare più affascinante, emergono i suoi limiti strutturali.
L’idea di un “collasso controllato” presuppone infatti un grado di dominio sugli eventi che la storia difficilmente conferma. Le grandi crisi sistemiche ‒ dalla Prima guerra mondiale, come dimostrato emblematicamente dalle dinamiche di escalation del 1914, alle crisi finanziarie contemporanee ‒ mostrano come i processi di gestione delle spirali di violenza sfuggano rapidamente al controllo degli stessi attori che li hanno innescati. In un sistema globale profondamente interconnesso, non esiste un collasso selettivo: gli shock si propagano in modo non lineare, colpendo anche chi li ha generati. La chiusura di uno snodo come Hormuz, pur danneggiando gravemente le economie europee e asiatiche, avrebbe effetti devastanti anche sul sistema finanziario globale, sulle catene di approvvigionamento tecnologico e sulla stessa domanda internazionale da cui dipende una parte rilevante della potenza economica americana.
In questo senso, più che a una strategia di distruzione dell’ordine internazionale, ci troviamo di fronte a un processo di sua riconfigurazione. Le alleanze non scompaiono, ma cambiano natura. Strutture come la NATO non vengono necessariamente smantellate, bensì progressivamente trasformate: da comunità fondate su valori condivisi a strumenti sempre più transazionali, in cui la solidarietà automatica tende a lasciare spazio a logiche di convenienza strategica e la protezione diventa una funzione negoziabile. Non è la fine del sistema, ma il suo riassetto gerarchico.
Una strategia fondata sulla destabilizzazione sistemica produce inevitabilmente un effetto collaterale: erode l’autorevolezza di chi la attua. Ed è proprio in questo spazio ‒ il vuoto di credibilità ‒ che si inserisce la guerra cognitiva dell’avversario.
Gli eventi recenti legati al confronto con l’Iran ne offrono un esempio illuminante. Teheran ha affiancato alle operazioni militari e diplomatiche una strategia comunicativa basata su contenuti satirici e video generati tramite Intelligenza Artificiale, diffusi attraverso i canali ufficiali delle proprie ambasciate: la leadership americana vi appare in forma caricaturale, privata della propria aura di controllo, trasformata in personaggio di una narrazione virale. Non si tratta di semplice propaganda, né di una forma aggiornata di guerra psicologica tradizionale. Il “meme”, la rappresentazione parodica, il contenuto costruito per la circolazione algoritmica diventano vettori di delegittimazione capaci di agire con velocità e capillarità che nessun mezzo convenzionale può eguagliare ‒ a costo quasi nullo e con impatto potenzialmente significativo, soprattutto in società altamente mediatizzate.
La guerra cognitiva contemporanea non si esaurisce però nella delegittimazione del singolo leader. Essa produce anche una saturazione informativa che rende sempre più difficile distinguere tra realtà operativa e narrazione costruita e genera un disallineamento percettivo tra opinione pubblica e dinamiche strategiche, complicando il processo decisionale interno agli stessi Stati.
Qui emerge un paradosso particolarmente interessante. Se si accetta, anche solo in parte, l’ipotesi di una strategia basata sull’uso deliberato del caos, allora bisogna riconoscere che tale scelta comporta una vulnerabilità crescente sul piano cognitivo. Il caos può essere utilizzato come strumento, ma non può essere completamente governato. E nel dominio cognitivo questa verità è amplificata: più un attore destabilizza l’ambiente, più moltiplica le narrazioni concorrenti, riducendo la propria capacità di imporne una dominante. Il controllo degli eventi materiali non garantisce più il controllo della narrazione, e la perdita di quest’ultima può avere effetti strategici concreti.
In questo contesto, la posizione europea appare particolarmente delicata. L’Europa dispone ancora di risorse economiche, tecnologiche e industriali rilevanti, ma sconta una fragilità strutturale nella dimensione cognitiva: dipendenza da piattaforme informative esterne, frammentazione del dibattito pubblico, assenza di una strategia comunicativa integrata. Il rischio non è soltanto quello di una subordinazione energetica o militare, ma di una marginalizzazione narrativa, in cui le dinamiche del conflitto vengono interpretate e filtrate da altri. Costruire autonomia su questo piano richiede non solo regolazione delle piattaforme, ma investimenti strutturali in ecosistemi informativi propri e nella formazione di élite capaci di operare nello spazio cognitivo.
Il quadro che emerge è più complesso ‒ e meno rassicurante ‒ di quanto suggerisca la contrapposizione tra caos e strategia. Non siamo di fronte a un piano onnipotente di distruzione e ricostruzione dell’ordine globale, ma a una fase di competizione intensa in cui strumenti tradizionali e innovativi si intrecciano. Le risorse materiali restano fondamentali, ma non sono più sufficienti. La capacità di influenzare percezioni, costruire narrazioni e orientare il consenso diventa un elemento decisivo quanto il controllo di energia e territori. Se nel Novecento la superiorità militare garantiva il controllo del campo di battaglia, nel XXI secolo essa non garantisce più il controllo del significato della vittoria. E in un ambiente in cui la percezione può precedere e deformare la realtà, può accadere che una potenza perda terreno non sotto il fuoco nemico, ma sotto il peso di una narrazione che non riesce più a dominare.
1 La cosiddetta “Predictive History” fa riferimento a un canale di analisi geopolitica diffuso su piattaforme digitali, caratterizzato da un approccio divulgativo e non riconducibile a un’istituzione accademica formalmente identificata. Le tesi attribuite al “professor Jiang” sono richiamate in questo contesto come esempio di modello interpretativo alternativo, utile a stimolare la riflessione critica su dinamiche strategiche contemporanee, e non come fonte dottrinale o scientifica in senso stretto.
*L’autore è ufficiale e docente di Storia Militare
Fonti e riferimenti essenziali
(non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
- Clausewitz, C. von (2024), Della guerra, ed. integrale, prefazione di Mini F., trad. Fumagalli G., Tarsetti M., Villa M., IBEX Edizioni.
- Mearsheimer, J.J. (2019), La tragedia delle grandi potenze, LUISS University Press.
- Kaplan, R.D. (2012), The Revenge of Geography. What the Map Tells Us About Coming Conflicts and the Battle Against Fate, Random House.
- Yergin, D. (2020), The New Map. Energy, Climate, and the Clash of Nations, Penguin Press.
- Singer, P.W. & Brooking E.T. (2018), LikeWar. The Weaponization of Social Media, Houghton Mifflin Harcourt.
- Galeotti, M. (2022), The Weaponisation of Everything. A Field Guide to the New Way of War, Yale University Press.
- Kai-Fu Lee (2018), AI Super-Powers. China, Silicon Valley and the New World Order, Houghton Mifflin Harcourt.
- Articoli in Predictive History, canale Youtube di analisi geopolitica (2023-2026). Link: https://youtube.com/@predictivehistory?si=uF-cMpwwZfD8MPls Nota: fonte di larga diffusione non accademica, richiamata per il suo valore interpretativo e non come autorità scientifica.
- Articolo “La guerra in Iran è un disastro per Trump: ora viene sbertucciato anche sui social”, Dagospia/La Stampa (2026). Link: https://m.dagospia.com/media-tv/guerra-in-iran-e-disastro-per-trump-viene-sbertucciato-sui-social-i-471894.
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Negli ultimi anni, una delle tentazioni più ricorrenti nell’analisi geopolitica è stata quella di liquidare alcuni leader come irrazionali, impulsivi…
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