La trappola strategica intorno agli Emirati: tre vettori convergenti
Mohammed bin Salman non aspetta dal 28 aprile. Aspetta da anni. Quando l’erede al trono saudita ha letto sul desk di Riyadh il dispaccio dell’agenzia WAM con cui Abu Dhabi annunciava l’uscita unilaterale dall’OPEC senza consultarlo, è probabile che abbia sorriso. Era la scusa che aspettava per chiudere un conto aperto da almeno cinque anni con Mohammed bin Zayed. Oggi quel conto è sul tavolo, e il punto su cui converge tutto il dossier è uno solo: MBZ, con una miscela di provincialismo geopolitico e calcolo di breve respiro, sta servendo gli Emirati su un piatto d’argento al rivale saudita.
Gli UAE sono prigionieri di una trappola che si chiude lungo tre direttrici simultanee: la chiusura dello stretto di Hormuz, le elezioni americane di metà mandato, la pazienza saudita.
La prima lama è Hormuz, e il quadro non promette niente di buono per Abu Dhabi. Il 12 aprile JD Vance aveva dichiarato fallite le trattative USA-Iran. Il 27 aprile Teheran ha proposto la riapertura dello stretto in cambio del rinvio sul nucleare; Washington ha segnalato rifiuto. Trump ha ordinato alla Marina di «sparare e uccidere qualsiasi imbarcazione che posi mine nello stretto». Il 2 maggio il vice comandante del Khatam al-Anbiya, Mohammad Jafar Asadi – uno dei massimi ufficiali del comando operativo militare iraniano – ha dichiarato all’agenzia Fars che «una ripresa del conflitto tra Iran e Stati Uniti è probabile», aggiungendo che gli americani «sono caduti in una trappola dalla quale non hanno via d’uscita». Lo stesso giorno Trump ha detto di non essere soddisfatto della nuova offerta iraniana sul tavolo.
La guerra militarmente è in stallo, ma è uno stallo carico di tensione che può ricominciare in qualsiasi momento – e ogni settimana è una settimana di emorragia di riserve in dollari per gli emiratini. Il fronte interno americano peggiora il quadro: approval rating Trump al trentaquattro per cento, sull’economia ventisette (sotto Biden), sull’Iran trentadue. La CNN ha fatto il paragone più doloroso: bisogna sostituire «Iraq» con «Iran» e siamo a Bush nel 2006. Trump può twittare che l’Iran è «in stato di collasso», ma è propaganda: Teheran sta negoziando con Cina, Russia e Pakistan, e dal comando militare iraniano dicono il contrario. Il tempo non gioca dalla parte di Abu Dhabi.
Cosa significa per gli UAE?
Significa che il peg1 – l’ancoraggio del dirham al dollaro a 3,6725 dal 1997, che da quasi trent’anni regge l’intero sistema finanziario di Abu Dhabi e Dubai – comincia a non avere più munizioni per essere difeso. Le riserve liquide effettivamente spendibili (non i 270 miliardi nominali, ma la frazione realmente convertibile senza fire sale) scendono sotto i cinquanta miliardi nello scenario di chiusura prolungata. Le scadenze dei bond Abu Dhabi e Sharjah, complessivamente 3,7 miliardi, arrivano in piena stagione di stress. È qui che il peg salta. Non per scelta, per esaurimento di munizioni.
La seconda lama è il calendario politico americano. Trump sta predisponendo la copertura emiratina attraverso l’Exchange Stabilization Fund del Tesoro, bypassando Fed e Congresso – stessa formula con cui in ottobre 2025 aveva salvato l’Argentina di Milei. Lo strumento ha un vincolo legale: per statuto, qualsiasi prestito a un governo estero non può eccedere sei mesi su dodici, salvo notifica scritta del presidente al Congresso che attesti «unique or emergency circumstances». L’ultimo ostacolo istituzionale è caduto il 29 aprile: Kevin Warsh, candidato di Trump alla presidenza Federal Reserve, ha risposto al Senato dichiarando che «l’indipendenza della Fed potrebbe non estendersi alle materie di finanza internazionale». Una volta in carica lascerà al Tesoro carta bianca.
La copertura ordinaria di sei mesi accompagna gli Emirati fino a novembre-dicembre 2026, attorno alle midterm. Trump arriva a quelle elezioni sanguinando: Repubblicani indietro tra cinque e sei punti, Camera perduta con probabilità del sessanta-settanta per cento, quarantuno per cento dei Repubblicani che disapprova come gestisce il costo della vita.
La prima notifica al Congresso cade nella cosiddetta lame duck session: Trump ha margine per farla passare. Il problema arriva al rinnovo della primavera 2027, quando una Camera democratica può bloccare la copertura. A quel punto il senatore Chris Van Hollen – che il 22 aprile aveva messo agli atti il dossier dei conflitti d’interesse Trump-UAE: cinquecento milioni nel veicolo cripto della famiglia Trump, due miliardi di stablecoin in Binance del fondatore graziato in ottobre – trasforma quel dossier in materiale per impeachment. Lo scudo finanziario che Abu Dhabi pensa di aver comprato è un’assicurazione a tempo determinato.
Ed eccoci alla terza lama, quella su cui converge tutto il pezzo: MBS. Trump è una variabile americana che vede da migliaia di miglia di distanza; scopre come va a finire l’OPEC, cerca di sembrare il vincitore, mette qualche soldo della sua famiglia al sicuro nei veicoli emiratini, gestisce un disastro politico interno. MBS invece è il vicino di casa. Il fratello peggiore. Quello che ha aspettato cinque anni in silenzio mentre MBZ commetteva un errore strategico dopo l’altro: walkout OPEC nel 2021, sostegno alle RSF di Hemedti in Sudan contro la posizione saudita, viaggio fallito di Tahnoon a Riyadh nel 2022 che gli arabi del Golfo si raccontano ancora oggi, sostegno al Southern Transitional Council yemenita contro il governo legittimo che Riyadh appoggia. Dicembre 2025: forze STC sostenute dagli Emirati sequestrano Hadramawt e Mahra in Yemen. Gennaio 2026: la coalizione saudita bombarda una spedizione di armi emiratine, lo STC viene dissolto. Tra marzo e aprile, mentre MBS pompa il proprio Petroline a sette milioni di barili al giorno via Yanbu – e secondo Reuters del primo maggio Riyadh sta già reindirizzando il sessanta-settanta per cento dei propri export sul Mar Rosso attraverso questa pipeline – gli Emirati assorbivano 537 missili balistici, 2256 droni, 26 cruise. Il 27 aprile, al vertice GCC di Jeddah, casa saudita, il ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed lascia in anticipo. Schiaffo pubblico a MBS. Il giorno dopo, l’uscita unilaterale da OPEC.
Era esattamente quello che MBS aspettava: il pretesto
E adesso MBS ha tre opzioni in combinazione, e tutte e tre le sta probabilmente preparando.
Forzare il peg vendendo dirham sui mercati forward attraverso SAMA e PIF: con quattrocentotrenta miliardi di riserve, anche un segnale di riduzione «di portafoglio» viene amplificato dagli hedge fund globali.
Riavvicinarsi a Teheran, smettendo di trattenere l’Iran dal concentrare i propri droni esclusivamente su territorio emiratino – e considerando che Asadi a Fars dichiara apertamente che la guerra può riprendere, lo scenario si materializza da solo.
Inondare il mercato petrolifero al posto degli emiratini: spare capacity reale saudita di tre milioni di barili al giorno contro i seicento-ottocentomila emiratini, abbastanza per dare a Trump i prezzi alla pompa promessi e privare gli UAE del trofeo politico.
La risposta pubblica saudita all’uscita UAE è arrivata il 29 aprile per bocca di Mohammad al-Sabban, ex consigliere petrolio della corona: ha minimizzato la mossa con una stoccata calibrata, definendola «una decisione politica sotto l’influenza dell’Occidente, che da tempo cerca di alimentare divisioni nel cartello». Pubblicamente minimizzare, sottovoce screditare gli emiratini come agenti dell’Occidente davanti al mondo arabo. Mazrouei intanto, in un’intervista a Reuters dello scorso luglio a Vienna, aveva lasciato cadere: «Possiamo arrivare a sei milioni di barili al giorno se il mercato lo richiede». Condizionale, certo, ma una bravata che fa rumore. È la differenza tra MBS e MBZ in dieci secondi: l’uno aspetta in silenzio e poi colpisce con i fondi sovrani, l’altro fa proclami a Vienna e poi si ritrova a chiedere swap line a Washington.
La trappola di Trump è il dettaglio sullo sfondo. Il presidente sta giocando un divide et impera imparato male dagli inglesi del Raj – e i romani evidentemente non li ha studiati: il punto del divide ut imperes era spaccare le rivalità altrui per ricomporle sotto egemonia tua. Trump invece spacca senza saper ricomporre, e resta prigioniero dei propri conflitti d’interesse. Ma il vero giocatore sul tavolo è MBS – che ha la pazienza, le riserve, la spare capacity reale, i canali iraniani aperti dal 2023, il Petroline già operativo al settanta per cento, e il monopolio narrativo sul mondo arabo. Trump fa il suo balletto a Washington. MBS prepara la cena nel deserto.
E gli emiratini?
Sono guidati da un uomo che avrebbe dovuto leggere meglio i propri vicini. Sheikh Zayed sapeva con chi parlare, quando consultare, quando tacere; suo figlio è andato avanti per vent’anni come se la grandezza emiratina derivasse dalla potenza degli alleati invece che dal proprio wajh – reputazione, parola data, credibilità intrinseca della famiglia. Il risultato è che il 28 aprile MBZ ha dato a MBS la scusa per smettere di trattenersi. Un colpo di provincialismo geopolitico spacciato per visione strategica.
La preda si è messa al guinzaglio da sola, davanti al cacciatore. È la stagione di caccia. E adesso si vede chi è il cacciatore vero.
1 Il peg (letteralmente «paletto», «ancoraggio») è un regime di cambio fisso in cui una valuta nazionale viene legata a un’altra valuta più stabile a un tasso predeterminato. Il dirham emiratino (AED) è agganciato al dollaro americano dal 1997 al tasso fisso di 3,6725 AED per 1 USD. La banca centrale emiratina difende automaticamente questo tasso comprando o vendendo dollari ogni volta che il mercato cerca di muoverlo. Il peg richiede riserve in valuta forte sufficienti a soddisfare qualsiasi richiesta di conversione: quando le riserve si esauriscono, il peg «salta» e la valuta locale entra in svalutazione libera. Esempi storici: sterlina britannica nel 1992 (Black Wednesday di Soros), baht thailandese nel 1997, peso argentino nel 2002, lira turca nel 2018.
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