Le bandiere di Erevan e l’Europa senza una voce unica
Arrivando dall’aeroporto di Zvartnots a Erevan, prima ancora dei comunicati ufficiali, parlano le bandiere. Lungo la strada, alle tantissime bandiere armene si alternano insegne europee e francesi. Non è una scelta casuale. Non sono esposte le bandiere dei capi di Stato e di governo invitati al vertice della Comunità Politica Europea. La scenografia racconta altro: Armenia, Europa, Francia.
È da questa immagine che conviene partire per leggere il significato politico di queste giornate.
Il 4 maggio Erevan ha ospitato l’ottava riunione della Comunità Politica Europea. Un formato flessibile, più politico che istituzionale, nato per riunire l’Europa in senso largo: Paesi UE, Paesi non UE, candidati, partner strategici e attori direttamente coinvolti nella sicurezza del continente. Al centro dei lavori vi sono stati Ucraina, sicurezza europea, resilienza democratica, connettività, energia, minacce ibride, Medio Oriente e stabilità del Caucaso meridionale.
Ma il risultato più importante del vertice non va cercato in una formula diplomatica. Va cercato nella scena stessa: l’Armenia ha portato l’Europa nel Caucaso meridionale.

Per Erevan è un passaggio politico di grande peso. Dopo la crisi del Nagorno-Karabakh, il raffreddamento dei rapporti con Mosca e la necessità di ridefinire le proprie garanzie di sicurezza, l’Armenia cerca di trasformarsi da Paese esposto alle pressioni regionali a piattaforma diplomatica. Non più soltanto una frontiera fragile tra Russia, Turchia, Azerbaigian e Iran, ma un nodo di connessione tra Europa, Caucaso, Medio Oriente e Asia centrale.
Il vertice del 4 maggio prepara così la giornata odierna del 5 maggio, quando si terrà l’apertura della terza edizione dello Yerevan Dialogue.
Il vertice UE-Armenia ha puntato a rafforzare cooperazione economica, energia, trasporti, digitale, sicurezza, connettività e stabilizzazione regionale. Lo Yerevan Dialogue 2026 offrirà la cornice politica e intellettuale di questa nuova postura. Il tema scelto, “Riding Through the Storms”, indica bene l’ambizione del forum: discutere come Stati piccoli e medi possano attraversare le tempeste della competizione globale, delle guerre ibride, della crisi del multilateralismo, dell’intelligenza artificiale e della ridefinizione degli equilibri internazionali.
L’apertura di oggi avrà un significato particolare perché vedrà insieme il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ed Emmanuel Macron.
Non è solo protocollo. Macron sarà a Erevan anche per una visita di stato. E questo spiega perché, accanto alle bandiere armene ed europee, sulle strade della capitale comparissero così visibilmente quelle francesi.

La Francia si presenta oggi come il referente europeo più riconoscibile dell’Armenia. Non l’unico, ma il più evidente. Parigi occupa lo spazio politico e simbolico che l’Europa, come soggetto unitario, ancora fatica a occupare.
Ed è qui il punto. Le bandiere europee raccontano un’aspirazione. Le bandiere francesi raccontano una realtà.
L’Armenia guarda all’Europa come spazio di sicurezza, modernizzazione, riconoscimento politico e protezione diplomatica. Ma l’Europa conterà davvero qualcosa solo quando saprà presentarsi sotto un unico vessillo e con una sola voce. Non come somma di capitali nazionali, non come competizione tra iniziative francesi, italiane o tedesche o britanniche, ma come potenza politica capace di assumere responsabilità comuni.
Anche l’Italia ha cercato di portare la propria agenda. Giorgia Meloni ha partecipato alla riunione con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky prima dell’avvio dei lavori, è intervenuta nel panel dedicato all’unità europea in tempi di policrisi e ha insistito sulla necessità di passare dalla reazione all’anticipazione delle crisi. Ha richiamato il legame tra sicurezza, migrazioni, instabilità e Mediterraneo allargato, provando a ricordare che la sicurezza europea non si gioca soltanto a est, ma anche a sud. A margine, ha inoltre co-presieduto con Macron una riunione sulla Coalizione europea contro le droghe e ha avuto incontri bilaterali, tra gli altri, con il primo ministro canadese Mark Carney (foto) e con il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin.

È una posizione comprensibile: l’Italia non può permettere che l’Europa guardi solo verso Ucraina e Caucaso dimenticando Mediterraneo, Nord Africa, Medio Oriente, energia e rotte migratorie. Ma anche qui resta il problema di fondo… se ogni Paese porta soltanto la propria agenda, l’Europa resta un mosaico.
Lo Yerevan Dialogue non sarà una semplice conferenza internazionale. Sarà il secondo tempo politico di una partita iniziata ieri con la Comunità Politica Europea.
Per l’Armenia sarà l’occasione per presentarsi non come periferia del mondo post-sovietico, ma come piattaforma di dialogo. Per la Francia sarà la conferma di un ruolo di primo piano (anche) nel Caucaso meridionale. Per l’Unione Europea sarà un test di credibilità. Per l’Italia sarà il promemoria che non esiste sicurezza europea senza Caucaso, ma non esiste neppure sicurezza europea senza Mediterraneo.
La foto scattata lungo la strada per Erevan resta allora la sintesi migliore. Tante bandiere armene, perché questa è prima di tutto la scelta di un Paese che cerca un nuovo spazio di sovranità. Bandiere europee, perché l’orizzonte dichiarato è quello dell’Europa. Bandiere francesi, perché nel vuoto lasciato da un’Europa ancora divisa entrano le nazioni che hanno una visione, una postura e una volontà.
L’Armenia chiede all’Europa di essere presente. La Francia risponde. Quando nascerà davvero l’Europa?
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