Yerevan Dialogue: Pashinyan e Macron lanciano la nuova partita armena
Nel giorno inaugurale della terza edizione dello Yerevan Dialogue, Erevan non ha ospitato soltanto l’avvio di un forum internazionale, ha messo in scena una dichiarazione politica. Dopo il vertice della Comunità Politica Europea e il primo summit UE-Armenia, la capitale armena si presenta in queste ore come il luogo in cui un piccolo Stato del Caucaso meridionale prova a ridefinire sé stesso davanti all’Europa.
Non più periferia post-sovietica. Non più Paese chiuso tra vicini difficili, frontiere bloccate e garanzie di sicurezza incerte. Ma nodo di connessione tra Est e Ovest, tra Europa, Caucaso, Medio Oriente e Asia centrale.
L’apertura del forum è stata affidata al ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan, che ha scelto una cornice quasi dottrinale. Il mondo, ha spiegato, non è più immerso nella nebbia dell’incertezza evocata nell’edizione precedente. Quella nebbia si è in parte diradata, ma ciò che appare all’orizzonte non è un mare calmo. Sono tempeste. Tempeste geopolitiche, tecnologiche, economiche e ambientali.
La prima riguarda l’ordine internazionale. Il diritto viene messo in discussione dalla forza, le istituzioni multilaterali faticano a imporre la propria autorità e la retorica nucleare, un tempo confinata alla grammatica della guerra fredda, è tornata nel discorso politico ordinario. La seconda è tecnologica: l’intelligenza artificiale non è più un’ipotesi futuribile, ma uno strumento già operativo, capace di trasformare il lavoro e, al tempo stesso, di alimentare disinformazione, manipolazione e costruzione industriale di false realtà. La terza è economica: catene di approvvigionamento fragili, energia come leva strategica, sanzioni e commercio trasformati in strumenti di pressione. La quarta è ambientale, perché clima, acqua, suolo, foreste e biodiversità non sono più soltanto variabili ecologiche, ma fattori di instabilità sistemica.

Mirzoyan ha poi riportato questa lettura globale alla storia recente armena. Un Paese nel cuore della tempesta, ha detto in sostanza, può scegliere tre strade: staccarsi dalla realtà sperando che la crisi passi, lasciarsi trascinare dagli eventi oppure prendere il timone e attraversare la tempesta con realismo, pragmatismo e strategia.
L’Armenia, nella ricostruzione del ministro, ha conosciuto tutte e tre le fasi. Per decenni ha creduto di potersi proteggere restando ferma in una zona di conforto. Poi ha scoperto che quella sicurezza era immaginaria. Infine ha deciso di assumersi la responsabilità delle proprie scelte sovrane.
È qui che la retorica del forum si salda con la nuova dottrina politica armena: la “Real Armenia”. Non l’Armenia immaginata, proiettata o prigioniera delle narrazioni storiche, ma l’Armenia dei confini riconosciuti, della sovranità concreta, dell’integrità territoriale e della ricerca di un modus vivendi pacifico con l’ambiente circostante.
Nikol Pashinyan ha portato questa impostazione sul piano più politico e più strategico. Il passaggio centrale del suo intervento è stato apparentemente paradossale: l’Armenia è rimasta nello stesso luogo, ma la sua posizione geografica è cambiata. Non nel senso fisico, naturalmente. Nel senso politico.
Per anni, ha ricordato il primo ministro, la Repubblica d’Armenia è stata descritta come un Paese collocato in una regione problematica, circondato da vicini problematici e quindi esposto a rischi esistenziali. Quella percezione, interna ed esterna, ha condizionato decisioni, paure e strategie. Oggi, secondo Pashinyan, la descrizione è radicalmente diversa: la rotta più breve tra Est e Ovest passa attraverso l’Armenia.

È il cuore della nuova narrazione armena. La geografia che prima appariva come condanna diventa opportunità. La frontiera che prima divideva diventa infrastruttura. Il confine non smette di essere confine, ma assume anche una funzione di collegamento.
Da questa premessa derivano i due progetti citati dal primo ministro: Crossroads of Peace e TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity. Il primo è la visione armena di una regione connessa da infrastrutture, scambi, energia e comunicazioni. Il secondo riguarda soprattutto il ripristino della connessione ferroviaria Est-Ovest, con una direttrice attraverso il sud dell’Armenia, ma non si limita alla ferrovia. Pashinyan ha parlato anche di linee elettriche, oleodotti, gasdotti e altre infrastrutture che potrebbero attraversare il territorio armeno in base a valutazioni tecniche, ingegneristiche e strategiche.
Il messaggio è chiaro: la pace non deve restare un “documento diplomatico”. Deve diventare convenienza materiale. Se merci, energia, dati e investimenti attraversano la regione, ogni attore avrà un interesse diretto alla stabilità del vicino. La pace, in questa logica, non è un gesto morale. È una struttura di interessi interdipendenti.
Pashinyan ha spinto il ragionamento sul campo economico. L’Armenia, ha detto, può trasformare la propria posizione in un marchio di investimento: la rotta più breve tra Est e Ovest. Nel mondo contemporaneo non conta soltanto il passaggio delle merci, ma la velocità, il costo e l’efficienza del trasporto. La rotta più breve può diventare la più rapida, la più conveniente, la più competitiva.

Il primo ministro ha applicato la stessa logica anche all’energia. L’Armenia non ha scoperto petrolio né gas. Eppure, grazie allo sviluppo del solare, può presentarsi come Paese dotato di un potenziale energetico enorme. Anche qui il punto non è la geologia, ma la percezione strategica. La stessa Armenia che ieri appariva priva di risorse può oggi proporsi come futuro centro energetico.
Il passaggio più rilevante, tuttavia, resta quello sulla pace con l’Azerbaigian. Pashinyan ha attribuito alla nuova fase il merito di aver sbloccato lo sguardo armeno sulla propria geografia. L’assenza di pace, ha spiegato, impediva di vedere ciò che era sotto gli occhi. Il conflitto bloccava non solo le frontiere, ma anche l’immaginazione politica.
In questo quadro, il ruolo di Emmanuel Macron è stato evocato con enfasi. Pashinyan ha ricordato la riunione di Praga del 6 ottobre 2022, con il presidente francese e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, come uno dei momenti in cui Armenia e Azerbaigian riconobbero reciprocamente integrità territoriale e sovranità sulla base della Dichiarazione di Alma-Ata. Da lì, secondo il premier armeno, sarebbe partita l’architettura poi consolidata nel processo di pace.
Emmanuel Macron ha raccolto il testimone e ha trasformato il discorso armeno in discorso europeo. Il presidente francese ha parlato esplicitamente di “momento armeno”. Pochi anni fa, ha osservato, sarebbe sembrato incredibile immaginare a Erevan un vertice della Comunità Politica Europea con decine di capi di Stato e di governo e, subito dopo, un vertice tra Unione Europea e Armenia. Questo, per Macron, dimostra che qualcosa è cambiato in profondità.

La Francia ha voluto presentarsi come garante politico e simbolico di questa trasformazione. Macron ha riconosciuto il coraggio armeno nella scelta della pace con l’Azerbaigian, dal vertice di Praga del 2022 a quello di Washington del 2025, e ha collegato quel percorso a un ciclo di pace e prosperità. L’Armenia, nella sua lettura, ha dimostrato che una strada democratica, avviata nel 2018, può produrre sovranità, sviluppo e stabilità senza sottomettersi alle logiche imperiali.
Il passaggio più duro è stato quello sulla Russia. Macron ha ricordato come molti ritenessero che il destino dell’Armenia potesse esistere solo sotto l’ala protettiva di Mosca. La guerra del 2020 e le tragedie vissute dalle famiglie armene avrebbero mostrato, secondo il presidente francese, i limiti di quella protezione. In termini politici, il messaggio era inequivocabile: l’Armenia sta provando a uscire dalla logica del patronato.
Da qui la seconda idea forte del discorso francese: il “momento armeno” deve diventare “momento caucasico”. Il Caucaso meridionale, ha detto Macron, non deve essere il terreno di competizione tra potenze esterne che lo considerano una preda. Può invece ritrovare una centralità tra Europa, Asia e Medio Oriente. Per farlo, servono frontiere aperte: con l’Azerbaigian, con la Turchia, senza limitazioni con la Georgia. Serve rompere, per riprendere l’immagine attribuita al giornalista turco-armeno Hrant Dink, i lucchetti che trasformano popoli vicini in vicini lontani.

Macron ha così collocato l’Armenia dentro una visione europea più ampia. Non solo come partner politico, ma come parte di un destino europeo. Ha evocato la lingua, la cultura, la storia, il Matenadaran e la profondità della civiltà armena per sostenere che l’Armenia ha una vocazione europea. Ma il punto non era soltanto culturale. Era geopolitico.
L’Europa evocata da Macron non è l’Europa burocratica. È una costruzione post-imperiale fondata su sovranità, integrità territoriale, diritto, rispetto reciproco e rifiuto dell’egemonia. Un modello nato dalle guerre civili europee, dalle rivalità tra imperi e dalla tragedia del Novecento, che oggi viene riproposto come antidoto alla legge del più forte.
Il messaggio vale per l’Armenia, ma non solo. Vale per l’Ucraina. Vale per il Medio Oriente. Vale per il commercio internazionale. Vale per la difesa delle democrazie, della stampa, delle università, della scienza e dello Stato di diritto. Macron ha parlato della necessità di una nuova coalizione di indipendenti, legata al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, capace di resistere al ritorno dell’arbitrio nelle relazioni internazionali.

L’inaugurazione dello Yerevan Dialogue ha dunque avuto un significato più ampio del programma ufficiale. Mirzoyan ha fornito la cornice: il mondo delle tempeste. Pashinyan ha proposto la risposta armena: trasformare vulnerabilità e geografia in interdipendenza, infrastrutture e sovranità. Macron ha dato a questa risposta una legittimazione europea: l’Armenia non come avamposto fragile, ma come laboratorio di un ordine regionale non imperiale.
Resta da capire quanto questa visione reggerà alla prova dei fatti. La pace con l’Azerbaigian dovrà essere consolidata. Le frontiere dovranno davvero aprirsi. La Turchia dovrà scegliere se accompagnare o frenare il processo. L’Unione Europea dovrà dimostrare che le promesse di connettività, investimenti, sicurezza e resilienza non restano dichiarazioni. La Russia, infine, non guarderà passivamente alla perdita di influenza in un Paese che per decenni ha considerato parte del proprio spazio strategico.
A Erevan, l’Armenia ha smesso di presentarsi come vittima della propria geografia e ha iniziato a raccontarsi come chiave della geografia altrui.
È questa la vera posta dello Yerevan Dialogue. Non discutere soltanto di pace, ma renderla utile. Non invocare soltanto l’Europa, ma portarla fisicamente nel Caucaso meridionale. Non chiedere protezione a un nuovo patrono, ma costruire relazioni multiple, interessi incrociati e sovranità praticabile.
Il “momento armeno” celebrato da Macron sarà reale solo se diventerà anche un momento caucasico. E sarà europeo solo se l’Europa saprà trasformare la propria presenza simbolica in strategia. In caso contrario, Erevan resterà una splendida scena diplomatica. In caso contrario ancora, la geografia tornerà a essere una condanna.
Per ora, l’Armenia ha scelto la formula più ambiziosa: non fuggire dalla tempesta, ma attraversarla, al centro della rotta.
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