Trump contro Leone XIV: perché la Casa Bianca ora teme il Vaticano
Che il rapporto tra Casa Bianca e Santa Sede sia stato contraddistinto da momenti di attrito è storicamente incontrovertibile, visto che nel nuovo mondo, a lungo, magistero e politica vaticani hanno sempre suscitato inquietudini protestanti.
Se Stalin è stato ricordato per la battuta sul numero delle divisioni a disposizione del Pontefice, anche diverse Presidenze americane non hanno mancato di essere stigmatizzate per le posizioni assunte di fronte a quello che ha una duplice connotazione, fideistica per i fedeli, più umanamente politica per i realisti puri e duri.
Il problema è consistito nel dover prendere atto delle difficoltà relazionali insite nel confronto tra attori politici geneticamente diversi, l’uno votato alle proiezioni di potenza, l’altro a quelle rivolte verso altre dimensioni; proiezioni beninteso non disgiunte da immersioni in vasche colme di disarmante concretezza, in un’alternanza di dazioni a Cesare e a Dio e di momenti di imprevedibile e limitata convergenza politica, come quella vissuta da Reagan e Giovanni Paolo II, fino all’inevitabile palesarsi dei limiti dell’influenza morale pontificia a fronte della pervasiva realpolitik a stelle e strisce.
Un’influenza morale fiaccata anche dal rapporto tra fede e denaro, tra IOR e Usa, per cui fondazioni, associazioni, reti di benefattori statunitensi hanno continuato a sostenere il Vaticano, certificando la necessità di continuare a percepire finanziamenti fondamentali per il tesoro di Pietro.
Il colore politico non incide, visto che anche le amministrazioni democratiche hanno vissuto momenti di forti tensioni, specie su temi come aborto e diritti civili, tali da riaprire il confronto tra fede personale e responsabilità politica.
Le dichiarazioni di Trump nei confronti di Leone XIV costituiscono un ulteriore e nuovo punto di rottura, in un momento polarizzante in cui il Papa non si presenta come attore politico ma come un pastore libero dalle logiche del potere, peraltro sollecitato dalla convocazione al Pentagono dell’allora nunzio, il cardinale Pierre, chiamato a rispondere dell’opposizione vaticana alla linea Trump, così come esplicitata nel discorso di Leone del 9 gennaio al corpo diplomatico. Una conversazione definita franca, un’interlocuzione che non può non richiamare le modalità del colloquio a tre Trump, Zelensky, Vance ma con esiti differenti, stante la differente caratura degli interlocutori.
È in questo contesto che Foggy Bottom ha preso l’iniziativa, senza passare dalla Nunziatura di Washington, di chiedere un’udienza vaticana che confermerà le distanze stemperando tuttavia i toni e conferendo razionalità alle azioni intraprese.
Non c’è dubbio che Trump abbia compreso quanto sia controproducente il muro contro muro pontificio, soprattutto in previsione delle elezioni di midterm ed in considerazione del tracollo degli indici di popolarità presidenziale.
Se si tiene conto che nel 2024 il 55% dei cattolici aveva votato per Trump, il conto per la sopravvivenza parlamentare è presto fatto, posto che rimane da comprendere se l’amministrazione americana abbia capito come i compiti del Pontefice non siano negoziabili, al netto delle puerili e boccaccesche boutade presidenziali.
Se Trump privilegia gli approcci bilaterali ed i transattivi successi win-win, Leone valuta le crisi attraverso una prospettiva morale non vincolata a sovranità ma ad una rete globale di coscienze.
Il problema per Trump è che l’America rimane fortemente religiosa, con un rapporto costante tra fede e politica e dove il voto dei cristiani in generale e dei cattolici, uno su 5, morde ancora.
Nell’America First la versione nazionalista cristiana è elemento politico chiave tuttavia collidente con il magistero leonino, dipinto da qualcuno come interprete di una sorta di deep church contraria al sovranismo regalista a stelle e strisce.
Non c’è dubbio che Leone abbia saputo gestire con abilità e senza fraintendimenti i rapporti con la casa Bianca, inaspriti da considerazioni quanto meno inopportune, appoggiandosi alla moralità evangelica piuttosto che ad una politica fin troppo terrena e priva di senso della misura.
Del resto, negli USA, recenti sondaggi hanno evidenziato che più dei due terzi dell’elettorato cattolico nutre un’opinione favorevole verso il Papa, con il 60% degli americani che approva Leone, detentore di uno stile diverso da quello di Francesco ed atteso alla prima enciclica legata alle questioni morali connesse all’intelligenza artificiale.
Un istinto politico più evoluto e meno primordiale, che giustifica citazioni bibliche alla Pulp Fiction, avrebbe orientato verso l’esaltazione dell’inedita funzione di collegamento tra il continente americano ed il primo pontefice statunitense nella millenaria storia del cattolicesimo; il tutto grazie ad uno spiccato pragmatismo ed alla formazione agostiniana, così presente nella tradizione sociale della Rerum Novarum di Leone XIII e con un’attenzione particolare alla cura del mantenimento di una neutralità indispensabile a consentire una presenza diplomatica terza con chiunque ed in qualunque frangente, cosa che rende ancora più comprensibile la rinuncia pontificia al board of peace trumpiano, privilegiando la funzione collegiale delle NU ed esaltando il soft power vaticano.
Posto che il papato è diventato politicamente più critico dal termine del magistero di Benedetto XVI, è comunque incontrovertibile che Trump stesse già perdendo il supporto cattolico anche prima dei commenti su Leone, con un progressivo indebolimento popolare del sostegno alla guerra, su cui Leone, agostiniano, è stato imprudentemente stigmatizzato come poco addentro alla filosofia morale del suo essere giusta, come teorizzato dal Santo di Ippona.
Una delle più marchiane imprudenze di Trump è consistita nel non considerare il valore della diplomazia vaticana, che spicca geopoliticamente per capacità di mediazione e discrezione, tanto da favorire liaison anche in occasione dei funerali del proprio pontefice, come accaduto tra Trump e Zelensky. Quel che a Washington non è stato finora chiaro, è che la Chiesa ha sempre dato priorità al multilateralismo, non sentendosi condizionata né dall’importanza politica dei suoi interlocutori, assumendo una dimensione etica capace di permettere ruoli chiave anche in sedi apparentemente lontane da aspetti trascendenti, così da immergersi nella più completa dimensione della pazienza strategica.
Gli interlocutori americani sono ambedue cattolici: il vice presidente – convertito – Vance e il segretario di Stato Rubio, accomunati da fede, potere, ambizioni presidenziali ed interpreti di visioni sì conservatrici ma così diverse da reggersi su equilibri altamente instabili. Vance e Rubio sono il riflesso di due Americhe: quella bianca e rurale delle montagne degli Appalachi e quella latina e cattolica della Florida.
La scomparsa di Papa Francesco non ha riportato la pace tra Washington e il Vaticano, tanto da arrivare prima alle invettive trumpiane contro Leone, ancora troppo scomodo per l’attuale amministrazione, e poi alla missione riparatrice di Rubio, che arriva in uno dei momenti di maggiore tensione nei rapporti tra USA ed Europa, tra ritiro di truppe ed imposizione di dazi. Le espressioni dei due, nei confronti di Bruxelles, sono diverse: tanto Vance è scettico quanto Rubio vuole essere rassicurante ed in grado di guadagnare posizioni per la prossima tornata elettorale del 2028 grazie agli auspicati successi nei dossier internazionali.
Leone, pur addentro alle regole americane del gioco, si scontra con l’assertività trumpiana; pur essendo americano, è allontanato dall’America First dalla sua missione universale.
Se papa Francesco veniva tacciato di sbilanciamenti, Leone XIV viene percepito come latore di una neutralità tecnica. Secondo Piero Schiavazzi, Leone XIV si rapporta ad una visione politica trumpiana che, con Vance, porta con sé una particolare forma di cristianesimo identitario, proponendosi come raccordo tra la tradizione di Ratzinger e l’attenzione per le periferie di Bergoglio e tentando di non farsi catturare da nessuna retorica nazionalista.
Se Trump parla di forza e proiezioni, Leone cerca espressioni di mediazione. Di fatto, l’elemento di rilievo è che è stata Washington a muoversi, non il Vaticano, proprio perché in cerca di riaperture credibili di canali. Ecco che la scelta di Rubio non è casuale, visto che è rimasto ai margini di una querelle che vede la sede petrina attenta a pesare la singola parola.
Da parte sua, Vance ha instaurato un contatto diretto, un backchannel, con la Segreteria di Stato vaticana, al fine di anticipare le crisi trovando un terreno comune di relazione tralasciando la realpolitik americana per approfondire temi agostiniani, così importanti per la sua conversione e così necessari a dare una profondità politica altrimenti carente. Se Rubio è un elemento di connessione, Vance è un ammortizzatore tra elettorato e politica americani, dove i maggiorenti repubblicani spiccano per incompatibilità culturale e di formazione politica. Del resto, come diceva Sant’Agostino, Il mondo è come un libro e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto.
L’articolo Trump contro Leone XIV: perché la Casa Bianca ora teme il Vaticano proviene da Difesa Online.
Che il rapporto tra Casa Bianca e Santa Sede sia stato contraddistinto da momenti di attrito è storicamente incontrovertibile, visto…
L’articolo Trump contro Leone XIV: perché la Casa Bianca ora teme il Vaticano proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
