2 giugno: ottant’anni di Repubblica e uno Stato ancora da costruire
Il claim “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese” è perfetto. Forse troppo.
È perfetto perché contiene tutto ciò che una celebrazione ufficiale deve contenere: memoria, gratitudine, democrazia, libertà, diritti, coesione nazionale, servitori dello Stato, sacrificio, dedizione, responsabilità verso le future generazioni.
È perfetto perché non disturba nessuno.
È perfetto perché dice cose giuste nel modo più innocuo possibile.
Ed è proprio questo il problema
Il 2 giugno non dovrebbe essere soltanto il giorno in cui la Repubblica si guarda allo specchio e si trova presentabile. Dovrebbe essere il giorno in cui il Paese ha il coraggio di chiedersi se quella Repubblica sia davvero compiuta, se lo Stato esista solo come apparato o anche come patto morale, se gli italiani siano diventati cittadini o restino sudditi in cerca di protezione, scorciatoie e padroni da amare.
Nel 1946, al referendum che avrebbe scelto tra Monarchia e Repubblica, votò l’89,08% degli aventi diritto.
Un Paese distrutto, povero, diviso, uscito dalla guerra e dal fascismo, trovò comunque la forza di andare alle urne in massa. Non era soltanto un voto. Era una scelta di destino.
Oggi, ottant’anni dopo, la partecipazione arretra. Alle politiche del 2022 l’affluenza è scesa al 63,91%, il minimo storico per le elezioni politiche. Alle europee del 2024 l’Italia è finita sotto il 50%. Nei referendum abrogativi l’astensione è ormai diventata parte del gioco politico.
Il problema non è solo numerico. È civile. Non è più piena rappresentanza popolare. Diventa “reggenza”: un potere formalmente eletto, ma sostenuto da una minoranza.
Perché una Repubblica non vive nelle formule pronunciate davanti alle telecamere. Vive nei comportamenti quotidiani. Vive nel rispetto delle regole quando non conviene. Vive nella responsabilità individuale. Vive nella capacità di sentirsi parte di una comunità prima ancora che tifosi di una fazione.
Qui l’Italia mostra il suo vuoto
Abbiamo una Repubblica, ma non sempre spirito repubblicano.
Abbiamo uno Stato, ma non sempre senso dello Stato.
Abbiamo cittadini sulla carta, ma sudditi nella testa.
Sudditi che chiedono diritti senza accettare doveri. Sudditi che invocano legalità contro gli altri e scorciatoie per sé. Sudditi che denunciano il privilegio altrui e cercano il proprio. Sudditi che si indignano per la lesa maestà del capo, del partito, del ministero, dell’apparato o del proprio recinto, ma non per l’umiliazione quotidiana del bene comune.

Il comunicato ufficiale del ministero della Difesa celebra i servitori dello Stato.
Ed è giusto rendergli omaggio. Forze Armate, forze di polizia, magistratura, sanità, vigili del fuoco, scuola, funzionari pubblici, volontari: senza il lavoro quotidiano di chi serve le istituzioni, la Repubblica sarebbe molto più fragile.
Ma proprio per rispetto verso chi serve lo Stato, bisognerebbe evitare di trasformare il servizio in autoassoluzione.
Molti servono il Paese non grazie al sistema, ma nonostante il sistema.
Nonostante burocrazie ottuse, carriere opache, responsabilità scaricate verso il basso, merito sacrificato all’appartenenza, apparati più attenti alla conservazione che alla missione.
Dire “al servizio del Paese” è nobile. Ma diventa retorica se non si dice anche che il Paese, troppo spesso, non è al servizio dei cittadini.
Diventa retorica se lo Stato chiede fiducia senza meritarla ogni giorno.
Diventa retorica se la legalità è severa con i deboli, negoziabile con i forti e ornamentale con gli amici.
Il 2 giugno dovrebbe essere questo: non una vetrina, ma un esame di coscienza nazionale
Non basta ricordare che la Repubblica è nata nel 1946. Bisogna chiedersi se sia mai diventata davvero una comunità politica adulta.
Non basta celebrare la Costituzione. Bisogna smettere di usarla come reliquia nei discorsi ufficiali e ignorarla nei comportamenti concreti.
Non basta invocare l’unità nazionale. Bisogna riconoscere che l’Italia continua a vivere di fratture: fazioni, clientele, appartenenze, tifoserie, indignazioni a comando.
E in questo vuoto arriva sempre la stessa promessa: il movimento nuovo, il capo nuovo, il ducetto salvifico… Quello che promette di spazzare via tutto, di parlare “come la gente”, di restituire ordine, sovranità, sicurezza, giustizia.
E una parte del Paese abbocca.
Non perché sia necessariamente stupida. Ma perché è stanca. Perché non crede più. Perché preferisce consegnare la propria rabbia a qualcuno invece di trasformarla in responsabilità.
Così il cittadino torna suddito. Aspetta l’uomo forte, la scorciatoia, il miracolo elettorale, la rivoluzione senza fatica.
Poi scopre che anche il nuovo somiglia al vecchio. Cambiano le parole, i simboli, le facce. Restano fedeltà, convenienze, propaganda, piccoli poteri, grandi ipocrisie.
E il suddito si risente tradito. Ma non si chiede mai perché continui a consegnarsi.
Chi oggi si indigna davanti a questa critica, chi la considera lesa maestà, chi difende il proprio piccolo sovrano, il proprio partito o il proprio apparato, sta già scegliendo da che parte stare.
Quando una vera unità nazionale sarà finalmente possibile, quando l’Italia proverà davvero a diventare comunità politica e non somma di fazioni, costoro non saranno dalla parte della Repubblica compiuta.
Saranno dalla parte degli avversari. Non avversari di un governo o di una parte politica.
Avversari dell’Italia adulta.
Avversari dello Stato da costruire.
Avversari di una cittadinanza libera dalla servitù volontaria verso il capo di turno.
C’è poi un’ultima contraddizione
Pensiamo agli uomini e le donne dello Stato, quelli che vorrebbero servirlo davvero. Vengono selezionati, formati, ingabbiati e… ammutoliti!
A loro si chiedono misura, prudenza, disciplina, silenzio. Devono mordersi la lingua anche quando vedono sprechi, ipocrisie, carriere opache, responsabilità scaricate e verità negate.
Intanto altri, molto meno vincolati al bene comune, possono dire e fare qualsiasi amenità. Possono deformare la realtà, promettere l’impossibile, cavalcare la rabbia, insultare, occupare posti di responsabilità e la scena pubblica, presentarsi come salvatori del Paese.
Così la sedicente democrazia produce il suo paradosso: chi conosce lo Stato e desidera servirlo deve tacere, chi lo usa come palcoscenico e/o per proprio tornaconto può parlare all’infinito. Ovviamente, essendo in “democrazia”, senza contraddittorio.
Uno slogan più onesto sarebbe diverso.
Non “ottant’anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese” ma “ottant’anni di Repubblica, uno Stato ancora da costruire”.
Perché questa è la verità meno comoda. La Repubblica non è un’eredità da consumare. È un’opera da compiere.
Non la compiranno le formule solenni. Non la compiranno le liturgie di facciata. La compiranno cittadini finalmente adulti!
Oppure continueremo a celebrare valori di plastica, mentre qualcuno ci prende per il sedere con la prossima promessa di redenzione nazionale.
Buon 2 giugno.
L’articolo 2 giugno: ottant’anni di Repubblica e uno Stato ancora da costruire proviene da Difesa Online.
Il claim “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese” è perfetto. Forse troppo. È perfetto perché contiene tutto…
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