15-23 Giugno 1918: undicimila cannoni a duello, la “Battaglia del Solstizio”
Nel giugno del 1918, con l’Europa sfinita da quattro anni di fango e trincee, il destino della Grande Guerra sul fronte italiano si giocò in una drammatica settimana d’estate. Nel più quadro ampio dei fatti che vanno dalla 12^ Battaglia dell’Isonzo (nota ai più come Battaglia di Caporetto) alla vittoria finale dei primi di novembre 1918, la 2^ Battaglia del Piave (la dannunziana Battaglia del Solstizio, così fu chiamata dal Vate)i ponendosi temporalmente proprio in mezzo ai due eventi citati ha rappresentato senza dubbio il punto di svolta attraverso il quale l’apparato militare italiano, riorganizzatosi in tempi brevissimi, ha potuto avere ragione dell’avversario ancora sicuro dell’esito positivo finale del conflitto.
Naturalmente in questa battaglia hanno massicciamente operato tutte le Armi dell’Esercitoii, le componenti aeronautiche (all’epoca non ancora Regia Aeronautica)iii e, in modo più limitato, quelle delle Marina; tuttavia è stato ampiamente riconosciuto e documentato il ruolo dominante dell’artiglieria italiana, che aprì immediatamente il fuoco anticipando in alcuni settori del fronte quello nemico, disarticolandone pesantemente il dispositivo di attacco e provocando ingenti e gravissime perdite. Su questo aspetto si concentrerà la narrazione.
Sarà inizialmente proposto un quadro complessivo, per comprendere gli aspetti principali che hanno caratterizzato gli antefatti della battaglia da entrambe le parti; da un lato l’atteggiamento dell’Impero austro-ungarico prima degli eventi in trattazione, dall’altro in che modo si è potuta riorganizzare l’artiglieria italiana dopo gli infausti accadimenti bellici del periodo 24 ottobre – 9 novembre 1917iv. A seguire il core dello studio, ossia i piani generali e lo sviluppo della battaglia con focus sull’azione dell’artiglieria italiana, ed infine un cenno alla festa dell’Arma di Artiglieria che ricorre non a caso il 15 giugno.
Com’è facilmente intuibile, la letteratura al riguardo è vasta e diversificata; quanto seguirà è necessariamente frutto di scelte mirate, al fine non appesantirne la lettura, ed anche i tecnicismi sono stati contenuti allo stretto indispensabile.

Il nemico
L’esercito austro-ungarico dipendeva fortemente dagli aiuti della Germania, che già aveva fornito un contributo decisivo per la riuscita dello sfondamento dell’Isonzo tra Plezzo e Tolminov. Tuttavia, l’entusiasmo per la vittoria conseguita si era praticamente esaurito; gli uomini erano sfiniti, le unità scelte erano rimaste alla metà dei loro effettivi, il cibo e le munizioni scarseggiavano. Il 3 gennaio 1918 il feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorff, Comandante dell’omonimo Gruppo Esercito che sarà impegnato nelle operazioni “Lawine” e “Radetzky”di cui si dirà più avanti, così scriveva nel suo diario: “le nostre forze sono state fermate al Piave e al Grappa quando oramai sembravano pronte a raccogliere i frutti della vittoria (….) abbiamo assistito a un fenomeno che ha del miracoloso. Gli Italiani si sono ripresi con una rapidità insospettata e adesso combattono con grande valore”. Dalla Madrepatria non arrivano più rifornimenti; la fame colpiva i civili, che si vedevano ridurre fortemente le razioni alimentari con conseguente ondata di scioperi nelle fabbriche militarizzate, e naturalmente i militari il cui peso medio era arrivato ad appena 55 kg e si moltiplicavano le diserzioni. Le ultime speranze di vittoria della guerra erano riposte nello sfondamento del Piave, per mettere le mani sui campi di grano del Veneto prima del raccolto. Costringendo il nemico all’armistizio, si sarebbero potute liberare forze da concentrare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.
Carlo I d’Austria, il giovane sovrano salito al trono di Vienna nel novembre del 1916, e Guglielmo II di Germania, l’imperatore tedesco che regnava fin dal 1888, benché formalmente alleati non si amavano né si stimavano. Carlo d’Asburgo era sposato con una principessa italiana, Zita di Borbone-Parma, che esercitava molto ascendente su di lui, soprattutto per la volontà di accogliere il profondo desiderio di pace delle popolazioni dell’Austria-Ungheria; fin da quando era salito al trono, non aveva fatto altro che pensare al modo di portare il suo paese fuori dalla guerra. Carlo I dunque avviò dei contatti con l’Intesa per esaminare la possibilità di addivenire a vere e proprie trattative per una pace equa e ragionevole, sfruttando anche il canale diplomatico riservato offertogli dai suoi due cognati, Sisto e Saverio di Borbone-Parma, fratelli di Zita e ufficiali nell’esercito belgavi. I piani fallirono definitivamente nella primavera del 1918; non solo il governo italiano fu messo al corrente di questa iniziativa austriaca, ma il giovane Imperatore austriaco dimostrò slealtà nei confronti degli alleati e dei sudditi. Quando la trattativa divenne di dominio pubblico, Carlo I provò a smentire tutto l’affare ma venne a trovarsi in una situazione pressoché insostenibile nei confronti del suo scomodo alleato, Guglielmo II di Germania. Quest’ultimo, infatti, se ne risentì moltissimo e considerò il fatto alla stregua di un tradimento.

(L’Impero austro-ungarico nel 1914)
La ricostituzione delle artiglierie italiane
Il 28 ottobre 1917, all’indomani dei noti fatti di Caporetto, il Generale Dallolio vii che dal giugno dello stesso anno ricopriva l’incarico di Ministro per le Armi e le Munizioni, giunto a Treviso ( in quel momento il fulcro strategico delle retrovie) prendeva atto della considerevole perdita di artiglierie, pari a 3.152 unità (equivalente al 44% del totale di 7.138 bocche da fuoco). Restavano dunque 3.986 pezzi di artiglieria, suddivisi nei vari calibri.
Dallolio individuò due azioni ben distinte:
- richiedere agli Alleati, in linea prioritaria ma a titolo provvisorio, i mezzi necessari per riordinare le unità;
- sollecitare l’industria nazionale ad ogni possibile sforzo per affrancare l’Italia dalla dipendenza da altri Paesi e raggiungere lo standard di artiglierie e munizioni necessario alla ripresa dell’iniziativa.
Il concorso poi fornito dalla Francia e dal Regno Unito fu di circa 800 bocche da fuoco di vario calibroviii; ciò permise poi di schierare sul Piave circa i 2/3 delle artiglierie in precedenza dislocate sull’Isonzo.
Dallolio garantiva che l’industria nazionale sarebbe stata in condizioni di aumentare in modo significativo il numero delle artiglierie da produrre. Così il 13 febbraio 1918 si espresse al Senato: “bisogna anche che il Paese renda giustizia non solo all’Esercito combattente ma anche all’Esercito lavorante che ha dato tutti i mezzi (aiutato anche dagli Alleati) per chiudere la grande falla che si è manifestata in un quarto d’ora di sventura”.
Nell’aprile del 1918 il 90% dei pezzi di artiglieria saranno operativi.
La battaglia e il duello di artiglieria
I piani del nemico prevedevano un attacco coordinato su tre diversi punti del fronte, impiegando circa 160.000 uomini e 6.000 pezzi di artiglieria.
“Come risultato di questa operazione, che ci deve portare sino all’Adige, mi riprometto lo sfacelo militare dell’Italia”. Così scriveva, nel marzo del 1918, il Generale Arz vonStraussenburg Capo di Stato Maggiore dell’esercito austro-ungarico al maresciallo Von Hindenburgh Capo di Stato Maggiore dell’esercito germanico.
Ciò che, tuttavia, stupiva e preoccupava gli ufficiali più esperti era la mancanza di un seppur minimo livello di sicurezza per impedire la diffusione di notizie riguardanti l’attacco imminente. “Ogni uomo è al corrente di tutto e più degli altri, naturalmente, i disertori”, annotava Fritz Weber, Comandante di batteria austriaco schierato con la sua unità sulla sinistra del Piave nei pressi di Borgo del Molino.
Il disegno finale dell’operazione fu piuttosto complesso. Conrad von Hötzendorff caldeggiava per una grande offensiva sugli altipiani ma gravitando verso il Brenta. Boroević von Bojna, Comandante dell’omonimo Gruppo Esercito che sarà impegnato sul Piave e sul Montello, premeva per una grande offensiva appunto dal Piave, con direttrice Treviso-Vicenza.
Sarebbe stato opportuno utilizzare uno dei due Gruppi d’Esercito a sostegno dell’altro, ma né l’Imperatore Carlo I né il Generale Arz von Straussenburg andarono in tale direzione. Le forze e i mezzi furono distribuiti in modo uniforme ai due Gruppi; in questo modo si compromise la possibilità di ottenere una superiorità schiacciante in un solo settore del fronte.
La prima direttrice di attacco, a scopo diversivo, era sul Passo del Tonale. Era l’operazione “Lawine” (“valanga”), affidata alla 10^ armata del Gruppo Conrad. Le attività ebbero inizio alle ore 03.30 del 13 giugno, quindi due giorni prima dell’inizio dell’offensiva vera e propria, con due divisioni appoggiate da 24 batterie di artiglieria. Questa operazione però fallì praticamente lo stesso giorno, perché non vi fu da parte italiana alcun spostamento di forze dal fronte principale per sventare la minaccia di “Lawine”. Per tale ragione, è considerata a margine rispetto al vero e proprio sviluppo della Battaglia del Solstizio.
La seconda direttrice d’attacco prevedeva una penetrazione sugli altipiani da parte dell’11a armata del Gruppo Conrad, dall’Astico al Piave con obiettivo il Monte Grappa e successivamente la penetrazione nella pianura veneta. Il nome in codice dell’operazione era “Radetzky” ix.
Infine l’operazione “Albrecht” x,che prevedeva lo sfondamento delle linee sul Piave nella zona del Montello da parte della 5a e 6a armata di Boroević.

Il Regio Esercito Italiano affrontava la battaglia con la 6^ armata sull’altopiano di Asiago, la 4^ armata sul Grappa, l’8^ armata sul Montello e sul medio Piave e la 3^ armata sul basso Piave fino al mare. La 9^ armata costituiva Riserva Generale. Il comandante dell’Artiglieria della 6^ armata era il generale Roberto Segrexi, il figlio del capitano Giacomo Segre comandante della 5^ batteria che creò la famosa breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870.

Il confronto fra le densità complessive di schieramento delle artiglierie dei due fronti evidenzia dati simili. Sulle aree più montane gli italiani posizionavano un pezzo di artiglieria ogni 15 metri lineari, contro i 13 metri austroungarici; sulle aree più pianeggianti gli italiani posizionavano un pezzo ogni 20 metri lineari contro i 17 metri austroungarici.
I nemici potevano schierare, direttamente in combattimento, circa 6.000 pezzi, contro i circa 5.800 italiani compresi i pezzi controaerei e le bombardexii.

I dati evidenziano che le artiglierie italiane effettivamente impegnate in combattimento (6^, 4^, 8^ e 3^ armata) erano numericamente inferiori a quelle austroungariche.xiii
Alla vigilia della battaglia, il quantitativo di munizionamento di artiglieria esistente presso le nostre armate era di:
– 15.250.140 colpi per piccoli calibri (75 mm e 87 mm);
– 4.962.110 colpi per medi calibri (da 95 mm a 210 mm);
– 11.030 colpi per grossi calibri (da 254 mm a 305 mm).
Il totale ammonta a 20.323.280 granate anche se, ragionevolmente, non tutte erano già affluite presso le unità di artiglieriaxiv.
Il generale Armando Diazxv non si lasciò cogliere impreparato. Sulla base dell’esperienza di Caporetto non si trascurò nulla, si diede peso alle informazioni dei disertori e ai dispacci trasmessi con i piccioni dagli infiltrati oltre il Piave venendo in tal modo a conoscenza con esattezza di dove e quando il nemico avrebbe attaccato.
Dall’Ufficio Informazioni del Comando Supremo si fece sapere che: “Disertori dell’ultimo momento precisarono la data 15 giugno e le 3 l’ora stabilita per l’inizio.”
Il gen. Montuori, comandante della 6^ armata, alle ore 02.30 del 15 giugno diede ordine alle sue artiglierie di tuonare violentemente con fuoco di “contropreparazione anticipata”xvi, ma altrettanto non fecero le artiglierie della 4^ armata del gen. Giardino. Ciò causò una “doppia sorpresa”: gli austroungarici restarono disorientati in un momento particolarmente critico, ossia quello del concentramento e della preparazione dei mezzi nell’immediatezza dell’attacco, ma anche le unità della 4^ armata furono messe in allarme dal fuoco delle batterie della 6^ armata schierate alla loro sinistra.
L’azione delle artiglierie italiane fu tecnicamente perfetta. Quelle della 6^ armata da subito devastanti poiché avevano stroncato sul nascere l’assalto nemico. Quelle della 4^ armata meno tempestive ma ugualmente efficaci.
Alle ore 03:00 precise, confermandosi le informazioni già acquisite, le artiglierie dell’11^ armata austroungarica iniziarono il tiro di preparazione.
Anche nel settore “Albrecht” l’azione dell’artiglieria nemica di Boroević iniziò alle ore 03.00 del 15 giugno, ma non mancò la reazione tempestiva italiana. Il capitano austriaco Fritz Weber così descriveva quei momenti:
“Quaranta secondi soltanto dopo l’inizio del nostro bombardamento gli italiani hanno aperto il fuoco di controbatteria. Non sono rimasti affatto sorpresi (…………) il fuoco degli italiani non solo non accenna a diminuire ma si fa sempre più intenso (……………) è oramai innegabile che il nemico ha la meglio in questo duello di artiglierie”.
Nell’inferno di acciaio, l’artiglieria italiana sbarrò la strada al destino. Dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, i nemici decisero di ritirarsi oltre il Piave.
In nove giorni di battaglia, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri gli austroungarici persero circa 120.000 uomini; gli italiani circa 87.000 (di cui circa 1.500 tra britannici e francesi).
Ecco un commento di Von Hindenburgh, capo di Stato Maggiore dell’esercito germanico: “L’offensiva austro – ungarica in Italia, dopo i successi iniziali molto promettenti, era fallita(…). La sfortuna del nostro alleato era una disgrazia anche per noi”.
E ancora, il Bollettino di Guerra n. 1084 del 24 giugno 1918 a firma del gen. Diaz:
“Addossato al Piave, in spazio sempre più ristretto, dalla ferrea pressione delle nostre truppe, fulminano senza tregua dalle artiglierie e dagli aeroplani, l’avversario, dopo essersi disperatamente mantenuto per otto giorni, a costo di inauditi sacrifici, sulla destra del fiume, ha iniziato, la notte sul 23, il ripiegamento sulla sinistra. Il passaggio, eseguito sotto il nostro tiro micidiale, è continuato nella giornata d’ieri protetto da un forte schieramento di mitragliatrici e da truppe di copertura che, dopo ostinata resistenza, sono state successivamente travolte dalle nostre truppe incalzanti. Il Montello e tutta la riva destra del Piave, tranne brevissimo tratto a Musile, dove la lotta continua, sono tornati in nostro possesso”.

La festa dell’Arma di Artiglieria
L’Arma di Artiglieria di fatto nasce già nel XVII secolo. Di seguito le date più significative:
- 1603: militarizzazione dell’Artiglieria da parte di Carlo Emanuele I.
- 20 luglio 1625: creazione di una compagnia, ovvero una vera e propria unità.
- 6 aprile 1739: Carlo Emanuele III concede la Bandiera all’Artiglieriaxvii.
Prima dei fatti della Battaglia del Solstizio, la ricorrenza si celebrava ricordando la battaglia di Goito (30 maggio 1848 – 1^ Guerra d’Indipendenza); fu infatti proprio il fuoco preciso ed incessante delle artiglierie a frantumare l’avanguardia austriaca nel momento in cui l’ala destra piemontese stava barcollando sotto l’urto delle forze nemiche, consentendo poi di organizzare il contrattacco vincentexviii.
Con Decreto del 5 giugno 1920 all’Arma di Artiglieria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare per la seguente motivazione:
“Sempre ed ovunque con abnegazione prodigò il suo valore, la sua perizia, il suo sangue, agevolando alla Fanteria, in meravigliosa gara di eroismi, il travagliato cammino della vittoria per la grandezza della Patria”.
Nel 1923 fu scelta la data del 15 giugno come festa dell’Arma.
BIBLIGRAFIA E SITOGRAFIA
- AMENDOLA F., Guglielmo II voleva schiaffeggiare Carlo I d’Austria per il suo desiderio di pace, su https://www.ariannaeditrice.it/.
- ARCHIVIO RAI.IT.
- ARCHIVIO STORICO DELL’ESERCITO ITALIANO.
- ASSENZA A. (2010), Il Generale Alfredo Dallolio – la mobilitazione industriale dal 1915 al 1939, SME Ufficio Storico.
- BONCI G., BRECCIA G. (2021), Le grandi vittorie dell’Esercito Italiano, Newton Compton editori;
- BOVIO O. (2010): Storia dell’Esercito Italiano 1861-2000, SME Ufficio Storico.
- COMANDO GENERALE D’ARTIGLIERIA (1918), Norme per la contropreparazione d’artiglieria.
- COMANDO SUPREMO REGIO ESERCITO ITALIANO (1918), Criteri d’impiego delle bombarde.
- ISPETTORATO ARMA DI ARTIGLIERIA, La Bandiera dell’Artiglieria.
- MONTANARI M. (2000), Politica e strategia in cento anni di guerre italiane, SME Ufficio Storico;
- MONTU’ C. – Storia dell’Artiglieria Italiana, Rivista di Artiglieria e Genio;
- PETACCO A. (1982), Le grandi battaglie del XX secolo, Armando Curcio.
- GRANDE ATLANTE STORICO MONDIALE DE AGOSTINI;
- Sito web zanichelli.it;
- Sito web regioesercito.it;
- Altri siti web citati direttamente nel testo.
i La 1^ Battaglia del Piave si svolse nella seconda metà di novembre del 1917.
ii Tra le varie ed eroiche pagine di guerra vi è la battaglia per la conquista del Col Moschin del 16 Giugno 1918 da parte degli Arditi del IX Reparto d’assalto, da cui trae origine l’odierno 9° reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”.
iii Occorre ricordare che l’asso dell’aviazione italiana Francesco Baracca fu abbattuto nel corso della Battaglia del Solstizio, Il 19 giugno 1918, durante un’azione di mitragliamento a volo radente sul Montello.
iv Nella giornata del 9 novembre 1917 tutte le truppe superstiti italiane avevano raggiunto la sponda destra del Piave.
v Vale la pena rammentare che fu costituita allo scopo la XIV Armata austro-tedesca (8 divisioni austriache e 7 divisioni tedesche). L’ Operazione «Waffentreue» (fedeltà d’armi) iniziò alle ore 02.00 del 24 ottobre 1917: comandante della XIV Armata austro-tedesca, Otto von Below. Capo di Stato Maggiore della XIV Armata austro-tedesca, Krafft von Dellmensingen. Entrambi ufficiali tedeschi.
vi Il cosiddetto “affare Sisto”. I due principi dovevano fare da intermediari con il governo francese, a cui Carlo I avrebbe promesso di sostenere la richiesta di riottenere l’Alsazia-Lorena al quel tempo annessa all’Impero germanico; Carlo I avrebbe offerto anche concessioni al Belgio. Sisto (l’interlocutore diretto di Carlo I e il destinatario formale del documento chiave che poi fece scoppiare lo scandalo) si dedicò con molto zelo alle delicatissime trattative, e per le quali con il fratello Saverio fu ricevuto in segreto a Vienna. Nella mente dell’Imperatore e del principe Sisto quella pace separata dell’Austria con le potenze alleate avrebbe dovuto farsi a tutte spese dell’Italia, la quale doveva essere tenuta all’infuori delle trattative stesse per esser poi messa in presenza del fatto compiuto.
vii Alfredo Dallolio: ufficiale di Artiglieria, nel 1911 divenne direttore generale di Artiglieria e Genio e nel 1915 divenne sottosegretario per le Armi le Munizioni all’interno del Ministero della Guerra.
viii 500 pezzi da parte francese e 300 pezzi da parte UK.
ix Johann-Joseph-Franz-Karl Radetzky: il noto Feldmaresciallo austriaco protagonista durante le guerre napoleoniche e la I Guerra d’Indipendenza Italiana. Governatore militare della Lombardia, guidò le truppe austriache (1848-49) contro l’esercito piemontese fino alla vittoria di Novara e all’armistizio di Vignale (1849). Divenuto governatore generale del Lombardo-Veneto represse l’insurrezione del 1853 e perseguitò i patrioti italiani.1
x Arciduca Friedrich Rudolf Dominik Albrecht: durante la III Guerra d’Indipendenza, il 24 giugno 1866 nella Battaglia di Custoza, sconfisse le truppe italiane.
xi Dopo l’armistizio del 4 novembre 1918 fu a capo della Missione Militare Italiana a Vienna. Eccellente conoscitore del tedesco, affrontò di propria iniziativa ruoli delicatissimi tra cui il recupero di opere d’arte trafugate dagli austriaci.
xii Nella letteratura divulgativa spesso capita di leggere “7000 bocche da fuoco”; tale dato è sovrastimato se viene riferito alle artiglierie effettivamente impegnate in combattimento; tuttavia appare veritiero se nel conteggio si considerano tutte le artiglierie (quasi 10.000) ma al netto delle bombarde e dei pezzi controaerei. La bombarda è nata verso la fine del XIII secolo e durante la Grande Guerra ha avuto un vasto impiego. Considerata una ”artiglieria da trincea”, era di costruzione molto semplice ed economica, dal rapido maneggio e dalla gittata ridotta; poteva lanciare proietti (bombe) con grandi quantitativi di esplosivo. A titolo di esempio: nella pubblicazione “Criteri d’impiego delle bombarde” ed. 1916 del Regio Esercito, è riportato che la bombarda cal. 240 mm aveva una gittata massima di 1300 m. La bomba aveva una massa di 87 kg di cui 45 di esplosivo. Tra il 1916 ed il 1919, tra le specialità dell’Arma di Artiglieria, esisteva anche quella denominata “Bombardieri”. Il verbo “bombardare”, largamente utilizzato in epoche moderne per descrivere il tiro concentrato e sostenuto di artiglieria e/o il lancio di bombe d’aereo, deriva da questo materiale; attorno al XIV-XV secolo questo verbo aveva infatti il significato di “attaccare le mura delle fortezze con le bombarde”.
xiii Le fonti consultate oscillano su dati; il dato più diffuso cita 6.833 materiali di artiglieria austroungarici complessivi, ma appare verosimile che in tale numerico siano comprese anche le bombarde.
xiv Per trasportare questa massa impressionante di ferro ed esplosivo, l’intero sistema dei rifornimenti fu riorganizzato e strutturato su quattro livelli di trasporto: la ferrovia strategica (dalle fabbriche ai centri di smistamento), gli autocarri (fino ai depositi avanzati), le ferrovie a scartamento ridotto Decauville, che potevano essere montate e smontate rapidamente (per le batterie schierate in pianura), il trasporto animale e le teleferiche (per gli schieramenti di difficile accesso).
xv Armando Vittorio Diaz: nominato sottotenente di Artiglieria nel 1882, frequentò la Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio di Torino. L’8 novembre 1917 fu nominato capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in sostituzione di Cadorna.
xvi Secondo la dottrina moderna, il fuoco di contropreparazione (counterpreparation fire) è una intensa azione di fuoco prepianificata tendente a ridurre la capacità operativa del nemico, nel momento in cui l’attacco nemico si palesa imminente, per impedirne l’esecuzione o, quantomeno, ridurne le possibilità di sviluppo. Nelle “Norme per la contropreparazione d’artiglieria” emanate nell’aprile 1918 dal Comando Generale di Artiglieria si legge: (contropreparazione immediata) … “allorchè l’avversario inizia il tiro violento d’artiglieria sulle nostre linee, facendo prevedere un imminente attacco (….) l’artiglieria deve aprire prontamente il fuoco di contropreparazione sugli elementi vitali nemici. (Contropreparazione anticipata)….”la contropreparazione è compito essenziale dell’artiglieria, ed è intendimento del Comando che essa debba essere iniziata un’ora prima dell’azione avversaria, oppure ai primi sentori della stessa”.
xvii Pochi giorni dopo, il 16 aprile 1739 furono costituite in Torino le Regie Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione (oggi Scuola Ufficiali dell’Esercito).
xviii Da una lettera del cap. Luigi Corsi, comandante della compagnia dei volontari genovesi: «La nostra artiglieria cominciò a tuonare formidabile e brevemente al solito» (……) «Chi vince ogni scontro è l’artiglieria e i bersaglieri, e quando la cavalleria o la linea ci vede arrivare, si tranquillizzano…».
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