Kiel Institute: l’economia di guerra russa entra nell’Endgame
Per anni la resilienza dell’economia russa è stata utilizzata dal Cremlino come una prova politica: le sanzioni non funzionano, l’Occidente si stanca, Mosca regge. Il nuovo rapporto del Kiel Institute for the World Economy, significativamente intitolato “Endgame. The State of the Russian Economy”, racconta però una realtà molto diversa. La Russia non è crollata, è vero. Ma proprio qui sta la parte più insidiosa del quadro. Non siamo davanti a un collasso improvviso, bensì a un deterioramento strutturale, progressivo, sempre più difficile da nascondere dietro i numeri ufficiali del Pil, della spesa pubblica o dell’occupazione.
Il punto centrale del rapporto è che l’economia russa è ormai entrata in una fase di “fine partita” economica. Non perché domani il sistema debba necessariamente implodere, ma perché le fondamenta che gli hanno consentito di sostenere la guerra contro l’Ucraina si stanno consumando rapidamente. La crescita si è fermata, le riserve fiscali sono quasi esaurite, il settore civile ristagna, mentre l’apparato produttivo viene sempre più piegato alle esigenze militari. Nel primo trimestre del 2026 l’economia si è contratta dello 0,3 per cento nonostante un forte aumento della spesa pubblica. La previsione ufficiale di crescita per il 2026 è stata ridotta allo 0,4 per cento, ma anche questa stima potrebbe risultare ottimistica se, come molti osservatori ritengono, l’inflazione reale fosse superiore a quella dichiarata.
Il problema russo non è soltanto contabile. È politico, industriale e sociale. La guerra ha creato un’economia a due velocità: da un lato i comparti legati alla difesa, sostenuti dallo Stato, dal credito bancario e da meccanismi quasi fiscali; dall’altro il settore civile, che subisce scarsità di manodopera, tassi d’interesse elevati, difficoltà di approvvigionamento, investimenti fermi e tecnologie sempre più costose o meno disponibili. Le statistiche aggregate, quindi, rischiano di offrire un’immagine ingannevole. Un Paese può mostrare ancora attività economica e, nello stesso tempo, perdere capacità produttiva, qualità tecnologica e margini finanziari.
Il rapporto insiste su un dato particolarmente rilevante: le riserve fiscali accumulate da Mosca prima della guerra sono state in larga parte consumate. L’indicatore più eloquente è il Fondo nazionale del benessere russo (Фонд национального благосостояния), un fondo sovrano alimentato negli anni soprattutto dalle entrate petrolifere e del gas, creato per rafforzare la stabilità finanziaria dello Stato, sostenere nel lungo periodo anche il sistema pensionistico e assorbire gli shock legati all’andamento dei prezzi dell’energia. All’inizio dell’invasione su larga scala valeva circa il 6,5 per cento del Pil; ad aprile 2026, nella sua componente liquida, era sceso all’1,8 per cento. Quello che un tempo rappresentava un vero cuscinetto strategico per il bilancio russo è ormai ridotto a una riserva d’emergenza sempre più sottile, insufficiente per un Paese tagliato fuori dai mercati internazionali dei capitali. Anche il deficit racconta la stessa storia: nel primo trimestre del 2026 ha già superato l’obiettivo previsto per l’intero anno. Le entrate da petrolio e gas, pilastro dell’equilibrio fiscale russo, sono diminuite in modo netto nei primi mesi del 2026, anche per effetto delle sanzioni più severe e degli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche e capacità di raffinazione.
La Russia resta dunque prigioniera della sua vecchia dipendenza dagli idrocarburi. L’economia sovietica prima e quella russa poi hanno sempre oscillato al ritmo del prezzo del petrolio. La guerra non ha cancellato questa vulnerabilità, l’ha resa più decisiva. Ogni dollaro in meno di ricavi da esportazione è un dollaro in meno per finanziare lo sforzo bellico, importare componenti critici, sostenere il bilancio e alimentare la macchina militare-industriale. L’aumento dei prezzi energetici legato alle tensioni nel Golfo può offrire a Mosca un sollievo temporaneo, ma non risolve la fragilità di fondo: senza entrate energetiche robuste e continuative, la capacità russa di finanziare la guerra si restringe rapidamente.
Un altro elemento decisivo riguarda il modo in cui il Cremlino ha spostato una parte del finanziamento della guerra fuori dai conti pubblici ufficiali. Il rapporto evidenzia l’espansione del debito delle imprese e il ruolo crescente del sistema bancario nel sostenere settori legati alla difesa. Il credito alle industrie connesse allo sforzo bellico è cresciuto molto più rapidamente rispetto al resto dell’economia. Questo consente allo Stato di nascondere parte del costo reale della guerra, ma aumenta i rischi finanziari. Molte imprese sono appesantite da oneri finanziari elevati, i crediti problematici crescono e alcune banche mostrano livelli di capitale sempre più sotto pressione. È una forma di mobilitazione economica che può funzionare per un certo periodo, ma che scarica tensioni crescenti sul sistema produttivo e finanziario.
La Banca centrale russa si trova davanti a un dilemma quasi insolubile. Da un lato deve mantenere tassi elevati per contenere l’inflazione, proteggere il rublo e raffreddare una domanda drogata dalla spesa pubblica. Dall’altro, tassi così alti soffocano l’economia civile, aggravano il costo del debito e comprimono gli investimenti. La politica fiscale continua a spingere, quella monetaria prova a frenare. È la fotografia classica di uno squilibrio macroeconomico: il governo alimenta la domanda per sostenere la guerra, mentre la banca centrale cerca di impedire che quella stessa domanda si trasformi in inflazione fuori controllo.
La seconda grande trasformazione descritta dal rapporto è la dipendenza crescente dalla Cina. La retorica ufficiale parla di partnership strategica, ma i dati raccontano un rapporto sempre più asimmetrico. Pechino è ormai il principale sbocco commerciale e tecnologico di Mosca. La Cina rappresenta circa il 35 per cento del commercio estero russo e svolge un ruolo centrale nella fornitura di beni dual use e componenti critici. Più che un’alleanza tra pari, il rapporto sino-russo assomiglia sempre più a una relazione nella quale la Russia vende materie prime scontate e compra beni industriali, tecnologie, macchinari e componenti a condizioni sempre meno favorevoli.
Questa dipendenza non è soltanto commerciale. È strategica. La Russia ha bisogno della Cina per aggirare o attenuare l’impatto delle sanzioni, ma proprio questo bisogno rafforza il potere contrattuale di Pechino. Mosca accumula yuan invece di valute pienamente convertibili, ha meno margini per diversificare le fonti di importazione e dipende da banche cinesi che, quando temono sanzioni secondarie, possono rallentare o bloccare i pagamenti. La Cina beneficia della guerra russa senza doversi assumere tutti i costi della guerra russa. Ottiene energia a prezzi favorevoli, rafforza la propria influenza, sostituisce prodotti occidentali sul mercato russo e diventa snodo essenziale per componenti che Mosca non riesce più ad acquisire direttamente.
Il capitolo sulle importazioni sanzionate è particolarmente significativo. La Cina fornisce oltre il 60 per cento dei componenti critici che arrivano in Russia e, nel caso dei microprocessori, molte forniture restano di marchi occidentali ma transitano attraverso canali cinesi. In altri settori, invece, Pechino non si limita a riesportare: sostituisce direttamente la tecnologia occidentale con prodotti propri. È una trasformazione che rende più difficile l’applicazione delle sanzioni, ma allo stesso tempo conferma quanto la Russia sia diventata dipendente da un solo grande intermediario.
Sul piano interno, la guerra ha prodotto un effetto paradossale. Alcune regioni russe più povere hanno registrato una convergenza nei redditi e nei salari, grazie alla spesa militare, agli appalti per la difesa e ai compensi offerti a chi si arruola. Ma questa non è una modernizzazione. È una redistribuzione di guerra. Le risorse vengono spostate verso settori utili al conflitto, non verso investimenti capaci di aumentare la produttività futura. L’apparente miglioramento di alcune aree periferiche nasce dal reclutamento militare e dalla mobilitazione industriale, non da uno sviluppo sano e duraturo. Inoltre, più di due terzi delle regioni russe hanno registrato deficit di bilancio entro l’autunno 2025, segno che la pressione fiscale e finanziaria non riguarda solo Mosca ma attraversa l’intera Federazione.
La conclusione politica del rapporto è netta: l’Occidente, e soprattutto l’Europa, dispone oggi di una finestra di opportunità. Le sanzioni non devono essere giudicate con il criterio semplicistico del “non hanno fermato la guerra, quindi non funzionano”. Devono essere valutate per ciò che realmente possono fare: restringere il vincolo di bilancio russo, aumentare il costo dell’aggressione, ridurre le entrate disponibili per la macchina bellica e complicare l’accesso a tecnologie critiche. Il rapporto propone tre linee d’azione: rafforzare l’applicazione del price cap e il monitoraggio della flotta ombra; irrigidire i controlli sulle esportazioni, con particolare attenzione alle imprese cinesi; introdurre una tariffa europea sul commercio residuo con la Russia, destinando le entrate al sostegno dell’Ucraina.
Il messaggio finale è chiaro. La Russia non è invincibile, ma non cadrà da sola. La sua economia è più fragile di quanto dica la propaganda, ma più resistente di quanto sperassero molte previsioni iniziali. Proprio per questo la pressione deve essere coerente, prolungata e meglio applicata. Il Cremlino ha trasformato l’economia russa in uno strumento di guerra. L’Europa deve rispondere trasformando le proprie politiche economiche in strumenti di sicurezza. Perché il vero punto non è se la Russia possa ancora finanziare la guerra oggi, ma quanto a lungo le sarà consentito farlo domani.
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