Intervista a Carlo Festucci (v.pres. DEAS Cyber+): “L’unica guerra che non finirà è quella cyber”
Carlo Festucci è uno di quei testimoni che l’industria italiana non può archiviare in una biografia ufficiale. Il sito di DEAS Cyber+, società di cui è oggi vice presidente, lo presenta come una figura di riferimento per lo sviluppo e la promozione dell’industria aerospaziale, della difesa e della sicurezza, con oltre cinquant’anni di attività professionale.
È stato sindacalista di vertice, poi segretario generale dell’AIA, trasformata nel 1997 in AIAD, la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza. Ha avuto incarichi in CIRA, Registro Aeronautico Italiano, Alenia Hellas, Agusta e in organismi europei e NATO.
La biografia racconta solo una parte. L’altra emerge dalla voce, dal ritmo, dalla memoria personale. Festucci parla senza costruirsi un monumento, alternando ironia, durezza e una convinzione: senza capacità industriali, senza coordinamento e senza una domanda chiara dello Stato, il Paese non diventa “resiliente”.
Lei è nato a Roma?
No, sono nato a Genova nel 1948, anche se non ci crede nessuno.
Per l’accento… (chiedo in effetti sorpreso)
Sono figlio di un camallo, mio padre lavorava al porto. Mia madre era una nobildonna genovese. Nei primi anni ho studiato con un istitutore, non andavo neanche a scuola. Poi i miei genitori si sono separati.
Nel 1960 sono venuto a Roma con mio padre, mia madre è rimasta a Genova. Sono andato ad abitare in un palazzo alla Garbatella. Tu puoi immaginare quel quartiere negli anni Sessanta: se parlavi minimamente italiano, i ragazzini ti prendevano in giro. Ho di conseguenza fatto un “corso accelerato di romano”.
Ricordo persino il giorno del mio arrivo a Roma, il 10 luglio, perché c’erano le Olimpiadi. Un mio zio aveva la televisione in bianco e nero, che allora era una cosa rara!
A Roma ho cominciato a studiare. Ho fatto le medie, mentre mio padre faceva il muratore. Eravamo molto poveri. Mia nonna, che è stata la donna della mia vita, si è messa a fare la donna di servizio e, di fatto, ha cresciuto me e mia sorella, con grandi sacrifici.
Molto presto. Prima di fare il militare ho fatto il vigile del fuoco, perché non volevo occuparmi di difesa… Poi, per la legge del contrappasso, ho fatto solo quello per tutta la vita!
All’inizio facevo l’analista clinico, mi occupavo di laboratori di analisi. Subito dopo sono andato a lavorare in un centro di ricerca dell’IRI, il Centro Sviluppo Materiali. Mi occupavo di fisica dello stato solido e magnetismo.

Che studi aveva fatto?
Alle superiori ho fatto il geometra. Poi, mentre insegnavo come insegnante tecnico pratico al Vittorino da Feltre, ho cominciato ad andare all’Università. La sera studiavo Matematica, a via Vicenza, dove c’erano i corsi serali. Di giorno lavoravo nel centro di ricerca dell’IRI.
Sono andato avanti per una decina d’anni. Nel frattempo ho cominciato a occuparmi di sindacato. Nel 1980 sono passato alla FIOM come funzionario e nel 1985 sono diventato segretario nazionale.
Mi occupavo della parte importante: la Fiat, i trasporti, l’aerospazio, la difesa. Sono stato membro del comitato centrale della CGIL. Ho lavorato con Lama, con Trentin, Del Turco. Sono sempre stato socialista.
Come arriva all’Associazione delle Industrie Aerospaziali e della Difesa?
A un certo punto Fabiano Fabiani mi chiamò e mi disse che c’era l’AIA (Associazione Industrie Aerospaziali, nda) – senza la D – che aveva bisogno di essere rilanciata perché “non funzionava”. Era un’associazione morta. C’erano una ventina di aziende: Aeritalia, Selenia,Agusta… Oggi la sola Leonardo rappresenterebbe quelle venti aziende messe insieme.
Ho auvuto molti incarichi: sono diventato presidente e amministratore delegato del CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, nda) in un momento difficile, quando arrestarono il vecchio presidente, sono entrato nel consiglio di amministrazione del Registro Aeronautico Italiano, sono stato presidente e amministratore delegato di Alenia Hellas, membro del consiglio di amministrazione dell’Agusta belga.
L’AIAD nasce in quel periodo?
L’AIAD l’ho fatta due anni dopo che stavo in AIA. Feci la fusione tra il RITAD, il raggruppamento delle aziende della difesa, e le aziende aeronautiche. Le compattai tutte e feci l’AIAD.
Aggiungendo la “D”
D come difesa. Come AIA facevamo la parte aeronautica, civile e difesa. Aggiungendo la “D” facemmo tutto, anche risparmiare circa un miliardo di lire di spese (circa 1 milione di euro odierni, nda). Mettere insieme le strutture significava razionalizzare personale, organizzazione, funzioni. È stata una bella esperienza.
Poi venne anche Guido Crosetto. Credo che quella sia stata l’esperienza umana e professionale più bella della mia vita.
Con Guido ebbi un rapporto eccellente. Abbiamo fatto diventare l’AIAD una cosa straordinaria.

Cosa è cambiato rispetto ad allora?
A un certo punto dovevo andare via, non potevo restare cinquant’anni… Non sarebbe stato giusto. Chi è rimasto non ha avuto la capacità di mettere subito un’altra persona e le cose non sono andate bene. Mi dispiace molto, perché l’AIAD oggi sta andando a malora. Spero si riprendano presto.
Perché? Perdita di iscritti, minore attività?
Non fanno più niente. Le aziende si lamentano, a quanto mi dicono. Ora spero che con l’arrivo di un nuovo direttore migliori. Hanno cambiato lo statuto, ma temo l’abbiano molto “burocratizzata”. L’AIAD aveva senso se era flessibile.
Può darsi che non avessi ragione io. Può darsi che questa strada andrà meglio. Vedremo.
Lei oggi sta lavorando a una nuova iniziativa nel settore cyber
Sì, sto organizzando un’associazione come Cyber Difesa e Sicurezza. Il 15 di questo mese abbiamo un primo incontro con molte aziende. Se la faccio, sarà una nuova AIAD come concetto generale, non sostitutiva dell’AIAD.
La concorrenza è utile
No, io non penso che debba essere concorrente. Anzi, tecnicamente potremmo anche pensare a un gemellaggio, a federarci. Non mi sento in competizione con l’AIAD ma penso che serva una specializzazione.
Quello che ho fatto, per esempio, nel “polo della subacquea” è stato proprio questo. Il polo della subacquea me lo sono di fatto inventato, insieme a Cappelletti, per essere onesto. Nessuno aveva una voce unica. Ognuno diceva quello che voleva, non c’era coordinamento e della subacquea si parlava poco.
Essere riusciti a mettere insieme tre ministeri che danno indirizzi, un comitato strategico che li mette in pratica e una serie di aziende che implementano con le loro capacità, sulla base delle esigenze che ti chiede lo Stato, significa rispondere direttamente a una domanda. Non a una tua esigenza.
Quello che vorrei fare nella cyber è esattamente questo.

Perché proprio la cyber?
Perché nella cyber abbiamo una serie di attori che parlano con voce propria. Cito l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, il Mimit, la Difesa (che è l’unica ad avere una voce forte sulla cyber perché ha esigenze reali), il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per la trasformazione digitale, l’Agenzia del Mare… Ogni tanto qualcuno se ne esce con qualcosa.
Le aziende conoscono quello le proprie capacità. Ma se nessuno chiede che cosa serve, non avremo mai un legame forte e non saremo mai in condizione di far diventare resiliente questo Paese.
Parliamo, per esempio, di DEAS, un’azienda straordinaria. Ha grandissime capacità e lo ha dimostrato nei fatti. Abbiamo fatto una gara internazionale con Paesi di tutto il mondo: siamo arrivati primi in Italia, secondi in Europa e quattordicesimi nel mondo.
Dal punto di vista nazionale siamo forse tra i più bravi, soprattutto nella parte di attacco, non soltanto di difesa. La parte di attacco la possiamo dare, naturalmente, solo alle nostre Forze Armate. Ma l’Adversary Emulation la puoi fare anche per altri Paesi, insegnando come ci si deve difendere.
Siamo in condizione di far diventare resilienti le nostre infrastrutture. Questa cosa non tutti la capiscono, ma piano piano stiamo dando contributi. Oggi abbiamo una missione in Azerbaijan, abbiamo fatto missioni in Malesia, Thailandia, Singapore, Emirati, dove stanno valutando le nostre capacità.
Siamo un’azienda che raddoppia ogni anno il fatturato. Siamo partiti da otto milioni, siamo arrivati a ventisette, l’anno scorso abbiamo fatto quarantotto e quest’anno stimiamo cento. Siamo un’azienda molto dinamica, molto preparata, che dà risposte al nostro Paese. La Difesa conta molto su di noi.
Lei insiste molto sull’aggregazione delle imprese italiane
Vorrei che tutti capissero una cosa: finiranno pure le guerre, ma l’unica guerra che non finisce è quella cyber. Noi siamo continuamente attaccati. La guerra cyber va avanti, e c’è spazio per tutti.
Se riuscissimo a mettere insieme le capacità di tutte le aziende italiane, senza delegare a quelle estere, faremmo un lavoro non solo per noi come aziende. Saper mettere insieme le capacità vuol dire crescere tutti insieme. Soprattutto lo faremmo per il nostro Paese. Questo è l’obiettivo che mi sto ponendo. Spero di riuscirci.

La cultura della difesa cyber è ancora insufficiente?
Gli attacchi aumentano continuamente. Ormai è difficile tenerli nascosti. Pensa all’attacco a RFI. Ma faccio un esempio ancora più semplice: le nostre cartelle cliniche. Le risposte delle analisi te le mandano online. Se tu avessi una malattia che non vuoi far sapere, potrebbero conoscerla tutti.
Questo è il punto. La cyber non è un settore separato dalla vita reale. È dentro le infrastrutture, dentro i servizi, dentro la privacy, dentro la sicurezza nazionale. Per questo non possiamo permetterci di delegarla, né di affrontarla in ordine sparso.
Parlare di unità tra aziende in ambito cyber sembra quasi come chiedere coesione alla politica…
Non è vero. Le aziende, diversamente dai politici, hanno un interesse vero: il business. E il business non si fa con la presunzione di essere “bravi su tutto”. Ognuno di noi sa che c’è una parte che un altro fa meglio. Se mettiamo insieme due parti ben fatte, ne facciamo una eccezionale.
Ho fatto un incontro con Elettronica, che in teoria sarebbe nostra concorrente, e abbiamo deciso di fare insieme questo lavoro. Perché loro sono bravi a fare alcune cose, noi siamo bravi a farne altre. Se ci mettiamo insieme, facciamo cose straordinarie.
Stiamo coinvolgendo anche piccole e medie imprese, startup, che sono entusiaste di lavorare con noi. Io sto facendo in modo che DEAS diventi la spina dorsale del settore, ma non con la presunzione di essere la più brava, bensì con l’ambizione di essere aggregante.
In tempi di intelligenza artificiale, rispetto ai grandi player mondiali, non rischiamo di rimanere indietro?
Noi lavoriamo sull’intelligenza artificiale. Certo, da noi è un problema spendere soldi, perché non ci sono. Ma se non cominciamo a farlo, non ci arriveremo mai.
Pensare che diventeremo come i cinesi sull’intelligenza artificiale richiederà tempo. Però siamo obbligati a farlo.
Come europei avremmo la massa critica
Sì, ma il problema è che stiamo discutendo di un’Europa che non esiste. È come quando parliamo di difesa europea. La teoria è corretta, è naturalmente obbligatorio farla. Però poi ci sono nazioni che sembrano essere un po’ più europee delle altre.
Vedi i francesi, che vogliono fare quello che vogliono perché hanno la bomba atomica. Vedi i tedeschi, che hanno da mettere 120 miliardi sulla difesa. E noi stiamo discutendo se poter accedere al SAFE o a qualche soldo per far partire programmi considerati strategici per la difesa.
Rinunciamo? No, non rinunciamo. Con quel poco che abbiamo ci mettiamo in campo. Le nostre capacità sono notevoli. Se un’azienda come DEAS vince gare internazionali e riesce a essere competitiva a livello nazionale e internazionale, vorrà pur dire qualcosa. A livello internazionale ci sono anche i cinesi, gli australiani, gli americani. Non sempre chi in teoria è più bravo lo è anche in pratica. Sicuramente hanno più potenzialità delle nostre, tuttavia ci misuriamo con loro.

Il divide et impera funziona anche a livello europeo?
Secondo me il “divide et impera” non ha mai funzionato. Funziona per chi divide e quindi “impera”. Ma qui il problema non è comandare da soli. Qui bisogna “comandare insieme”.
Non siamo più in condizione di essere soli. Quali sono i programmi, soprattutto nella difesa, che un Paese può permettersi da solo? Non se lo può permettere sui carri, non se lo può permettere sull’aeronautica, non se lo può permettere neanche sulla cyber.
Dobbiamo fare un carro europeo, un aereo europeo. Due aerei di ultima generazione per la sola Europa? Non era possibile che ci fossero SCAF e GCAP. Era una cosa ridicola!
Ognuno con metà del budget necessario…
L’Europa purtroppo non c’è. L’Europa al momento è solo un fatto monetario. Perché per esserci davvero Europa ci devono essere due condizioni: un ministro degli Esteri e un ministro della Difesa. Altrimenti non ce la farà mai. E non li abbiamo. Ognuno si fa i cavoli suoi.
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