Emirati, la “resilienza” era un bonifico
Il 12 giugno 2026 Reuters, citando quattro fonti, ha pubblicato una notizia che vale come epitaffio di un intero genere letterario. Gli Emirati Arabi Uniti avevano già consegnato circa tre miliardi di dollari all’Iran e si erano impegnati a sbloccarne altri, fino a un totale che due fonti regionali indicano in dieci miliardi e altre due in venti, in cambio dello stop agli attacchi missilistici e con droni sul proprio territorio. Il negoziato aveva accelerato quando ufficiali dei Pasdaran erano volati ad Abu Dhabi per incontrare Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale e vicegovernante dell’emirato, alloggiando nella sua foresteria. Poi una delegazione emiratina era andata a Teheran a limare i dettagli del meccanismo.
La notizia è stata pubblicata da Reuters e ripresa da altre testate internazionali. Il ministero degli Esteri emiratino ha diffuso una smentita categorica. Reuters non l’ha ritirata.
Vale la pena fermarsi su quel gesto, perché è il punto esatto in cui la realtà incassa il conto lasciato aperto per mesi da una certa scuola di analisi.
Per settimane la potenza militare emiratina era stata descritta come resiliente, la sua economia come robusta, la sua postura strategica come quella di una media potenza che dalla guerra sarebbe uscita rafforzata.
Il Belfer Center di Harvard, ad aprile, scriveva che l’Iran aveva probabilmente calcolato male la resilienza degli Emirati, resilienza multidimensionale e duratura, e che la loro posizione di media potenza non ne era uscita indebolita, semmai rafforzata. Sessanta giorni dopo, il vertice di quella media potenza resiliente ospitava i Pasdaran nella foresteria del capo dell’intelligence e staccava un assegno per farsi lasciare in pace.
La “resilienza”, alla prova dei fatti, si è chiamata bonifico
Qui il bersaglio è il metodo, prima ancora dei singoli errori di previsione, che capitano a chiunque scriva di Medio Oriente. Esiste una scuola di lettura del Golfo che procede per categorie strategiche e poggia pochissimo su fatti verificabili, e che quando i fatti arrivano viene smentita con regolarità meccanica.
In Italia questa scuola trova la sua voce più continua nell’ISPI, e nella lettura del Golfo che l’istituto milanese produce con regolarità. È lo stesso ambiente dei think tank inseriti nell’architettura di sicurezza euro-atlantica e nei circuiti finanziati dalle monarchie del Golfo, dove la resilienza emiratina conta meno come tesi da dimostrare e più come presupposto d’ambiente.
Prendiamo il pezzo più recente e verificabile, quello del 3 luglio sull’uscita degli Emirati dall’OPEC. La lettura è che Abu Dhabi esca dal cartello per spingere al massimo produzione ed export, in autonomia strategica, con una super-cassaforte sovrana appena costituita a fare da scudo. Ogni pilastro di questa lettura si ribalta se lo si mette accanto a un fatto documentato.
La spare capacity
L’articolo dà per assodato che gli Emirati dispongano di capacità inutilizzata pronta all’uso, e ne parla come di una riserva intatta. I numeri delle fonti indipendenti dicono altro. ADNOC dichiara una capacità di 4,85 milioni di barili al giorno, con obiettivo 5 milioni entro il 2027. La Energy Intelligence stima 4,5 milioni ma avverte testualmente che una notevole incertezza circonda la capacità di ADNOC di sostenere la produzione a pieno regime; la EIA si ferma a 4,0; Rystad a 4,3-4,4.
La produzione reale pre-guerra, a gennaio 2026, era di 3,4 milioni. La spare capacity effettivamente attivabile nel breve termine è di 600-800 mila barili al giorno, non gli 1,5-2 milioni della narrazione. E questi numeri precedono la guerra. Dopo, vanno sottratti gli impianti colpiti dagli attacchi iraniani: Habshan, il più grande centro di processamento gas del paese e punto di partenza dell’oleodotto ADCOP verso Fujairah; Shah; la Fujairah Oil Industry Zone, colpita due volte; Ruwais; il terminale ADCOP.
Una riserva degradata dalla guerra raccontata come riserva pronta al mercato è propaganda, non analisi. Chi il prezzo del greggio lo sta davvero facendo scendere aumentando la capacità è l’Arabia Saudita, che pompa il Petroline a 7 milioni di barili al giorno via Yanbu e ha una spare capacity reale di circa 3 milioni. La capacità di mercato attribuita agli Emirati è, alla lettera, saudita. Lo avevamo scritto ad aprile, con le stesse fonti. I fatti di giugno lo confermano.
La contraddizione sul PIL, che è il punto in cui l’analisi si annulla da sola. Nello stesso testo si legge che il 77 per cento dell’economia emiratina è non-oil, e che quindi il blocco del terziario esporrebbe il PIL a contrazione. Poche righe dopo si legge che il PIL 2026 cresce comunque al 3,1 per cento grazie all’energia e alla rotta alternativa di Fujairah. Le due affermazioni si elidono. Se il motore è il terziario, l’energia è marginale; se la crescita viene dall’energia, il 77 per cento non-oil è irrilevante. Non si possono usare entrambi gli argomenti nella stessa pagina, e chi lo fa dimostra di non sapere che cosa entri in una previsione di PIL. Quel 3,1 per cento è una proiezione del Fondo monetario formulata prima del consolidamento dei dati non-oil di inizio anno, come lo stesso articolo ammette in un inciso, e attribuita a una componente energetica che è sotto blocco di Hormuz e con le infrastrutture colpite. Si assegna la crescita alla parte dell’economia che è ferma.
E c’è un pezzo di realtà che quella lettura non nomina mai: i capitali in fuga
La banca centrale emiratina ha rilasciato simultaneamente, il 18 marzo, il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale, mossa che si prende quando c’è un deflusso da assorbire. Ha chiesto una swap line d’emergenza al Tesoro americano. L’immobiliare di Dubai ha segnato a marzo il primo calo in sei anni, meno 5,9 per cento medio secondo ValuStrat.
Un’economia che blinda le riserve, rilascia i cuscinetti di capitale e negozia linee d’emergenza in dollari lo fa perché è a corto di liquidità, e chi è a corto di liquidità non ha spare capacity da spendere: la tiene ferma per necessità e la racconta come scelta. Un PIL in crescita mentre la cassa si svuota è un numero sulla carta. Lo scrivevamo ad aprile con una frase che vale ancora: senza liquidità non cresci, stai producendo profitti solo sul foglio, in realtà non incassi niente.
“Super-cassaforte” sovrana. Un articolo dell’ISPI presenta il fondo l’Imad Holdings come lo scudo che regge la solidità emiratina. L’Imad nasce a gennaio 2026 da una risoluzione del Supreme Council for Financial and Economic Affairs che vi fa confluire gli asset di ADQ, 263 miliardi di dollari, per un totale intorno ai 300 miliardi, venticinque società di investimento e oltre duecentocinquanta controllate. La presiede Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed, figlio maggiore del presidente e principe ereditario; la gestione operativa è dell’amministratore delegato Jassem Al Zaabi. Due dettagli che l’articolo non registra ne rovesciano il senso. Il primo è il tempismo: la consolidazione avviene poche settimane prima della guerra e dell’emergenza di liquidità, quando la banca centrale rilascia i buffer di capitale e bussa al Tesoro americano per una swap line. Accorpare i gioielli di famiglia sotto un unico veicolo mentre si negoziano dollari d’emergenza serve a mettere la cassa al riparo e a stringere il controllo, il gesto di chi difende la liquidità sotto stress. Andreas Krieg del King’s College lo dice quasi con le stesse parole: mettere insieme queste risorse ha senso per decidere ed eseguire in fretta, in un momento in cui Abu Dhabi ha davvero bisogno di alzare il proprio gioco geo-economico. È accelerazione sotto pressione. Il secondo dettaglio è il passaggio di mano: ADQ era presieduto da Tahnoon bin Zayed, fratello del presidente, e Tahnoon dal board di L’imad è uscito.
Chi confonde chi presiede con chi dirige – e la lettura strategica lo fa – non vede che sotto il linguaggio del fondo sovrano corre una transizione dinastica: MBZ sposta il controllo degli asset più strategici dal fratello al figlio. La super-cassaforte è un atto di successione travestito da veicolo d’investimento.
La difesa, dove la stessa lettura inciampa due volte. La resilienza militare celebrata in queste settimane – centinaia di missili balistici e migliaia di droni iraniani intercettati – ha funzionato grazie ai sistemi THAAD e Patriot acquistati dagli Stati Uniti. La difesa che ha tenuto era hardware americano, comprato a Washington insieme al resto dell’ombrello di sicurezza. Anche l’apparato militare di Abu Dhabi vive di primi contraenti stranieri: Leonardo, che fornisce oltre cento elicotteri, il 90 per cento della flotta VVIP, i sistemi di combattimento di più di quaranta unità navali e il Combat Management System nazionale; Fincantieri, con la joint venture MAESTRAL insieme a Edge; la stessa Edge legata a Leonardo da un secondo accordo. L’articolo liquida tutto questo come ricalibrazione del modello Golfo, formula che non descrive niente. E quando scrive che nulla è più lontano dagli Emirati di un’economia di guerra, sbaglia la categoria due volte. Le free zone collegate al Tawazun Council sono procurement militare a tutti gli effetti. E il modello emiratino fa della guerra degli altri una linea di business: è Edge a produrre i blindati Nimr Ajban con sistema Galix, identificati da Amnesty International nel novembre 2024 sui campi di battaglia in mano alle RSF in Darfur, ed è Tahnoon a gestire in Etiopia l’addestramento di quelle stesse RSF. Chi lo definisce lontano dall’economia di guerra descrive qualcosa che non ha capito.
Qui sta la differenza di mestiere, ed è tutta nelle note a piè di pagina che un genere ha e l’altro no. Quando noi scriviamo che gli Emirati hanno pagato l’Iran, citiamo Reuters e le sue quattro fonti, e ricordiamo che il Washington Post ha documentato un accordo parallelo del Qatar per la chiusura della raffineria di Ras Laffan in cambio della tregua. Quando scriviamo di capacità, citiamo EIA, Energy Intelligence, Rystad. Quando scriviamo di attacchi, citiamo il Wall Street Journal e i numeri del Ministero della Difesa emiratino.
La lettura della “resilienza”, invece, poggia su categorie: autonomia strategica, ricalibrazione del modello Golfo, super-cassaforte sovrana. Sono formule che si reggono finché nessun fatto le tocca. Il 12 giugno un fatto le ha toccate tutte insieme.
Perché la smentita emiratina, che pure va riportata, non cambia il quadro. È un comunicato di Stato che nega una notizia data non da una testata sola ma da Reuters e ripresa dall’intero circuito internazionale, e che nessuna di quelle testate ha ritirato. Un ex funzionario dell’intelligence americana, citato da Middle East Eye, ha osservato che sarebbe stato improbabile che Washington non sapesse che il consigliere per la sicurezza nazionale emiratino stava ospitando ufficiali dei Pasdaran nella propria foresteria. La smentita nega il trasferimento di fondi ma non l’incontro. È il registro di chi risponde a una fotografia dicendo che la macchina fotografica non esisteva.
La prossimità qui ha nomi e date. Nel maggio 2025 l’ISPI ha pubblicato un’analisi sul Golfo, l’intelligenza artificiale e la difesa – «Towards a Tech-Exporting Gulf» – realizzata, per esplicita dicitura, in collaborazione con l’Anwar Gargash Diplomatic Academy, l’Emirates Policy Center e il centro b’huth di Dubai.

La Gargash Academy è l’accademia diplomatica federale dello Stato emiratino, quella che forma i diplomatici di Abu Dhabi, intitolata all’ex ministro di Stato per gli Affari esteri di Mohammed bin Zayed. L’Emirates Policy Center è il think tank di Abu Dhabi le cui analisi, per come lo descrive la sua stessa scheda all’Atlantic Council, servono i governi degli Emirati e del Golfo.
L’istituto milanese che dovrebbe spiegare gli Emirati ai lettori italiani firma i propri studi sul Golfo insieme all’accademia diplomatica e al centro-guida di quello stesso Stato.
E il filo arriva fino a Roma: la presidente dell’Emirates Policy Center siede nell’International Board della Fondazione Med-Or, la fondazione nata da Leonardo, accanto all’ex capo dei servizi sauditi Turki al-Faisal e a un ex ministro degli Esteri del Bahrein; la stessa Med-Or che ha preso parte all’Abu Dhabi Strategic Debate e che a Roma ha ospitato la presidente dell’EPC. Chi legge quelle analisi ha il diritto di sapere a quale tavolo sono state scritte.
Resta la domanda che riguarda meno il singolo articolo e più il sistema che lo produce e lo amplifica. Come è possibile che un’intera filiera – un think tank di rango, una cattedra, un istituto affiliato a Washington – produca per mesi una lettura che i fatti smontano uno per uno, senza che questo incida sulla credibilità del prodotto?
La risposta è che quella lettura svolge una funzione: traduce nel dibattito europeo il registro con cui Abu Dhabi descrive se stessa. La resilienza al posto della fragilità, l’autonomia al posto della dipendenza, la media potenza al posto del santuario finanziario che paga per non essere colpito.
Chi legge quelle analisi riceve il modo in cui il Golfo desidera essere raccontato, al posto dei suoi fatti. E il lettore di un giornale che si occupa di sicurezza e difesa ha il diritto di sapere la differenza.
Sheikh Zayed aveva costruito il petrodollaro come strumento di sovranità araba. Suo figlio ha barattato l’uscita dall’OPEC per una swap line americana e ha pagato l’Iran per non essere bombardato. La resilienza è questa. E chi la chiama “resilienza” sta facendo un altro mestiere.
AGGIORNAMENTO: Nelle ultime ventiquattr’ore l’Iran minaccia Hormuz, punta Bahrain e Kuwait e mette pressione al Qatar. Ma non Abu Dhabi… Sarà un caso. Oppure la resilienza emiratina, quando passa per Teheran, funziona davvero.
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