La rete di Mosca a Roma: quando la diplomazia diventa copertura
Una scheda di memoria nascosta nella fessura di un muro. Telefoni infilati in un forno a microonde nel tentativo di schermare le conversazioni. Pizzini passati di mano, incontri su panchine e tavolini di bar, buste da quattromila euro per ogni dossier. Non è il repertorio di un romanzo di spionaggio, ma la trama operativa che emerge dall’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta rete informativa costruita in Italia a beneficio dell’intelligence militare russa.
Al centro dell’indagine ci sono Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex appartenenti all’AISI e da anni in pensione. Piras, già sottufficiale dei Carabinieri, aveva maturato esperienze in Afghanistan e Iraq, frequentato ambienti Nato e ricevuto nel 2012 la Legion of Merit statunitense. Un profilo che rende la vicenda ancora più inquietante: non un dilettante, ma un uomo che conosceva i metodi, le cautele e soprattutto il valore delle informazioni.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Piras avrebbe mantenuto rapporti esclusivi con Michail Vasil’evič Astachov, accreditato come addetto militare presso l’Ambasciata russa e indicato dagli investigatori come ufficiale del GRU. Intorno a questa relazione sarebbe cresciuta una rete di fonti nella quale compaiono anche militari in servizio nel settore cyber della Difesa.
In termini Humint, il modello ipotizzato è più complesso del semplice rapporto tra case officer e agente. Piras avrebbe agito come principal agent: riceveva il tasking, attivava contatti, raccoglieva il materiale, remunerava eventuali sub-fonti e consegnava il prodotto finale al referente russo. Il funzionario protetto dall’immunità diplomatica rimaneva così più lontano dalle persone che materialmente avevano accesso alle informazioni.
Le richieste attribuite ad Astachov restituiscono con chiarezza le priorità informative di Mosca: piani italiani ed europei di riarmo, disponibilità e programmi di acquisto dei missili Storm Shadow–Scalp, sistemi Samp/T, aiuti militari all’Ucraina, sviluppo di veicoli corazzati, capacità navali senza equipaggio sperimentate a La Spezia, nominativi di appartenenti agli apparati italiani e britannici, attività di controspionaggio e documenti classificati Nato Secret.
Non curiosità diplomatiche, ma un vero intelligence requirement, articolato per obiettivi e aggiornato in base alle esigenze russe. Tra i temi riportati nei foglietti rinvenuti dagli investigatori sarebbero comparsi anche gli effetti degli attacchi contro le strutture nucleari iraniane, le priorità della Difesa europea e la capacità dell’Occidente di sostenere la produzione ucraina di missili a lungo raggio.
La stampa ha ricostruito almeno quattro incontri documentati con fotografie, video e intercettazioni. In uno, su una panchina a Bracciano, il funzionario russo avrebbe consegnato una lista di richieste e successivamente una busta con il compenso. In altri momenti compaiono schede Sd occultate nelle crepe dei muri, telefoni collocati nel microonde e informazioni ordinate in cartelle dal nome apparentemente innocuo.
Alla domanda se esistessero altre persone disponibili a collaborare, la risposta attribuita a Piras sarebbe stata brutale nella sua semplicità: ‘Basta pagare”. Durante le perquisizioni sarebbero inoltre stati trovati ventimila euro in contanti presso uno degli indagati.
Le difese respingono le accuse e sostengono che il materiale provenisse da fonti aperte. Sarà il processo a stabilire le responsabilità e la consistenza delle contestazioni. Il quadro descritto nell’ordinanza, secondo quanto riportato dalla stampa, parla però di documenti classificati dal “riservato” al “segreto”, di file Nato Secret e di informazioni potenzialmente idonee a esporre personale operativo, fonti e attività di controspionaggio.
È in questo contesto che il segretario generale della Farnesina ha comunicato all’ambasciatore russo che Ivan Petrovič Gorbačëv e Michail Vasil’evič Astachov dovranno lasciare Roma entro tre giorni.
Quella che nel linguaggio corrente viene definita “espulsione” è l’attivazione dell’articolo 9 della Convenzione di Vienna del 1961. Non è una sanzione penale e non richiede che le accuse siano prima provate in tribunale. Lo Stato ricevente può dichiarare un membro della missione persona non grata in qualsiasi momento, senza essere obbligato a rendere pubbliche le ragioni della decisione. La Farnesina ha qualificato le attività dei due funzionari come incompatibili con la Convenzione. Mosca ha già annunciato una risposta.
Il punto giuridico, per chi conosce il diritto diplomatico, è netto. L’immunità ha natura processuale, non sostanziale: impedisce o limita l’esercizio della giurisdizione dello Stato ospitante, ma non rende lecita una condotta altrimenti illecita.
Il combinato disposto degli articoli 3, 9 e 41 della Convenzione disegna il confine. Una missione diplomatica può raccogliere informazioni, ma deve farlo con mezzi leciti. I suoi membri sono tenuti a rispettare le leggi dello Stato ricevente e a non interferire nei suoi affari interni. Quando la raccolta informativa diventa reclutamento clandestino di fonti, pagamento di documenti classificati e accesso abusivo a sistemi protetti, la copertura diplomatica si trasforma in uno strumento operativo.
Già nel 2022, commentando l’allontanamento di trenta diplomatici russi dall’Italia, avevo osservato che l’articolo 9 costituisce la principale contromisura contro l’abuso dello status diplomatico. Avevo però sottolineato anche il dilemma operativo: un ufficiale d’intelligence identificato e sorvegliato può essere più utile al controspionaggio se rimane al suo posto, perché permette di seguirne i contatti, gli spostamenti e i tentativi di reclutamento. Espellerlo significa bruciare una copertura, ma anche perdere un bersaglio conosciuto e costringersi a ricominciare con il suo successore.
In questo caso, però, la rete era ormai compromessa. Gli incontri erano stati documentati, i canali individuati, gli arresti eseguiti e l’operazione resa pubblica. Il valore residuo della sorveglianza era probabilmente inferiore all’esigenza di interrompere i collegamenti, proteggere gli apparati e inviare a Mosca un segnale politico inequivocabile.
L’allontanamento di Astachov e Gorbačëv costringe inoltre il Gru a ricostruire relazioni, accessi e coperture. Non elimina la minaccia, ma aumenta i costi, allunga i tempi e obbliga il servizio avversario a esporre nuovi uomini.
Roma, del resto, aveva già visto una scena simile.
Il 30 marzo 2021 il capitano di fregata Walter Biot fu arrestato in flagranza in un parcheggio della Capitale mentre consegnava al funzionario dell’Ambasciata russa Dmitry Ostroukhov una scheda di memoria contenente 181 fotografie di documenti riservati. Il prezzo pattuito era di cinquemila euro.
Biot lavorava presso lo stato maggiore della Difesa, nel settore Politica militare e pianificazione: un osservatorio particolarmente sensibile sulle missioni internazionali e sugli assetti italiani impiegati sotto egida Nato, Unione europea e Nazioni Unite. Ostroukhov, assistente dell’addetto militare russo, godeva della protezione derivante dal proprio accreditamento diplomatico e venne richiamato insieme a un altro funzionario dell’Ambasciata.
La vicenda Biot si è ormai chiusa anche sul piano giudiziario. Nel novembre 2024 è diventata definitiva la condanna a ventinove anni e due mesi pronunciata dalla giustizia militare. Il 6 maggio scorso la Cassazione ha reso definitiva anche la condanna a vent’anni nel distinto procedimento ordinario per spionaggio, corruzione e rivelazione di notizie che dovevano rimanere segrete nell’interesse della sicurezza dello Stato.
Il confronto tra i due casi mostra una continuità, ma anche un’evoluzione.
Biot rappresentava la fonte interna direttamente gestita da un ufficiale russo: accesso privilegiato, documenti fotografati, consegna materiale e pagamento. Nell’inchiesta attuale emerge invece l’ipotesi di un intermediario esperto, capace di riattivare vecchie relazioni e trasformarle in una rete. È un modello più resiliente: il case officer resta protetto dalla copertura diplomatica, mentre il principal agent filtra i contatti, distribuisce le richieste e riduce l’esposizione del committente.
Il vero elemento di continuità è l’utilizzo dell’Ambasciata come piattaforma di contatto tra il servizio russo e le fonti italiane. Il diplomatico offre accessibilità, libertà di movimento, relazioni istituzionali e protezione giuridica. La sua posizione gli consente di frequentare ambienti nei quali la presenza di un cittadino russo privo di copertura desterebbe immediatamente sospetti.
La vulnerabilità decisiva, ancora una volta, non è tecnologica ma umana. Sistemi classificati, compartimentazione e controlli informatici possono essere aggirati quando chi possiede credenziali o relazioni decide di monetizzarle. E il rischio non termina con il pensionamento.
Un ex appartenente agli apparati conserva conoscenze, reputazione, linguaggio e soprattutto una rete fiduciaria costruita negli anni. Può non avere più accesso diretto ai sistemi, ma sa chi contattare, cosa chiedere, quale giustificazione utilizzare e come valutare il materiale ricevuto. Il capitale relazionale sopravvive molto più a lungo delle credenziali informatiche.
Per questo la risposta non può esaurirsi nelle espulsioni. Servono controlli sugli accessi anomali, procedure rigorose per i contatti con rappresentanti stranieri, formazione sull’insider threat, attenzione alle vulnerabilità finanziarie e forme proporzionate di sensibilizzazione anche dopo la cessazione dal servizio per chi ha ricoperto incarichi particolarmente sensibili.
Una security clearance non è un certificato morale permanente. E conoscere i metodi del controspionaggio non rende necessariamente immuni dal reclutamento: può, al contrario, rendere più capaci di eludere i primi livelli di controllo.
Il passaporto diplomatico resta uno strumento essenziale delle relazioni internazionali. Ma quando viene utilizzato per dirigere una rete clandestina, smette di essere soltanto una garanzia funzionale e diventa una copertura operativa.
È allora che l’articolo 9 della Convenzione di Vienna mostra la sua vera natura: non una ritorsione diplomatica, ma l’interruttore con cui lo Stato spegne una presenza divenuta incompatibile con la propria sicurezza.
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