Corsair ASV: il piccolo scafo autonomo che anticipa la flotta ibrida
Il 12 luglio tre scafi senza equipaggio hanno raggiunto la base navale iraniana di Bandar Abbas e colpito un impianto per la manutenzione di navi e sottomarini. Erano Corsair di Saronic Technologies, impiegati come one-way attack surface drones: mezzi d’attacco suicida.
Secondo lo U.S. Central Command, è stato il primo impiego in combattimento di droni navali di superficie da parte delle forze statunitensi. Nel filmato diffuso dal comando americano i mezzi si avvicinano al molo; su una struttura di sollevamento si distingue quello che appare essere un minisommergibile iraniano della classe Ghadir. Le immagini si interrompono dopo le esplosioni e non consentono di valutare i danni.
Il 9 giugno un Corsair della U.S. Navy partecipò al recupero dei due membri dell’equipaggio di un AH-64 Apache caduto in mare nei pressi dello Stretto di Hormuz. Il mezzo raggiunse i superstiti, li accolse a bordo e li trasportò fino al punto in cui poterono essere recuperati da un elicottero.
Fu il primo caso noto di un’imbarcazione militare senza equipaggio impiegata per il recupero di personale in mare. Il Corsair operava nell’area della Task Force 59, unità della 5ª Flotta dedicata ai sistemi senza equipaggio.
Poco più di un mese dopo, tre esemplari sono stati sacrificati contro un obiettivo iraniano. La stessa piattaforma ha così dimostrato di poter svolgere compiti di sorveglianza, soccorso e attacco.
Un motoscafo autonomo di 7,3 metri
Il Corsair è un ASV (Autonomous Surface Vessel, mezzo navale autonomo di superficie) lungo 24 piedi, circa 7,3 metri. Si dichiara una velocità superiore a 35 nodi, un raggio d’azione maggiore di 1.000 miglia nautiche e un carico utile massimo di 1.000 libbre, circa 454 chilogrammi.
L’autonomia dichiarata, oltre 1.852 chilometri, è riferita a un profilo economico: andatura, carico e stato del mare incidono fortemente sui consumi.
La propulsione è diesel. Lo scafo planante, compatto e a basso profilo, presenta una piccola sovrastruttura centrale con sensori e antenne. Il produttore non ha reso pubblici dislocamento, pescaggio, potenza del motore, capacità dei serbatoi e costo unitario.

Dispone di un compartimento per il carico utile e di un’architettura software modulare, concepita per integrare sensori, comunicazioni, sistemi di guerra elettronica, rifornimenti, munizioni circuitanti o altri effetti cinetici e non.
Le 1.000 libbre indicate (454 kg) rappresentano il carico complessivo, non necessariamente il peso dell’esplosivo.
Definire il Corsair una “barca telecomandata” sarebbe riduttivo. È progettato per ricevere una missione e svolgerla con un intervento umano limitato. Può seguire rotte, evitare ostacoli, mantenere la posizione, pattugliare un’area e intercettare un contatto.
Saronic parla di mission-level autonomy: l’operatore stabilisce obiettivi, area e regole della missione, mentre il sistema gestisce navigazione e comportamento. La fusione dei dati dei sensori e l’elaborazione a bordo permettono anche di coordinare più unità.
La gestione avviene attraverso una piattaforma proprietaria di pianificazione, simulazione e comando e controllo, capace di coordinare contemporaneamente più ASV. Un singolo operatore può preparare la missione, verificarla in un ambiente digitale e assegnarla a uno o più mezzi, ricevendo video, telemetria e avvisi.
Autonomia, tuttavia, non significa libertà di decidere l’impiego della forza. Nell’attacco a Bandar Abbas non sono stati divulgati il livello di supervisione umana, il tipo di guida terminale e le modalità di selezione del bersaglio. È quindi corretto parlare di piattaforma autonoma utilizzata come arma, ma non sostenere che sia stato un algoritmo a decidere autonomamente quando colpire.
Fino a 50 giorni di permanenza in mare
Nel gennaio 2026 Saronic ha condotto una campagna continuativa con otto Corsair, impiegati giorno e notte a oltre 130 chilometri dalla costa. In sei giorni la flottiglia ha percorso complessivamente più di 8.300 chilometri ed effettuato oltre trenta transiti autonomi in porto.

Un esemplare ha mantenuto la posizione per cinque giorni, avviando il motore soltanto quando necessario per correggere lo scarroccio. Secondo la società, questa gestione energetica consentirebbe, in determinate condizioni, permanenze “in attesa” superiori a cinquanta giorni.
Altri test hanno superato le 92 ore consecutive. I mezzi hanno operato con mare compreso tra forza 2 e forza 5 sulla scala Douglas; durante le prove sono state affrontate onde superiori a 1,5 metri. Sono stati sperimentati anche il varo e il recupero da un’altra unità, di giorno e di notte, nonché scenari d’intercettazione con le comunicazioni simulate come indisponibili.
Sorveglianza, logistica e guerra
In configurazione ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) il Corsair può pattugliare un’area, seguire traffici navali e fornire dati per la maritime domain awareness senza esporre personale. Può diventare anche un nodo di comunicazione, un ripetitore o una piattaforma per la raccolta di telemetria.
Con oltre 450 chilogrammi di carico utile può trasportare munizioni, batterie, ricambi o materiale sanitario lungo rotte troppo rischiose per un equipaggio. La Defense Innovation Unit indica espressamente ISR, sorveglianza di superficie e logistica tra le missioni previste per il sistema.
La configurazione più estrema è quella impiegata a Bandar Abbas, nella quale l’intero veicolo diventa una munizione. Perdere uno scafo dotato di motore, sensori e comunicazioni può risultare conveniente se il bersaglio ha un valore superiore o se il recupero esporrebbe uomini e unità maggiori. Il concetto è quello dell’assetto attritable: abbastanza economico e numeroso da poter essere rischiato e, se necessario, perduto, ma non tanto semplice da essere sempre monouso.

L’obiettivo è affiancare alle unità con equipaggio una massa di piattaforme autonome più piccole, dispiegabili e sacrificabili. Una fregata, una nave anfibia o una base costiera potrebbero controllare diversi Corsair, inviandoli in aree minate, sotto minaccia missilistica o vicine a coste ostili.
I mezzi potrebbero esplorare accessi portuali, identificare contatti, trasportare carichi, operare come esche o concorrere alla saturazione delle difese, mentre le unità principali rimangono a distanza. Il valore non risiede quindi soltanto nel singolo scafo, ma nel rapporto tra numero, autonomia, modularità e accettabilità della perdita.
I limiti che restano
Un mezzo lungo sette metri resta condizionato dal mare. Onde, spruzzi e vibrazioni possono ridurre l’efficacia dei sensori e aumentare l’usura. La velocità massima è utile per l’intercettazione e l’attacco, ma comporta consumi elevati e riduce l’autonomia.
Navigazione satellitare, collegamenti e sensori sono esposti a jamming, spoofing e attacchi informatici. La capacità di continuare una missione senza comunicazioni riduce la vulnerabilità, ma richiede algoritmi affidabili e regole precise per evitare collisioni o errori d’identificazione.
Il basso profilo non rende il Corsair invisibile. Radar costieri, sensori elettro-ottici, barriere, reti, pattuglie e cannoni automatici possono neutralizzarlo. Il successo contro un approdo apparentemente non contrastato non garantisce lo stesso risultato contro una base protetta.

Come per gli UAV, il vantaggio nasce dalla combinazione di numero, sorpresa, ricognizione, guerra elettronica e costo. Un singolo ASV è vulnerabile; molti mezzi coordinati con altri sistemi possono obbligare il difensore a spendere risorse e munizioni in quantità sproporzionata.
Il Corsair, stimato attorno al milione di dollari, è molto più sofisticato dei barchini d’attacco iraniani, il cui costo non ufficiale può essere collocato nell’ordine di decine o poche centinaia di migliaia di dollari. Il confronto resta disomogeneo: il mezzo americano è una piattaforma autonoma multiruolo e riutilizzabile, mentre gli equivalenti iraniani nascono soprattutto come armi a perdere.
Nel primo impiego offensivo sono stati sacrificati tre Corsair, per un valore stimabile attorno ai tre milioni di dollari, contro un impianto portuale nel quale si trovava un sommergibile tascabile iraniano. Una scelta militarmente intelligente (si stima che l’Iran abbia in servizio tra i 14 e i 23 Ghadir) ma anche economicamente efficace, che evidenzia quanto sia importante il rapporto tra costo del vettore e bersaglio.
Gli Stati Uniti dovranno in prospettiva ripetere sul mare quanto fatto con i LUCAS (prodotti a circa 35.000 dollari l’uno) in risposta agli Shahed in cielo: non eguagliarne necessariamente tutte le prestazioni, ma produrre un sistema sufficientemente efficace e, soprattutto, abbastanza economico da poter essere impiegato e perduto in massa.
Nella guerra d’attrito, infatti, non vince sempre il mezzo migliore… spesso vince quello che può essere sacrificato senza rimpianti e sostituito prima del successivo attacco.
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