Parigi mette la gabbia al Leclerc. Roma?
La Francia ha smesso di fare finta di niente. Alla parata del 14 luglio il Leclerc XLR si è presentato con una vistosa protezione a gabbia sulla torretta. Non era una trovata scenografica: il prototipo, sviluppato dalla Section technique de l’armée de Terre, è ora prodotto da KNDS France e distribuito alle unità corazzate.
Parigi sa bene che una “cope-cage” non rende invulnerabile un carro. Non sostituisce sensori, guerra elettronica, fumogeni multispettrali, armi telecomandate o sistemi di protezione attiva. Ha però compreso un principio elementare: meglio una difesa imperfetta disponibile oggi che una soluzione perfetta promessa per domani, mentre uomini e mezzi restano esposti.
Dalle risate del 2021 alla guerra degli FPV
Le prime griglie sopra le torrette russe furono osservate alla fine del 2021, mentre le unità di Mosca si concentravano ai confini dell’Ucraina. Sembravano pensate contro Javelin e Bayraktar TB2, ma la loro efficacia contro un moderno missile top-attack era dubbia. Inoltre ostacolavano la mitragliatrice del capocarro, aumentavano la sagoma e potevano complicare l’uscita dell’equipaggio. Del resto, studi come quelli della RAND Corporation hanno confermato che, per via della particolare modalità d’innesco del Javelin, quelle griglie erano tecnicamente inutili contro il missile americano.

Le ironie, quindi, non erano del tutto ingiustificate. Il problema è che molti hanno continuato a ridere quando la funzione delle gabbie era ormai cambiata. Non sono diventate efficaci contro il Javelin, è mutata la minaccia.
Dal 2022 il campo di battaglia ucraino è stato progressivamente saturato da droni adattati allo sgancio di ordigni, munizioni circuitanti e, soprattutto, droni FPV armati con testate a carica cava. Sistemi relativamente economici individuano e colpiscono carri, blindati, semoventi e veicoli logistici. Proteggere il cielo immediatamente sopra il mezzo è diventato indispensabile.
Contro un FPV una griglia può danneggiare le eliche, deviare il velivolo, interferire con la spoletta, modificare l’angolo d’impatto o provocare la detonazione a distanza dalla corazza principale. Non garantisce la salvezza, ma può trasformare una penetrazione catastrofica in un danno riparabile o concedere all’equipaggio il tempo per abbandonare il veicolo.
La lezione è semplice: chi derideva quelle strutture nel 2021 poteva avere ragione rispetto alla minaccia per cui sembravano concepite; chi continua a deriderle nel 2026 non ha compreso come si combatte oggi.
Rozze, limitate, necessarie
La gabbia pesa, ingombra, alza il profilo e può interferire con portelli, sensori e torretta. Gli operatori di droni hanno imparato ad aggirarla, cercando le aperture, colpendo posteriormente, puntando al vano motore oppure facendo volare l’FPV sotto lo scafo.

Le configurazioni più estese, come i “carri tartaruga” russi, sacrificano mobilità e osservazione in cambio di maggiore copertura. Non sono invulnerabili, ma il fatto che gli equipaggi accettino simili compromessi dimostra quanto la minaccia sia concreta. L’Army University Press nota che la loro diffusione rivela la potenza e la frequenza degli attacchi FPV.
La protezione passiva deve restare l’ultimo strato di una difesa più ampia, composta da scoperta, disturbo elettronico, mascheramento, armi di bordo e sistemi hard-kill. Ma il fatto che una gabbia non sostituisca tutto questo non è una ragione per rinunciarvi.
La questione è soprattutto temporale. Una rete può essere provata e distribuita molto più rapidamente di un sofisticato sistema di difesa attiva. In una guerra in cui droni, software e cariche cambiano nel giro di settimane, attendere anni la soluzione definitiva significa accettare vulnerabilità già note.

Russia e Ucraina hanno applicato reti e gabbie a quasi ogni categoria di mezzo terrestre. Israele le ha montate sui Merkava già nell’autunno del 2023, il Regno Unito ha avviato prove sui Challenger 2 e in Giappone sono apparse strutture sperimentali sui Type 90 e Type 10.
Parigi non ha inventato nulla, ha riconosciuto che una soluzione nata sui campi di battaglia dell’Est può avere valore anche per un esercito occidentale altamente tecnologico.
Le esercitazioni NATO e la guerra immaginaria
Se la minaccia russa è il riferimento principale della preparazione militare europea e se l’Ucraina è il più vasto laboratorio bellico contemporaneo, perché nelle esercitazioni NATO carri e blindati continuano ad apparire desolatamente “nudi”?
Le ragioni tecniche esistono. Una struttura aggiuntiva modifica peso, ingombri, campo visivo e procedure di evacuazione e può interferire con sensori, armi e manutenzione. Servono prove e verifiche di compatibilità.

Dopo oltre quattro anni di guerra, però, la certificazione rischia di diventare un alibi. In Ucraina una modifica viene proposta, provata e corretta in pochi giorni. In Europa attraversa requisiti operativi, studi di fattibilità, gare, contratti, bilanci pluriennali e collaudi. Da una parte esiste il pericolo dell’improvvisazione; dall’altra quello della paralisi.
La NATO sta aumentando le attività contro-UAS e nel maggio 2026 ha riunito nei Paesi Bassi circa 300 militari, tecnici e rappresentanti dell’industria per provare nuove soluzioni. Il problema è riconosciuto. Ma una cosa è sperimentare un apparato in un poligono, un’altra è trasformare la minaccia dei droni nella condizione permanente in cui ogni reparto deve imparare a muoversi, sostare, rifornirsi e combattere.
Molte esercitazioni continuano però a svolgersi in uno scenario troppo pulito. I droni compaiono come capacità aggiuntiva, non come presenza continua capace di osservare ogni strada e trasformare una colonna o un deposito in un bersaglio in pochi minuti.
Si simulano guerre ad alta tecnologia contro la Russia, ma i mezzi vengono presentati nella configurazione ordinaria da tempo di pace. Si parla di dispersione, mascheramento e guerra elettronica, mentre carri e blindati si muovono come se il cielo fosse vuoto. Il rischio è addestrarsi dentro una bugia: aggiornata nel linguaggio, rassicurante nelle immagini e incompleta nelle procedure.

Pesa anche l’estetica della pace. Una gabbia o un jammer sembrano rovinare la linea di un veicolo costato milioni. In guerra, però, il mezzo regolare non è quello più bello da fotografare, è quello che sopravvive.
A Roma non è nudo soltanto un carro
In Italia il problema riguarda l’intero parco dei mezzi terrestri: carri, veicoli da combattimento della fanteria, blindati ruotati, semoventi d’artiglieria, mezzi del genio, posti comando e veicoli logistici.
Nelle attività pubbliche e nelle esercitazioni questi sistemi appaiono quasi sempre privi di protezioni passive superiori, reti modulari, jammer visibili o altre contromisure riconducibili alle lezioni ucraine. L’assenza nelle fotografie non prova che non esistano sperimentazioni riservate, ma non è ancora visibile una trasformazione diffusa dei reparti.

Non serve mostrare un prototipo a una fiera se i mezzi delle unità operative restano invariati. Non basta acquistare pochi sistemi sofisticati se carri, blindati e autocarri continuano a essere esposti a una minaccia economica e numerosa. Reti, sensori, jammer aggiornabili, fumogeni multispettrali, protezioni superiori e procedure con droni di scorta possono essere sperimentati rapidamente e corretti con il contributo degli equipaggi. La risposta definitiva può attendere, la vulnerabilità no.
Beata gnuranza!
In Francia l’introduzione di nuove protezioni può essere compresa, discussa e valutata da un’opinione pubblica abituata a confrontarsi con i temi militari. In Italia, invece, la cronica assenza di cultura della difesa impedisce alla maggioranza dei cittadini persino di riconoscere il problema.
Il sospetto, allora, è che questa ignoranza non sia un problema reale… Al di là della rituale fuffa sulla “resilienza”, sull’innovazione e sulla modernizzazione, una conoscenza realmente diffusa delle questioni militari è evidente che, dolosamente, non la si vuole. Produrrebbe domande, confronti e responsabilità molto più difficili da eludere…?

Concludendo
La Francia non ha risolto il problema dei droni. La gabbia del Leclerc è una risposta parziale e tardiva, che dovrà essere integrata con sensori, guerra elettronica e sistemi di protezione attiva. Tuttavia Parigi ha compiuto un atto militarmente onesto: ha ammesso pubblicamente che anche il proprio carro più prestigioso è vulnerabile e lo ha mostrato nella configurazione meno elegante con cui potrebbe affrontare la guerra reale.
La differenza con Roma è tutta qui. In Francia il mezzo aggiornato viene presentato insieme al segno visibile della minaccia. In Italia continuiamo troppo spesso a mostrare piattaforme moderne, “ammodernate” o appena acquistate come se il problema non esistesse, affidando alle chiacchiere tra soliti noti la risposta a una domanda concreta: che cosa impedirà a un FPV da poche migliaia di euro di colpire il punto più debole di un nostro mezzo?

L’articolo Parigi mette la gabbia al Leclerc. Roma? proviene da Difesa Online.
La Francia ha smesso di fare finta di niente. Alla parata del 14 luglio il Leclerc XLR si è presentato…
L’articolo Parigi mette la gabbia al Leclerc. Roma? proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
