Indro Montanelli, venticinque anni dopo: non aveva follower. Aveva la schiena dritta.
Ci sono uomini che fanno il giornalista e uomini che insegnano con il loro esempio, cosa significhi davvero esserlo. Indro Montanelli appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un Maestro!
Nel venticinquesimo anniversario della sua scomparsa, il alle 17,30 del 22 luglio 2001 il suo nome continua a rappresentare un punto di riferimento per chi crede che il giornalismo debba essere prima di tutto libertà, indipendenza e responsabilità. E non un mestiere al servizio del potere, ma un servizio reso ai cittadini attraverso la ricerca dei fatti e il coraggio di raccontarli, anche quando risultano scomodi.
Nato a Fucecchio nel 1909, Montanelli scelse Milano come città d’adozione. Qui costruì gran parte della sua straordinaria carriera professionale, lavorando al Corriere della Sera, fondando Il Giornale nel 1974 e, successivamente, La Voce. Sempre a Milano conobbe alcuni dei momenti più difficili della sua vita, come il carcere durante il fascismo, l’attentato delle Brigate Rosse del 2 giugno 1977 (foto) ai Giardini Pubblici di via Palestro a lui intotolati, e le tante battaglie culturali e professionali che lo resero una delle firme più autorevoli del Novecento italiano.

Il suo rapporto con Milano fu intenso e spesso controcorrente e senza filtri. Era attaccato a questa città pur non risparmiandole critiche, considerandola una città capace di accogliere, mettere alla prova e “digerire” chi vi arrivava con italento e idee. Sosteneva di essere nato toscano e di essere diventato milanese per scelta, affascinato fin da bambino dai racconti di suo nonno.
Ancora oggi la sua figura continua ad aprire dibattiti e riflessioni diverse. Insomma, è il destino delle personalità che hanno lasciato un segno nella storia. Ma al di là delle opinioni, resta difficile negare il contributo che Montanelli ha dato al giornalismo italiano, grazie al suo stile diretto, una scrittura essenziale e la convinzione che l’indipendenza intellettuale valga più di qualsiasi appartenenza.
Per chi scrive, il ricordo è anche personale
Avevo poco più di vent’anni quando ebbi la fortuna di incontrarlo casualmente in piazza Oberdan, a Milano. Camminava con il suo inseparabile bastone. Lo salutai con la timidezza e l’ammirazione di un ragazzo che vedeva davanti a sé uno dei giganti del giornalismo italiano visto solo in tv. Non era affatto scontato che si fermasse. Invece ricambiò quel saluto con un sorriso e un cenno del capo, quasi sorpreso che un giovane lo avesse riconosciuto.Un episodio semplice, durato pochi secondi, ma che porto ancora con me.

Oggi, dopo anni trascorsi a raccontare, continuo a pensare che quel gesto rappresenti bene l’uomo prima ancora del giornalista. Se allora qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei scritto un articolo dedicato a lui, probabilmente non ci avrei creduto. Non mi sento neppure degno di definirmi suo collega. Preferisco considerarmi uno dei tanti che hanno cercato di imparare qualcosa osservando il suo esempio. In cui il rumore spesso prevale sull’approfondimento e la velocità rischia di sostituire la verifica dei fatti, ricordare Indro Montanelli significa ricordare che il giornalismo non è soltanto una professione.
È un esercizio quotidiano di libertà, di rigore e, soprattutto, di responsabilità verso i lettori.
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