La lunga estate calda. Un’invettiva poco analitica e molto emotiva
Luglio 2026. Non mi riferisco solo alle torride temperature che ci rendono la vita un inferno, ma ad una sequenza di eventi esogeni ed endogeni al nostro Paese che hanno contribuito ad arroventare il clima che circonda il Pianeta. Partiamo da quelli esogeni.
Nei talk show e nei notiziari radiotelevisivi echeggiano insistenti le provocazioni di Mosca, attraverso le parole del portavoce del Cremlino Peskov. Le minacce sono stavolta rivolte contro la Polonia, rea di supportare l’Ucraina tramite l’organizzazione sul proprio territorio della produzione di droni destinati a Kiev. Nello stesso momento, i servizi di intelligence americani hanno messo in guardia Varsavia contro possibili attacchi ibridi russi, allo scopo di testare la capacità di risposta delle difese occidentali. Tutto ciò è accaduto in concomitanza del controverso vertice della Nato, tenutosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio.
In esito a questo episodio, tutto sommato, marginale nel quadro del caos geopolitico che stiamo attraversando, emerge comunque un preoccupante interrogativo: cosa accadrebbe se veramente Putin decidesse di attaccare la Polonia con procedure inequivocabilmente riconducibili alla responsabilità di un’aggressione russa? Sarebbe lealmente rispettato quanto stabilito dagli accordi dell’Alleanza Atlantica o comincerebbe la spasmodica ricerca di ambiguità e capziosi cavilli per potersi “chiamare fuori” e lasciare che il paese l’aggredito – in questo caso la Polonia – se la cavi per proprio conto, ad onta delle regole di comune difesa sottoscritte?
Certamente la Polonia e, nondimeno, i Paesi Baltici, per ragioni storiche e per contiguità geografica sentono la pressione delle orde russe sui propri confini più di quanto non le possiamo sentire noi. Ecco aleggiare, in realtà ben prima di individuare un legame con le circostanze in esame, quella forma di egoismo che si manifesta, in modo piuttosto semplicistico, nell’esigenza di non inimicarsi Mosca, magari per non perdere il gas russo e rischiare di restare al freddo o di pagarlo troppo altrove.
Per meglio rendere l’idea di ciò che intendo, recupero un frammento pubblicato in un mio compendioso studio sulla guerra cognitiva condotta dalla Russia contro l’Occidente e riferito non a una potenziale guerra con la Polonia, ma a quella conclamata con l’Ucraina:
“In Europa si naviga nello sporco e nel fango della Mogherini, di Macron, di Merz, di Starmer. Gli Europei si nutrono di tutto questo marcio che da la Guerra e la Russofobia. … Putin non è l’invasore né il diavolo come lo descrivono i nostri giornale, le Nostre Televisioni, il Nostro ammiraglio Dragone per metterci paura. I miei figli non andranno mai in Ucraina per battersi per un corrotto, un nazista ebreo e sporco come Zelensky. … Viva la grande Russia di Putin che ha già vinto questa sanguinosa Guerra.”1
Quello riportato è il pensiero articolato da un palese sostenitore delle narrazioni putiniane. È il classico esempio (navigando nella rete se ne possono trovare tanti) di come queste narrazioni sovente attecchiscano su menti semplici e in cui un basso livello culturale e la mancanza di spirito critico si coniugano in una miscela esplosiva, dando origine ad elaborazioni concettuali tanto ardite quanto contraddittorie, come la dicotomia “nazista ebreo” espressa dal nostro opinionista.
Duole ammettere, soprattutto, che il principio “flood the zone with shit” – la saturazione mediatica con le “fesserie” (e ho detto “fesserie” perché sono un signore) – teorizzato dall’ex consigliere strategico di Donald Trump e magistralmente applicato dal Cremlino, trova terreno fertile anche nel machiavellico humus cerebrale di molti intellettuali e politici europei. Anzi, lo fertilizza maggiormente, trattandosi di concime comunicativo.
Tornando alla Polonia, questa visione del mondo così rigidamente incapace di guardare oltre l’uscio del proprio appartamento – in senso letterale, perché già il pianerottolo è da considerarsi “terra di nessuno” – si manifesta in assenza di un’ipotesi, ancorché remota, del coinvolgimento diretto di un paese della Nato in un conflitto non da questi innescato. Tengo a sottolineare la locuzione “non da questi innescato” per allargare l’orizzonte e ricordare a “Mr. President” che non si chiede l’appoggio a nazioni terze sbandierando la comune appartenenza alla Nato, quando si è i responsabili di un’aggressione, come in Iran.
L’attivazione del concorso bellico, è bene ricordarlo, è in funzione difensiva a seguito di un’aggressione subita, non provocata. È ridicolo, poi, indispettirsi per non averlo ricevuto in toto o in parte. A questo punto, invito anche il lettore a plaudere a questa mia apertura bipartisan che, sotto il profilo delle scelte politiche, mette sullo stesso piano Putin e Trump.
Al netto di questa piccola digressione, mi atterrisce pensare a cosa accadrebbe nel nostro Paese, se veramente si palesasse l’inauspicabile realtà di un conflitto in cui, probabilmente, si sarebbe chiamati a dover partecipare a centinaia di chilometri dal patrio suolo. Già combattere per il patrio suolo vedrebbe la defezione di una consistente parte dei miei concittadini, totalmente avulsi dall’associazione del concetto di “patrio” a quello di “suolo”.
Su questa grave lacuna si inserisce la sterile polemica sull’opportunità o meno di accedere alla propria quota stanziata per il SAFE e destinata all’acquisto di armamenti in chiave non solo anti-russa, ma genericamente anti-chiunque-altro, nell’ottica di una capacità di deterrenza credibile e non solo velleitaria, soprattutto durante i mala tempora trumpiani.
Sarebbe auspicabile, tra l’altro, che si guardasse al comparto militare-industriale nazionale ed europeo, con un occhio di riguardo, evitando il più possibile di sottostare alle capricciose pretese di matrice MAGA che vorrebbero l’acquisto illimitato di armamento made in U.S.A.
Sterile polemica, si stava dicendo, perché gli stanziamenti per l’acquisto di armamenti non possono avere una diversa destinazione d’uso, come declinato in varie forme dall’italica furberia. La scena nazionale è ricca di figure artefici di fantasiose digressioni retoriche: ci sono i pacifinti che propugnano una resa incondizionata di Kiev in nome della salvaguardia del popolo ucraino, ma in realtà sponsorizzati dal Cremlino o permeati dalla propaganda putiniana; poi troviamo le “anime belle” che vorrebbero “fiori nei cannoni”, di fronte a paesi che nei cannoni concepiscono solo di mettere proietti di vario calibro; e ancora, i radical chic promotori di un universalismo tanto meraviglioso, quanto irrealistico. Il pensiero di tutte questi portatori sani di sani principi si riassume nei versi di una canzonetta, tanto ipocriti quanto insensati:
“Eccomi qua, seguivo gli ordini che ricevevo / c’è stato un tempo in cui io credevo / che arruolandomi in aviazione / avrei girato il mondo / e fatto bene alla mia gente / (e) fatto qualcosa di importante./ In fondo a me, a me piaceva volare…”2
Ma porca l’oca (“porca l’oca” credo si possa dire, non me ne vogliano quelli della LIPU), sul serio si può pensare una cosa simile? Se davvero vi piace volare, iscrivetevi ad un Aero Club, compratevi un deltaplano, costruitevi delle ali di cera come Icaro… E se volete fare del bene e girare il mondo, associatevi ad una delle tante, meritorie, ONG che operano sul Pianeta, MA NON CI SI ARRUOLA NELL’AERONAUTICA MILITARE PER QUESTO! Nell’Aeronautica Militare ci si deve addestrare a pilotare i cacciabombardieri e, di recente anche i droni, sia da ricognizione, sia da combattimento. Era tanto tempo che volevo scriverla sta cosa e finalmente ne ho avuta l’ovccasione.
Arriviamo, allora, ai fautori di un’altra espressione dell’italica furberia, che si manifesta nell’unico campo di battaglia che interessa l’agone politico: quello elettorale. I soldi destinati alla Difesa servono per armi, equipaggiamenti, spese per l’addestramento, formazione… non per altre iniziative che non prefigurino la capacità di combattere e auspicabilmente, annichilire l’avversario.
E in questo ambito troviamo una trasversalità filorussa che ad un capo vede il populismo della destra estrema e all’altro gli “orfani del comunismo”, alfieri del nulla.
Tra i primi troviamo tutta quella compagine antidemocratica che ha visto in Putin l’“uomo forte” capace di rinvigorire sopite nostalgiche passioni, così come il suo omologo americano Trump. Non è un caso che i due condividano pensieri, parole opere e omissioni…per loro colpa, loro colpa, loro grandissima colpa.
A questi, purtroppo, appartengono anche molti delusi del mondo militare – cui peraltro mi pregio di aver appartenuto e che non rinnegherò mai – che in nome di queste simpatie indulgono in atteggiamenti che poi sfociano in scelte censurabili. Una tra tutte, quella di spiare il proprio paese per conto terzi (la Russia nella lunga estate calda del ‘26), tradendo il giuramento prestato.
Ai secondi appartengono quelli che, aprioristicamente, il loro paese lo avevano già tradito o sono pronti a tradirlo. E sto parlando della schiera di tutti coloro che ancora indulgono nell’erronea equazione Russia = Unione Sovietica. Un mondo giusto e egualitario che non è mai stato tale e che ha cercato di imporsi con la forza e con subdole manovre propagandistiche. A pensarci bene, sotto questi aspetti l’equazione è corretta, ma solo per le procedure di risoluzione, non per i termini che la compongono. Anche gli Stati Uniti e, in generale l’Occidente, non sono esenti da colpe, ma almeno da questa parte della “cortina” lo si poteva e, per ora, lo si può ancora riconoscere ed affermare. Accanto agli attuali comunisti in disarmo, parafrasando Enzo Jannacci (anch’egli uomo di sinistra, ma di grande, vero spessore intellettuale) troviamo “quelli che la pace purchessia…” Mi domando se costoro conoscono la storia della guerra di liberazione di cui decantano le azioni, le figure e i principi. I partigiani per cacciare i nazi-fascisti (quelli veri, non quelli “raccontati” oggi dai creativi di Putin) sparavano. Eccome se sparavano! Dunque le forze dell’Asse filorussa costituitasi nella politica italiana (ed europea), sono pericolose quanto quelle dell’Asse di storica memoria.
In ultimo, ci sono quelli che non si spingono nemmeno sul succitato pianerottolo, perché i propri affari si fermano sul succitato uscio di casa. Costoro lii troviamo equamente distribuiti da entrambe le parti. Non sottilizzano sulle ideologie. Troppo complicato.
In definitiva possiamo immaginare queste categorie nel primo caso tendere il braccio destro nel saluto romano; nel secondo sollevare il braccio sinistro agitando il pugno; nel terzo, il più diffuso, sovrapporre indifferentemente la mano nell’incavo del braccio destro o sinistro, in quello che la vulgata indica come “gesto dell’ombrello”.
Arriviamo ai fattori endogeni. Nella lunga estate calda italiana le prospettive dell’uso legittimo della forza fisica che, come insegna Max Weber, è diritto esclusivo dello Stato attraverso le sue istituzioni, sono declinate in varie forme.
Ritroviamo la violenza negli scontri di piazza scoppiati a Bologna il 20 luglio durante le manifestazioni indette per protestare in seguito al decesso di un individuo durante il suo arresto. Non mi interessa soffermarmi sui dettagli dell’evento, che tutti possono leggere su qualsiasi giornale. Mi interessa, invece, domandare ai vivaci polemisti dell’intellighenzia di sinistra e ai facinorosi che oltre alle solite bandiere, sono usi a sventolare cassonetti (non è facile sventolare un cassonetto, me ne rendo conto) e segnaletica stradale divelta, se sanno come si procede ad un arresto, soprattutto se il soggetto da fermare è particolarmente esagitato. Non lo si invita, lo si blocca. Se poi emerge che il soggetto ha problemi psicologici, neurologici o psichiatrici, prima dell’intervento delle forze dell’ordine, è necessario coinvolgere altre figure professionali più idonee all’intervento. La ratio vorrebbe che, in tali casi, le forze di polizia svolgano un compito complementare, almeno nelle fasi iniziali dell’intervento. La sicurezza ha dei costi. La professionalità ha dei costi. La selezione del personale ha dei costi. L’addestramento ha dei costi. Altrimenti non lamentiamoci strepitando “Vendetta! Vendetta!” nei cortei, prendendosela con i tutori dell’ordine e danneggiando infrastrutture pubbliche e private.
Tra l’altro, negli stessi giorni, è stata celebrata la ricorrenza del 25° anno dalla “macelleria messicana” verificatasi a Genova presso la scuola “Diaz”. È innegabile che quello sia stato un evento assolutamente deprecabile. Lo stesso non si può dire per l’episodio di Giuliani che attacca un carabiniere con un estintore per colpirlo sulla testa. O sarebbero stati tutti più contenti se il cippo collocato in Piazza Alimonda a Genova fosse intitolato a “Mario Placanica, Carabiniere” piuttosto che a “Carlo Giuliani, Ragazzo”? Smettiamola con il buonismo d’accatto e cerchiamo di essere obiettivi. Allo stato attuale, un poliziotto o un carabiniere devono temere di fare qualsiasi atto proprio delle funzioni istituzionali che assolvono: dall’usare un teaser ed operare un arresto, dall’inseguire chi non si ferma ad un posto di blocco a, non sia mai, usare l’arma d’ordinanza per sparare a un bandito o a un terrorista in fuga.
In generale, chi delinque, chi fomenta disordini, chi aggredisce non può agire protetto dalla percezione di essere intoccabile in nome di principi e privilegi supportati da forme di criminalità da “mammasantissima” o faziosità politica mascherata da garantismo.
Voglio chiudere con una riflessione sul “caso Roggero”, altro elemento endogeno che concorre a rendere ancora più torrida questa estate italiana mondata dai Mondiali. E per farlo voglio ricorrere ad un’affermazione di un personaggio che nella sua vita si è sempre messo in gioco in prima persona, agendo sul filo del rasoio: Renato Vallanzasca. In occasione di un’intervista rilasciata mentre era detenuto, domandatogli se fosse pentito o dispiaciuto per i poliziotti che aveva ucciso nel corso della sua carriera criminale, egli rispose: “Devono metterlo in conto, Fa parte dei rischi del mestiere”. Aveva assolutamente ragione. Però questo principio deve valere nelle due direzioni. Deve valere in assoluto anche per chi delinque. Per cui non stracciamoci le vesti per ogni criminale ucciso e, soprattutto, facciamo in modo che chi subisce torto non debba trovarsi nella posizione di dover risarcire colui che del torto è responsabile. Dura lex, sed lex, diranno gli inoppugnabili giuristi, tanto più che Roggero non è nemmeno un poliziotto, dunque la sua legittimazione all’uso della forza vale solo se un proiettile lo ha già perforato. Temo che valga anche per il poliziotto.
Guardo un film dell’Ispettore Callaghan, pervaso da un senso di tristezza e di impotenza, nella certezza che molti tra coloro che avranno avuto la pazienza di leggere questa invettiva, trovino le mie parole un delirio come quelli dello psicotico Napalm51 impersonato da Crozza. Non posso farci nulla. È un mondo malato. E io ci vivo.
1 N. Cristadoro, Quando l’Orso si traveste da Serpente. Le operazioni dell’intelligence russa nella guerra cognitiva contro l’Occidente, Research Paper 2026, Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, gennaio 2026, p. 51.
2 Il mio nome è “mai più”, Edizioni Musicali, 1999.
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