La Cina prova nel deserto la guerra per Taiwan
Nel cuore dei deserti cinesi, a migliaia di chilometri dalle acque del Pacifico, Pechino sta già combattendo la guerra per Taiwan. Non con unità reali, ma contro riproduzioni a grandezza naturale di navi da guerra, caccia, basi navali e palazzi governativi appartenenti ai suoi potenziali avversari.
Le immagini satellitari mostrano una rete di poligoni nei quali l’Esercito Popolare di Liberazione colpisce modelli di portaerei, cacciatorpediniere, velivoli statunitensi e installazioni taiwanesi. Alcuni sono semplici sagome destinate a essere individuate dai sensori; altri riproducono con notevole precisione ponti di volo, sovrastrutture, sistemi d’arma, moli e configurazioni portuali.
Non si tratta di una scenografia destinata alla propaganda, ma di una gigantesca sala prove della guerra futura.

Nel deserto del Taklamakan, nella regione dello Xinjiang, la Cina ha realizzato diversi bersagli navali. Tra questi figurano modelli riconducibili a portaerei e cacciatorpediniere statunitensi della classe Arleigh Burke. Le strutture più recenti sono diventate progressivamente più realistiche: una delle riproduzioni tridimensionali presenta dimensioni e caratteristiche compatibili con quelle di un vero destroyer americano, comprese le sovrastrutture, il cannone prodiero e le celle dei sistemi di lancio verticale. Per il sensore terminale di un missile, quella costruzione potrebbe apparire molto simile a una nave reale.
Il significato militare è evidente. Pechino non sta soltanto verificando la precisione dei propri missili, ma l’intera catena di attacco: acquisizione del bersaglio, trasmissione delle coordinate, riconoscimento automatico, guida terminale e valutazione degli effetti prodotti. I modelli possono inoltre essere modificati, spostati o circondati da falsi obiettivi, permettendo di sperimentare le capacità dei sistemi cinesi contro bersagli sempre più complessi.
Alcune configurazioni osservate nel deserto sembrano riprodurre elementi della base navale statunitense di Yokosuka, in Giappone. Non è una scelta casuale. La stessa US Navy definisce Yokosuka la propria più grande e strategicamente importante installazione navale all’estero. La base ospita elementi fondamentali della Settima Flotta, il gruppo da battaglia della portaerei USS George Washington e diverse unità di superficie schierate permanentemente nel Pacifico occidentale.
In caso di conflitto per Taiwan, le forze americane presenti in Giappone rappresenterebbero uno dei principali strumenti attraverso i quali Washington potrebbe intervenire. Colpire Yokosuka, oppure costringere le unità statunitensi ad allontanarsi dalla base, significherebbe rallentare la risposta americana e complicare l’impiego della Settima Flotta.
La presenza di questi bersagli rivela quindi un elemento essenziale della pianificazione cinese: Pechino non considera una possibile operazione contro Taiwan come un confronto limitato alle due sponde dello Stretto. Si prepara fin dall’inizio all’eventualità di dover neutralizzare o contenere l’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali.

Altri poligoni sembrano riprodurre la base navale taiwanese di Suao, sulla costa nordorientale dell’isola. Suao non è la più grande installazione della marina taiwanese, ma la sua posizione la rende particolarmente importante. Si trova sul versante rivolto verso il Pacifico, più lontano dalla Cina continentale e protetto dalla catena montuosa che attraversa Taiwan. Proprio per questo potrebbe essere utilizzato per disperdere e preservare parte delle forze navali nelle prime fasi di un conflitto. Analisti taiwanesi hanno associato le configurazioni osservate nel Taklamakan ai moli di Suao e alle unità della classe Keelung, derivate dai cacciatorpediniere statunitensi della classe Kidd.
La preparazione cinese non riguarda soltanto il mare. Le immagini satellitari hanno mostrato piste disseminate di crateri e file di riproduzioni di caccia F-22, F-35 e F-16. Diversi modelli risultano già colpiti o distrutti. Il loro impiego potrebbe consentire all’Esercito Popolare di Liberazione di verificare la precisione dei missili destinati a colpire aeroporti, piazzole di sosta, hangar e velivoli prima che riescano a decollare.

Una campagna contro Taiwan inizierebbe probabilmente proprio con il tentativo di paralizzare le difese aeree e navali dell’isola, interrompere le comunicazioni e impedire l’arrivo dei rinforzi americani. La distruzione dei velivoli al suolo, delle piste e dei depositi di carburante avrebbe un valore persino maggiore dell’abbattimento degli stessi aerei in combattimento.
Ma la neutralizzazione delle forze taiwanesi e statunitensi rappresenterebbe soltanto la prima fase. Una volta ottenuta la superiorità nelle acque e nei cieli circostanti, Pechino dovrebbe affrontare il problema più difficile: sbarcare sull’isola, mantenere aperte le linee logistiche e assumere il controllo dei centri politici e militari.
È in questo contesto che assumono importanza le ricostruzioni di alcune aree centrali di Taipei. Diversamente dai bersagli navali e aeronautici del Taklamakan, queste strutture sono state individuate nei poligoni della Mongolia Interna. Le immagini mostrano riproduzioni della zona speciale di Bo’ai, il quartiere nel quale sorgono l’Ufficio presidenziale, il Consiglio per la sicurezza nazionale, gli organi giudiziari e altri edifici governativi taiwanesi.
Uno dei complessi comprende non soltanto i palazzi, ma anche le strade che li collegano. Una simile configurazione appare adatta all’addestramento di reparti incaricati di penetrare nel centro della capitale, isolare gli edifici strategici e catturare o neutralizzare la leadership politica. Nel 2015 la televisione cinese aveva già mostrato un’esercitazione nella quale le truppe assaltavano una costruzione molto simile al palazzo presidenziale di Taipei. Negli anni successivi, il complesso sarebbe stato ulteriormente ampliato.

L’obiettivo non sarebbe necessariamente quello di occupare immediatamente ogni quartiere dell’isola. In una prima fase potrebbe essere sufficiente disarticolare la catena di comando, interrompere le comunicazioni tra governo e forze armate e presentare alla popolazione taiwanese la caduta della capitale come un fatto compiuto.
Queste ricostruzioni non dimostrano che l’invasione sia imminente. Le forze armate di ogni grande potenza realizzano modelli dei possibili obiettivi e simulano scenari contro avversari reali. Tuttavia, la quantità, la varietà e il crescente realismo delle strutture cinesi indicano che l’ipotesi di un conflitto per Taiwan non viene trattata come una possibilità astratta.
Il rapporto del Pentagono sulle capacità militari cinesi afferma che Pechino continua a sviluppare diverse opzioni: coercizione sotto la soglia della guerra, blocco navale, attacchi missilistici e invasione anfibia. Lo stesso documento sottolinea che la leadership cinese considera le capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione in miglioramento, ma non appare ancora completamente certa di poter conquistare Taiwan affrontando contemporaneamente un intervento americano.
Il 2027, spesso indicato come la possibile data dell’attacco, non costituisce quindi una scadenza automatica. È soprattutto un obiettivo di capacità: entro quella data Xi Jinping vuole disporre di forze in grado di combattere e vincere una guerra per Taiwan, scoraggiando o respingendo l’intervento degli Stati Uniti.
Il messaggio che emerge dai deserti cinesi è comunque difficile da ignorare. Pechino sta cercando di eliminare in anticipo ogni possibile sorpresa. Studia le basi, riproduce le navi, colpisce i caccia e ricostruisce le strade che conducono al palazzo presidenziale di Taipei.
La guerra non è ancora iniziata, ma nel deserto cinese viene già provata in scala reale.
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