25 luglio 1943: la caduta di Mussolini e le reazioni di Hitler
Il presente articolo si propone di ripercorrere la drammatica «settimana di passione» che condusse alla deposizione di Benito Mussolini il 25 luglio 1943, per poi concentrarsi sulle reazioni e sulle contromisure immediate adottate da Adolf Hitler. Attraverso la disamina dei vertici militari tenutisi alla Wolfsschanze, l’obiettivo è comprendere come l’alleato tedesco valutò la fine del fascismo e preparò il terreno per il controllo dell’Italia – snodo centrale per comprendere la genesi delle Operazioni Achse ed Eiche.
Il summit di Feltre tra Mussolini e Hitler del 19 luglio 1943 si concluse con un nulla di fatto riguardo alla richiesta del Duce di ottenere l’accettazione di una proposta di pace con la Russia.
Mussolini non riuscì a convincere il Führer a valutare un accordo di compromesso con i sovietici neppure durante il loro colloquio privato a margine del pranzo, né durante il viaggio di ritorno in treno [1].
Rientrato a Roma con questo risultato del tutto insoddisfacente, il Duce rimase comunque fermamente deciso a esplorare ogni possibilità per giungere a una tregua con la Russia, ipotizzando anche il coinvolgimento del Giappone, l’altro partner del Patto d’Acciaio favorevole all’iniziativa [2].
Intanto, la situazione politica e militare italiana si faceva sempre più caotica. Ad attendere Mussolini a Roma vi era quella che egli stesso, nelle sue memorie, avrebbe definito la «settimana di passione» [3].
1. La settimana di passione
Il 19 luglio 1943 i bombardieri anglo-americani effettuarono un violento attacco su Roma. Solo 48 ore prima, il 17 luglio, avevano inondato la città con molte decine di migliaia di manifestini, proseguendo l’attività di guerra psicologica iniziata con il messaggio radiofonico congiunto firmato e letto dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston S. Churchill il 16 luglio e trasmesso da Radio Londra [4].

Churchill precisò che la sequenza temporale fu intenzionale: il lancio dei volantini del 17 luglio servì da avviso politico e psicologico per la popolazione e per le autorità italiane (compresa la Corona) prima che gli Alleati colpissero gli snodi infrastrutturali della capitale, innescando la crisi di governo che portò all’arresto di Mussolini il 25 luglio.
Il volantino, così come il messaggio radiofonico, si rivolgeva direttamente al popolo italiano, ricordando che le forze alleate, al comando del generale Eisenhower e del suo vice Alexander, stavano ormai portando la guerra nel cuore del Paese come diretta conseguenza della politica di Mussolini e del suo regime.
Il testo insisteva su un punto: i soldati italiani non avrebbero combattuto per gli interessi dell’Italia, bensì per quelli della Germania nazista, e sarebbero stati ripagati con il tradimento e l’abbandono da parte dei tedeschi, così come già avvenuto sul fronte russo e in Africa, da El Alamein a Capo Bon.
Le speranze tedesche di dominio si erano ormai frantumate su tutti i fronti, i cieli d’Italia erano dominati dalle flotte aeree alleate e le coste minacciate dal più imponente concentramento navale mai riunito nel Mediterraneo.

Agli italiani veniva quindi chiesto di scegliere: morire per Mussolini e per Hitler, oppure vivere per l’Italia e per la civiltà, attraverso una capitolazione che – assicurava il messaggio – non sarebbe stata disonorevole.
Il 22 luglio, Mussolini si recò al Quirinale per riferire al sovrano sull’esito del summit di Feltre e concordare la linea da seguire. Come di consueto, il re ascoltò con interesse l’esposizione del suo Primo Ministro, ne approvò la condotta tenuta con Hitler ed espresse pieno sostegno al piano operativo destinato a trarre l’Italia dalla crisi politico-militare in cui era precipitata [5].
Intanto, Mussolini aveva ordinato al segretario del PNF Carlo Scorza di convocare per le ore 17 di sabato 24 luglio i membri del Gran Consiglio del Fascismo.
Nel pomeriggio, a Palazzo Venezia, Mussolini ricevette in successione Roberto Farinacci e l’autore della mozione di sfiducia Dino Grandi.
Farinacci, il ras di Cremona e direttore di «Regime Fascista», visibilmente scosso, gli sottopose una nota «confidenziale» firmata da Ugo Cavallero, l’ex capo di Stato Maggiore Generale, che lo metteva in guardia: Dino Grandi e i suoi compagni stavano congiurando per scalzare il Duce, con il duca d’Acquarone – ministro della Real Casa – quale regista di un complotto monarchico-militare volto a liquidare il Regime, rompere l’alleanza con la Germania e schierarsi con gli Alleati [6]. La reazione di Mussolini fu composta:
«Calmati e tranquillizzati. Sappi che sul conto del re sono perfettamente sicuro. Anche stamane ero da lui e, con un sorriso affettuoso, quasi paterno, battendomi una mano sulla spalla, mi ha detto: “Caro Mussolini, sono brutti tempi per lei, ma sappia che ha un amico in me. E se, per assurda ipotesi, tutti dovessero abbandonarla, io sarei l’ultimo a farlo. So quanto l’Italia e la Dinastia le debbono”» [7].
Subito dopo Farinacci, Mussolini ricevette Dino Grandi. Il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni chiese l’udienza nel tentativo di convincere il capo del Governo a rimettere nelle mani del sovrano tutte le cariche, militari e politiche. «Questo» – affermò solennemente Grandi – «è dovere tuo e nostro, l’ultima possibilità che è data a te e a noi di rendere un servizio al Paese» [8].
Grandi si aspettava una reazione sdegnata; invece il Duce lo ascoltò impassibile, senza interromperlo.
«Mi attendevo una reazione violenta» – ricordò Grandi – «ma questa non venne. Mussolini non mi aveva interrotto, aveva continuato a guardarmi fisso e cupo, giocherellando con una matita.
“Hai finito?”, mi domandò glacialmente. “Ho finito”. “Ebbene sappi alcune cose che dovrai fissarti in mente e sulle quali ti invito a meditare quando sarai uscito di qui: primo, la guerra è ben lungi dall’essere persa, ed eventi straordinari si verificheranno presto sul fronte militare e politico, tali da capovolgere le sorti del conflitto, con la Germania e la Russia destinate ad accordarsi e l’Inghilterra a essere distrutta; secondo, io non cedo i poteri a nessuno: il fascismo è forte, la Nazione è con me, io sono il capo, e mi hanno obbedito e mi obbediranno; terzo, esiste sì del disfattismo, dentro e fuori il Regime, ma sarà curato a dovere quando ne giudicherò arrivato il momento. Per il resto, arrivederci a dopodomani in Gran Consiglio. Puoi andare”» [9].
Il giorno successivo, 23 luglio, Carlo Scorza informò il Duce dell’iniziativa di Grandi, il quale, insieme a Federzoni, aveva trascorso la giornata precedente a raccogliere adesioni all’ordine del giorno che intendeva sottoporre al Gran Consiglio.
A detta di Scorza erano stati contattati, tra gli altri, Albini, sottosegretario agli Interni, i quadrumviri De Bono e De Vecchi, il presidente del Senato Suardo, e autorevoli esponenti del mondo economico-finanziario come De Stefani e Balella, quest’ultimo presidente della Confederazione dell’industria [10].
Scorza non nascose a Mussolini il suo timore per la stabilità del Regime, ma Mussolini lo rassicurò: la situazione, a suo dire, restava sotto il più rigoroso controllo. Tant’è che ordinò a Scorza non solo di non ostacolare in alcun modo i «frondisti», ma di lasciar loro la più ampia libertà di movimento e di contatto: la resa dei conti, assicurava il Duce, sarebbe arrivata, ma solo dopo la seduta chiarificatrice del Gran Consiglio [11].
Nel corso della stessa mattinata, Mussolini incaricò il sottosegretario Bastianini di comunicare all’ambasciatore giapponese, barone Hidaka, il proprio desiderio di incontrarlo a Palazzo Venezia la mattina di domenica 25 luglio.
2. La seduta del Gran Consiglio e la caduta di Mussolini
La relazione di Mussolini: il bilancio militare
Mussolini aprì la seduta prendendo per primo la parola [12]. Dopo aver illustrato i motivi e i retroscena della propria assunzione del Comando Supremo, si soffermò a lungo sulle vicende militari successive a El Alamein:
«Lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa francese» – dichiarò – «è un fatto storico di capitale importanza, reso possibile dalla mancata occupazione della Tunisia da parte dell’Asse, da me reiteratamente ma invano proposta. Errori altrettanto gravi sono stati la mancata conquista di Gibilterra e di Malta».
Si soffermò quindi sulla resa di Pantelleria:
«Pantelleria l’ho inventata io. Fino al 1936 non la conosceva che la polizia. Dato l’ordine di apprestarla a difesa, i militari ben presto la dichiararono “imprendibile”. Non v’erano che due spiagge su cui si potesse sbarcare, gli aeroporti erano tutti sotterranei. La riprova della bontà dei sistemi difensivi è stata data dal fatto che, al momento della resa, si contarono soltanto due morti tra i civili e trentotto tra i militari, oltre a due feriti da parte inglese […]. Solo Stalin e il Mikado possono dare l’ordine di resistere fino all’ultimo. Conclusione: trentotto morti e undicimila prigionieri, mentre Pantelleria avrebbe dovuto essere la Stalingrado del Mediterraneo».
Passò poi alla vicenda siciliana:
«Lo Stato Maggiore dell’Esercito mi aveva ripetutamente rassicurato sulla difesa dell’isola, a cui erano adibiti ben trecentomila uomini. Tuttavia, al momento dello sbarco anglo-americano, le divisioni costiere resistettero per non più di tre ore […]. Molti reparti si sono disintegrati davanti al nemico. Tipico il caso della mancata difesa di Augusta, dove ufficiali, avieri e marinai si sono letteralmente dispersi. Gli ordini da me impartiti di reprimere con la massima severità non sono stati applicati, se non nell’unico caso della fucilazione di un capomanipolo della Milizia per abbandono di posto».

Alla critica seguì l’autocritica:
«Conosco bene le serie conseguenze che il ricoprire, in periodo di crisi, le massime cariche militari, possono avere per il prestigio del fascismo e mio personale. Ma, per la verità, sia pure spinto da un sentimento umanamente legittimo di autodifesa, devo ricordare la mia continua insoddisfazione per il comportamento degli Alti Comandi.
Credo che i nostri generali abbiano costantemente seguito una specie di sciopero bianco. Sono tutti di una passività che sconcerta. Nulla li interessa, nulla li appassiona. Noto ovunque questa passività che, a voler essere intransigentemente esatto, dovrei chiamare più giustamente delitto e tradimento».
Il fallimento di Feltre e la «chiave» del Duce
I presenti, che avevano seguito con vivo interesse il resoconto militare, volevano ora sapere come fossero andate realmente le cose al summit: si era trovato un accordo strategico con i tedeschi? Hitler si era mostrato consapevole della drammatica situazione italiana? Cosa era stato deciso?
Pur calibrando le parole, Mussolini non nascose che l’incontro si era risolto in un sostanziale fallimento, e per la prima volta in una riunione collegiale accennò alla «questione russa»:
«Ho scongiurato più volte i capi del Reich di non attaccare la Russia. Successivamente, dopo la fallita campagna del 1941, ho consigliato il Führer di trovare al più presto un accomodamento con Mosca: inutilmente. In merito sono documentato, anzi documentatissimo, ma la Storia non si fa con i soli documenti. Chi vince ha ragione, chi perde torto».
Secondo la testimonianza concorde di più partecipanti che pubblicheranno le proprie memorie nel dopoguerra, al termine di questo passaggio Mussolini accennò a una «chiave» capace di risolvere, con mezzi politici, la crisi militare italiana. Avviandosi alla conclusione, non escluse nuove mosse del nemico:
«Non concordo affatto col pensiero dello Stato Maggiore che esclude l’eventualità di un attacco contro la Penisola. Al contrario, sono convinto che anche nel caso in cui considerazioni di strategia generale consiglieranno agli anglo-americani un’iniziativa in altro settore, un criterio squisitamente politico li indurrà a muovere contro l’Italia».
Le sue ultime parole prima del dibattito generale suonarono come un avvertimento:
«La guerra è entrata in una fase estremamente critica dal momento in cui gli Stati Uniti si sono affacciati nel Mediterraneo con tutta la schiacciante superiorità dei loro mezzi. Ciò che sembrava un’ipotesi assurda – l’invasione del suolo nazionale – purtroppo si è verificata. In una situazione come questa, tutte le correnti ufficiali e ufficiose, manifeste e nascoste, contrarie al Regime, si uniscono contro di noi. È un fatto che dobbiamo tenere costantemente presente».
A questo punto il presidente del Senato Suardo pose la domanda che era nella mente di tutti: «Ma, insomma, credi tu che vi possa essere una soluzione politica della guerra?». Mussolini rispose: «Sì. Ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica, ma non vi dico quale» [13].
Il dibattito: gli interventi dei gerarchi
Ebbe così inizio il lungo confronto dialettico [14]. Presero la parola, in successione, De Bono, De Vecchi e Bottai; quindi toccò a Dino Grandi, che illustrò a nome proprio e degli altri firmatari l’ordine del giorno presentato.
Il testo rivendicava l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, restituendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Sovrano, al Parlamento e alle Corporazioni i compiti stabiliti dalle leggi statutarie e costituzionali, e invitava il capo del Governo a chiedere al Re di assumere, ai sensi dell’articolo 5 dello Statuto, l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria.
Nel commentare il proprio ordine del giorno, che in più punti non si discostava molto da quello presentato da Scorza, l’ex ambasciatore a Londra non risparmiò critiche e sarcasmi a Mussolini:
«Il nostro capo non può essere quello di Achille Starace […]. Il tempo stringe, bisogna abbandonare la formula ristretta e imbecille della “guerra fascista”. Non basta che tu, Duce, ti assuma le responsabilità. Ci siamo anche noi di mezzo. C’è il Paese».
E concluse con una frase destinata a restare celebre: «Perisca la fazione, periscano tutte le fazioni, purché la Patria viva».
Prese quindi la parola il conte Ciano, che sferrò pesanti accuse contro l’alleato tedesco:
«Tutti gli attacchi condotti dalla Wehrmacht ci furono comunicati all’ultimo momento: da quello alla Francia, che Mackensen mi annunciò alle quattro del mattino, mentre le truppe tedesche varcavano i confini, a quello contro la Russia, annunciatomi con lo stesso stile dal principe Bismarck. Quest’ultimo fatto fu tanto più grave in quanto Mussolini aveva insistentemente detto a Hitler che era conveniente convertire il patto di non aggressione con i russi in un’alleanza. Insomma, la nostra lealtà non è mai stata contraccambiata. Ogni accusa di tradimento fatta dai tedeschi contro di noi potrebbe essere ritorta contro di loro. Noi non saremmo, in ogni caso, dei traditori, ma dei traditi».
Toccò infine a Roberto Farinacci, i cui orientamenti furono ribaditi nell’ordine del giorno che si apprestò a illustrare: chiese, in primo luogo, una severa inchiesta sull’operato degli Alti Comandi e sul crollo verificatosi in Sicilia, sulla condotta personale dei generali Ambrosio, Rosi, Roatta e Guzzoni, l’audizione in Gran Consiglio del capo di Stato Maggiore Generale, le dimissioni immediate di Ambrosio e un’inchiesta supplementare sulle presunte congiure dei generali.

La votazione e l’esito
Esaurito il giro degli interventi, si passò alla votazione degli ordini del giorno, cominciando – con sorpresa dei «fedelissimi» – da quello presentato da Grandi. Su richiesta dello stesso Grandi, si procedette per appello nominale. Terminate le operazioni, Scorza annunciò il risultato: diciannove voti favorevoli all’ordine del giorno Grandi, otto contrari, un astenuto. Tra i contrari figuravano Tringali Casanuova, Polverelli, Buffarini Guidi, Galbiati, Frattari, Biggini, Farinacci e lo stesso Scorza.
Visto l’esito, Mussolini dichiarò inutile mettere ai voti gli altri ordini del giorno e tolse la seduta con un ammonimento ai presenti: «Signori, attenzione! L’ordine del giorno Grandi può mettere in gioco l’esistenza del Regime» [15].
Chiese però ai fedelissimi di fermarsi un momento. Nella notte, su ordine del Duce, Galbiati impartì al console Ermacora Zuliani, comandante della divisione «Tagliamento», disposizioni destinate al seniore Merico Zuccari: un battaglione «M» rinforzato avrebbe dovuto muovere verso Roma per la sorveglianza speciale di Palazzo Venezia e di Villa Torlonia, sede del Comando Generale della MVSN.
Farinacci avrebbe ricordato così l’ultimo momento con Mussolini, seduto al tavolo sotto la luce bassa della lampada:
«Vi ringrazio, camerati, per quello che avete fatto. La vostra solidarietà è grata al mio cuore. Misuro gli amici in momenti come questi. Prego Galbiati di tenersi pronto al comando della Milizia. Potete ritirarvi. Tu, Scorza, e tu, Farinacci, rimanete».
Rimasti soli, il Duce aggiunse:
«Un ringraziamento particolare a te, nonostante gli screzi dovuti un po’ al tuo carattere e un po’ alla mia incomprensione. So di poter contare sempre su di te. Ti prego di tenerti pronto, domani, per qualsiasi evenienza. Potrei avere bisogno di te.
All’occorrenza costituiremo, come ai bei tempi, un triumvirato segreto d’azione: Scorza, Farinacci, Galbiati» [16].
Congedato Farinacci, il Duce chiese a Scorza di accompagnarlo, in auto, a Villa Torlonia: erano le 3.55 del 25 luglio.
L’alba del 25 luglio
L’auto ministeriale, con a bordo Mussolini e Scorza, attraversava veloce le strade deserte della capitale. La lunga e tesa seduta del Gran Consiglio si era appena conclusa.
Vincendo la stanchezza, Scorza approfittò del momento per sondare l’atteggiamento del Duce sul voto dei «diciannove» a favore dell’ordine del giorno Grandi.
Mussolini rispose subito: «Lunedì, all’udienza reale, presenterò al sovrano i provvedimenti più urgenti che richiedono il suo preventivo benestare. Sì, nella giornata del 26 avremo lo scioglimento». Incalzato da Scorza – «Perché lunedì e non oggi? La situazione è grave e richiede decisioni rapide» – il Duce rifletté e infine dichiarò: «Avete ragione! Dal re andrò oggi. I comunicati potranno essere diramati, per radio, questo stesso pomeriggio e pubblicati sui giornali in edizioni speciali della sera» [17].
Avvicinandosi a Villa Torlonia, Scorza insistette ancora, intuendo che il Duce custodiva un piano d’azione non rivelato in Gran Consiglio: gli chiese perché non avesse risposto alla domanda di De Stefani sulle misure predisposte per uscire dalla crisi.
Mussolini rispose di non aver ritenuto opportuno informare i membri del Gran Consiglio dei piani stabiliti, perché dall’atteggiamento di alcuni si era convinto che, se lo avesse fatto, i tedeschi ne sarebbero stati informati «domattina o anche stanotte», con pregiudizi incalcolabili. Al momento di scendere dall’auto, aggiunse soltanto: «Ci rivedremo tra qualche ora a Palazzo Venezia» [18].
La domenica del Duce e l’udienza a Villa Savoia
Alle otto del mattino, il Duce si recò come di consueto a Palazzo Venezia per svolgere le sue funzioni. Il primo a essere ricevuto fu uno dei «fedelissimi», Guido Buffarini Guidi.
Verso le 11 Albini, sottosegretario agli Interni, gli portò il consueto mattinale. Mussolini gli chiese il perché del voto favorevole a Grandi. Il “livido” Albini che, peraltro, come gli fece notare Mussolini, non era membro del Gran Consiglio, cui presenziò come “invitato”, rispose che forse aveva commesso un errore, «ma nessuno può mettere in discussione la [sua] assoluta devozione» al Duce [19].
Tra i vari impegni, Mussolini intorno alle 12 ricevette l’ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka, al quale espose la necessità di giungere al più presto a una pace separata con l’Unione Sovietica. «Solo in questo modo sarà possibile capovolgere la situazione», affermò Mussolini, aggiungendo che il governo di Tokyo, non essendo in guerra con Mosca, era l’unico soggetto diplomatico in grado di esercitare la dovuta pressione sul Cremlino [20].
Alle 13, accompagnato dal capo della Milizia, Enzo Galbiati, il Duce si recò in visita nei quartieri romani San Lorenzo e Tiburtino, devastati dal bombardamento del 19 luglio.

Nel frattempo, aveva sollecitato un’udienza con Vittorio Emanuele III per riferirgli gli esiti della drammatica notte di Palazzo Venezia.
Ottenuto l’appuntamento per le 17, Mussolini si presentò in abiti borghesi a Villa Savoia, residenza privata del sovrano. L’incontro si svolse in un’atmosfera di estrema tensione. Il re, passeggiando nervosamente nella sala con le mani dietro la schiena, tradiva una forte agitazione [21].
Mussolini, intuendo la gravità del momento, cercò di estrarre dalla borsa i documenti relativi al voto del Gran Consiglio, ma il sovrano lo interruppe bruscamente:
«Non occorre; il voto del Gran Consiglio è tremendo. Voi non potete certo illudervi sullo stato d’animo degli italiani: in questo momento siete l’uomo più odiato d’Italia. Potete contare su un solo amico che avete e che vi rimarrà sempre: io»[22].
«Al termine di questa professione di amicizia, il Re mi accompagnò alla porta e nel salutarmi mi prese con entrambe le mani la destra e me la strinse a lungo», annoterà in seguito Mussolini rievocando quei drammatici momenti[23].
Con quell’ultima stretta di mano, il sovrano si congedò. Mentre il Duce si dirigeva verso la propria vettura per far ritorno a Villa Torlonia, venne bloccato da un gruppo di Regi Carabinieri agli ordini del capitano Paolo Vigneri.
Con il pretesto di dover tutelare l’incolumità personale del Duce da eventuali aggressioni della folla, gli ufficiali lo obbligarono a seguirli e lo fecero salire a bordo di un’autoambulanza della Croce Rossa. Il veicolo si diresse rapidamente verso la caserma dei Carabinieri “Podgora” in Trastevere. Da qui, dopo una breve sosta, Mussolini fu trasferito presso la caserma della Legione Allievi Carabinieri di via Legnano, dove trascorse la notte.
La sera del giorno successivo, 26 luglio, intorno alle 22, l’ormai ex Capo del Governo venne condotto al porto di Gaeta e imbarcato sulla torpediniera Persefone, con destinazione l’isola di Ponza, dove iniziò la sua prigionia. Verrà poi trasferito alla Maddalena e infine al Gran Sasso.
L’annuncio alla radio: i tre comunicati del 26 luglio
Gli italiani appresero la notizia solo la sera successiva. Alle 22.53 del 26 luglio – con otto minuti di ritardo sull’orario abituale delle trasmissioni e più di mezz’ora dopo che la notizia era stata diramata dall’agenzia Stefani – lo speaker Titta Arista lesse con tono solenne, dopo un «Attenzione, attenzione», il primo dei tre comunicati che avrebbero scandito la fine del fascismo al potere:
Primo comunicato. «Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato Sua Eccellenza il cavaliere maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».
Seguirono le note della Marcia Reale. Il secondo comunicato fu il proclama con cui Vittorio Emanuele III assumeva, per la prima volta dall’inizio del conflitto, il comando delle Forze Armate:
Secondo comunicato. «Italiani, assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita.
Ogni Italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa. Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dalla incrollabile fede sull’immortalità della Patria».
Il terzo e ultimo comunicato fu il proclama di Badoglio, destinato a restare famoso per l’equivoca frase «la guerra continua».
Terzo comunicato. «Italiani, per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni.
Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re».
Sarebbe stata proprio quella «guerra continua», nella sua ambiguità, a diventare fonte di equivoci e, per molti versi, di sciagure nei mesi successivi [24].

3. La Germania e la crisi italiana: le contromisure di Hitler
Alla Wolfsschanze: la situazione italiana sotto osservazione
Nel quartier generale di Hitler, la Wolfsschanze (Tana del Lupo) di Rastenburg, nella Prussia orientale, la situazione politico-militare italiana veniva seguita giorno per giorno attraverso i rapporti dei collaboratori militari del Führer [25].
Il 25 luglio – lo stesso giorno in cui a Roma Mussolini, ignaro, si recava all’udienza che gli sarebbe stata fatale – la questione italiana diventò oggetto di un’ampia discussione, sviluppata nell’arco di tre riunioni successive.
Le riunioni del 25 luglio
La riunione mattutina, iniziata a mezzogiorno, esaminò anzitutto la situazione in Sicilia, invasa dagli anglo-americani il 10 luglio, e le condizioni sanitarie delle truppe tedesche sull’isola e in Calabria, dove il trenta per cento degli uomini risultava colpito da malaria.
Erano presenti, oltre a Hitler, il maresciallo Keitel, i generali Jodl, Warlimont, Zeitzler e Buhle, il colonnello della Luftwaffe Christian, gli ammiragli Junge e Puttkamer e l’ambasciatore Hewell, in rappresentanza del ministro degli Esteri von Ribbentrop: la discussione durò circa un’ora.
Nel pomeriggio Hitler affrontò la crisi politica italiana, chiedendo a Hewell notizie da Roma sulla riunione del Gran Consiglio. Hewell riferì che l’ambasciatore Mackensen aveva descritto la seduta come «straordinariamente tempestosa», precisando però che si trattava solo di voci; la più insistente ipotizzava che Mussolini potesse essere indotto a cedere la carica di capo del Governo all’ottantatreenne Orlando, esponente della vecchia classe politica prefascista, per assumere quella di presidente del Gran Consiglio Fascista. La riunione si chiuse alle 17.
Alle 21.30, dopo una discussione sulla situazione in Europa orientale, si tornò sugli sviluppi italiani: Hitler informò i presenti delle dimissioni di Mussolini. Alla domanda di Keitel se la decisione fosse stata volontaria, rispose che era probabilmente avvenuta sotto la pressione del re e della corte; Jodl aggiunse che Badoglio aveva assunto il governo, e Hitler lo definì il loro «nemico più acerrimo».
Fu a questo punto che Jodl pose quella che verrà ricordata come la «domanda decisiva»: gli italiani volevano davvero continuare a combattere?
Hitler reagì con veemenza: «Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento!». Aggiunse di attendere notizie dirette da Mussolini, che Mackensen contava di incontrare, sperando di riuscire a rintracciarlo.

Erano circa le 22: Hitler non sapeva ancora che Mussolini era stato arrestato quattro ore e mezza prima.
I piani di contromisure
In questo clima di incertezza, Jodl suggerì una linea d’azione. Hitler propose che la 3ª divisione corazzata granatieri occupasse immediatamente Roma e «scardinasse» l’intero governo; si discusse anche del controllo dei valichi alpini, a partire da quelli francesi, con l’impiego della 4ª armata italiana dislocata nella Francia meridionale, e dell’invio della 24ª divisione corazzata al Brennero.
Hitler riferì inoltre che Grandi, Bottai e Ciano, nella seduta appena conclusa a Roma, avevano assunto posizioni apertamente anti-tedesche, sostenendo che proseguire la guerra non avesse più senso e che l’Italia dovesse uscirne; informò i presenti che Mussolini aveva comunicato a Mackensen di non voler capitolare, ma che Badoglio, incaricato dal re di formare il nuovo governo, aveva nel frattempo cercato con insistenza di parlare con l’ambasciatore tedesco.
Pur registrando che Badoglio aveva dichiarato che la guerra sarebbe continuata, Hitler liquidò l’annuncio come irrilevante e lo interpretò come un tradimento:
«Anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stesso gioco. Prepareremo tutto per catturare velocemente tutta quella feccia, per eliminare tutta quella marmaglia».
Annunciò l’intenzione di inviare un ordine al comandante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare subito a Roma e a un gruppo speciale di arrestare «tutto il governo, il re, tutta la banda; soprattutto il principe ereditario, e per catturare Badoglio e tutta quella gente», prevedendo che una simile azione avrebbe indebolito gli italiani provocando un nuovo rivolgimento entro pochi giorni. L’ordine a Jodl fu perentorio:
«Prepari subito l’ordine per la 3ª divisione corazzata granatieri… l’ordine, senza parlare con nessuno, di entrare a Roma con i cannoni d’assalto e di arrestare il governo, il re e tutta la compagnia… Soprattutto devo avere il principe ereditario».
Keitel osservò: «È più importante del vecchio». Il generale dell’aviazione Bodenschatz aggiunse che occorreva organizzare tutto perché il principe venisse immediatamente imbarcato su un aereo e portato via, e Hitler confermò: «Su un aereo e via immediatamente!». «Non dobbiamo farci sfuggire il “bambino” già all’aeroporto!», replicò Bodenschatz.
Hitler ribadì la propria convinzione – «Fra otto giorni ci sarà un nuovo ribaltone, vedrà!» – e precisò che l’operazione sarebbe partita non appena le forze fossero state pronte a intervenire e a disarmare «tutta la banda», sottolineando che i generali «traditori» e Ciano stavano infliggendo un colpo mortale al fascismo.
Hitler telefonò quindi a Göring per informarlo delle dimissioni di Mussolini e del subentro di Badoglio, invitandolo a raggiungere al più presto la Tana del Lupo.
Dopo una parentesi dedicata agli altri fronti di guerra, la riunione tornò sull’Italia: Hitler fissò la linea politica tedesca verso il nuovo governo – «Dobbiamo continuare a giocare come se credessimo che combatteranno ancora al nostro fianco!» – e la seduta si chiuse alle 22.13.
Gli sviluppi del 26 luglio
La riunione riprese alle 00.25 del 26 luglio. Nel frattempo la radio italiana aveva già trasmesso i tre comunicati che chiudevano l’era fascista. Si tornò sulla situazione militare in Italia, concentrandosi sul progetto di occupazione di Roma. Quando l’ambasciatore Hewell sollevò la questione del Vaticano, Hitler fu categorico:
«È del tutto irrilevante. Entrerò subito in Vaticano. Pensa che io abbia timore del Vaticano? Lo occuperemo immediatamente. Là dentro c’è tutto il corpo diplomatico. Non mi importa. Ci sono i porci e noi tireremo fuori tutto quel branco di porci. Poi, eventualmente, ci scusiamo. Ma non ci interessa, noi stiamo facendo la guerra».
La seduta si chiuse alle 00.45 e riprese alle 11.46. Nel frattempo, alle 7 del mattino, la radio tedesca aveva diffuso la notizia della caduta di Mussolini, attribuendola alle sue condizioni di salute. Alla domanda di Hitler se vi fossero novità, Jodl rispose che era stato fissato per le 18 un incontro tra Mackensen e Badoglio, ma che finora non c’era stato il tempo materiale per organizzarlo, e descrisse il caos che regnava a Roma: «Alcuni gridano “Pace, pace!”, altri danno la caccia ai fascisti. Mi ricordano le marachelle prima del Mercoledì delle Ceneri». «Arriverà anche il Mercoledì delle Ceneri», commentò Hitler. Jodl aggiunse che il Comando Supremo aveva preso tutte le precauzioni necessarie e che un aeroporto era già completamente in mano tedesca.
Alle 12.10 la riunione fu interrotta per un colloquio tra Hitler e il feldmaresciallo von Kluge. Hitler gli spiegò che la versione diffusa via etere non corrispondeva al vero: in Italia si era consumata una rivolta ordita dalla Casa Reale e dal maresciallo Badoglio, suoi «vecchi nemici»; il Duce era stato arrestato il giorno prima, dopo essere stato convocato per un colloquio che si era rivelato una trappola.
Il nuovo governo, pur dichiarando ufficialmente di voler proseguire la collaborazione con la Germania, sarebbe stato, secondo Hitler, solo una copertura per guadagnare tempo e consolidare il potere. Sottolineò l’urgenza di agire, ricordando di aver sempre temuto questo sviluppo.
Hitler proseguì affermando che il «tradimento» italiano era nell’aria da tempo. Riteneva ora necessario spostare forze a occidente, deciso a colpire con la stessa rapidità mostrata contro la Jugoslavia, e prevedeva che la resistenza italiana sarebbe stata «zero» e che i fascisti sarebbero passati dalla parte tedesca. Riferì di aver già fatto portare Farinacci a Monaco e di attenderlo in volo verso il quartier generale; dichiarò di non sapere ancora dove si trovasse Mussolini, ma assicurò che, appena localizzato, lo avrebbe fatto liberare con un intervento di paracadutisti.
Le contromisure tedesche
Per fronteggiare l’imminente defezione italiana, Hitler dispose una serie di contromisure articolate in quattro operazioni principali:
L’Operazione Schwarz, per l’occupazione dell’Italia e il disarmo delle sue forze armate; L’Operazione Alarich, per l’occupazione militare di Roma e del Vaticano e l’arresto del re, del principe ereditario e dei principali esponenti politici e militari anti-tedeschi; L’Operazione Achse, per la cattura o la distruzione della flotta italiana; L’Operazione Eiche, per la liberazione di Mussolini.
Nella prassi operativa, tuttavia, questa pianificazione subì un’immediata semplificazione. Il Comando Supremo tedesco (OKW) decise infatti di unificare i primi tre piani in un unico grande piano contenitore sotto la denominazione di Operazione Achse: Alarich (l’occupazione di Roma) e Schwarz (il disarmo dell’esercito e il controllo del territorio) vennero così assorbiti e fusi in Achse, che divenne la direttiva generale scattata la sera dell’8 settembre 1943.

L’Operazione Eiche, invece, mantenne la sua totale autonomia operativa come missione speciale di commando per la liberazione e il recupero del Duce.
La sera del 26 luglio Hitler convocò alla Wolfsschanze il generale Student, comandante dell’XI Fliegerkorps, affidandogli il compito di rintracciare e liberare Mussolini: prese avvio così quella che, dal 1° agosto, sarebbe stata nota come Operazione Eiche.
Di questa convocazione non esistono resoconti ufficiali, ma soltanto le testimonianze discordanti dei due protagonisti principali della successiva liberazione del Duce: il Generalleutnant Student e l’ Hauptsturmführer delle SS Otto Skorzeny.
Due versioni a confronto: Skorzeny e Student
Skorzeny, allora trentacinquenne Hauptsturmführer delle SS e comandante del Sonderverband z.b.V. «Friedenthal», raccontò di aver ricevuto il 26 luglio una convocazione urgente da Hitler a Rastenburg [26].
Nel corso di una riunione a cui presero parte altri cinque alti ufficiali, il Führer chiese a ciascuno un giudizio sull’Italia e sugli italiani: mentre gli altri si limitarono a dichiarazioni di circostanza sulla lealtà dell’Asse Roma-Berlino, Skorzeny si fece notare giocando sui sentimenti di Hitler – «Sono austriaco, mein Führer!» – e, facendo leva sul risentimento del Führer verso l’Italia per l’annessione del Sudtirolo dopo la Prima guerra mondiale, riuscì a catturarne l’attenzione al punto da essere trattenuto in un colloquio privato.
In quel colloquio riservato Hitler gli affidò la missione di liberare Mussolini, da lui descritto come un grande statista e un alleato fedele, paragonabile all’ultimo dei Cesari romani, convinto che il nuovo governo Badoglio l’avrebbe presto consegnato agli Alleati.
Ordinò di agire con la massima rapidità e segretezza – solo cinque persone, esclusi persino il feldmaresciallo Kesselring e i diplomatici dell’ambasciata tedesca a Roma, dovevano essere a conoscenza della missione – e pose Skorzeny sotto il comando del generale Student, con l’incarico di collaborare con i paracadutisti per portarla a termine.
Una versione diversa fu quella fornita nel dopoguerra dallo stesso Student, secondo cui sarebbe stato lui, convocato il 26 luglio a Rastenburg, a ricevere direttamente da Hitler l’incarico di recarsi a Roma con i propri paracadutisti per assicurarne il controllo e condurre la missione speciale volta a liberare Mussolini, che Hitler temeva sarebbe stato altrimenti consegnato agli anglo-americani [27].
La ricerca di Mussolini
La mattina del 27 luglio Student e Skorzeny partirono insieme per Roma. Una volta nella capitale, i due cercarono dapprima di localizzare Mussolini tra le varie isole di detenzione ipotizzate, come Santo Stefano e Ventotene, ma ogni pista si rivelò falsa: la vera prigione del Duce in quei giorni era l’isola di Ponza, e lo Stato Maggiore italiano riuscì a depistare i tedeschi con un’efficace opera di disinformazione.
L’individuazione del luogo definitivo della prigionia, sul Gran Sasso, sarebbe avvenuta solo circa due mesi più tardi, al termine di un’intensa attività di intelligence condotta in Italia dai servizi segreti tedeschi – in primo luogo da Herbert Kappler – e dalle indagini dello stesso Skorzeny e dei Fallschirmjäger di Student.
Bisognerà attendere il 12 settembre 1943 perché l’Operazione Eiche giunga finalmente a compimento.
Con il blitz che libera Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso.

NOTE
1. Cfr. B. Mussolini, Storia di un anno, in Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXXIV, La Fenice, Firenze 1961, pp. 341-342. Rievocando il viaggio di ritorno in treno da Feltre verso Treviso, il Duce confermò di aver sollecitato nuovamente Hitler sulla necessità di chiudere il fronte orientale per concentrare le forze nel Mediterraneo, trovando tuttavia un netto rifiuto da parte del Führer. Cfr. anche F. Maugeri, V. Rosen, From the Ashes of Disgrace, Reynal & Hitchcock, New York 1948, cap. II (ed. it. F. Maugeri, Ricordi di un marinaio, Mursia, Milano 1980, cap. V, p. 118), cit. in F. Bellini, G. Bellini, Storia Segreta del 25 luglio del ’43, Mursia, Milano 1993, p. 116. Secondo la testimonianza di Maugeri, Mussolini avrebbe rievocato il colloquio con Hitler a Feltre e il vano tentativo di spingerlo a una pace separata con la Russia.
2. Su questo tema, cfr. E. Di Rienzo, E. Gin, Nel labirinto delle alleanze. Le potenze dell’Asse e il progetto di pace separata con l’Urss, 1941-1943, Le Lettere, Firenze 2010; sul colloquio Mussolini-Hidaka a Palazzo Venezia, si veda anche E. Di Rienzo, Quella mattina del 25 luglio 1943. Mussolini, Shinrokuro Hidaka e il progetto di pace separata con l’URSS, in «Nuova Rivista Storica», XCIV, 3, 2010, pp. 719-756.
3. B. Mussolini, Pensieri pontini e sardi, in Opera Omnia (Pensiero 73), vol. XXXIV, p. 297.
4. Cfr. W. S. Churchill, The Second World War, Vol. V, Closing the Ring, Cap. III («The Fall of Italy»), London, Cassell & Co., 1952, pp. 42-43. Il testo originale in inglese del volantino recitava: «At this moment the formidable forces of the United Nations which you have stirred to action are preparing to strike the total blow upon the fascist war machine. […] You must decide whether Italians shall die for Mussolini and Hitler, or live for Italy and for civilization.»
5. Cfr. B. Mussolini, Storia di un anno, in Opera Omnia, vol. XXXIV, p. 343.
6. R. Farinacci, Diario, «Il Giornale», febbraio 1947, cit. in F. Bellini, G. Bellini, Storia Segreta del 25 luglio del ’43, Mursia, Milano 1993, p. 116.
7. Ibidem.
8. D. Grandi, 25 luglio – Quarant’anni dopo, Il Mulino, Bologna 1983, cit. in F. Bellini, G. Bellini, op. cit., p. 116.
9. Ibidem.
10. F. Bellini, G. Bellini, op. cit., pp. 116-117.
11. Ivi, p. 117.
12. Cfr. B. Mussolini, Storia di un anno, in Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXXIV, La Fenice, Firenze 1961, pp. 345-349.
13. Ibidem.
14. Ivi, pp. 349-351.
15. Ivi, p. 349. L’effettiva pronuncia di questa frase («Signori, con questo ordine del giorno voi avete aperto la crisi del regime») è tuttavia considerata dubbia dalla storiografia critica. In assenza di un verbale ufficiale della seduta, la formula (pur riportata con varianti nelle memorie posteriori da Carlo Scorza: cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio, Palazzi, Milano 1968, p. 149; e da Dino Grandi: cfr. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo, a cura di R. De Felice, Il Mulino, Bologna 1983, pp. 248-252) fu fermamente smentita da altri partecipanti, a partire da Tullio Cianetti (cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona, a cura di R. De Felice, Rizzoli, Milano 1983, pp. 445-450). Per un’analisi critica che mette fortemente in discussione l’autenticità delle parole attribuite a Mussolini – parole che lo stesso Duce affermava di aver pronunciato – si veda E. Gentile, 25 luglio 1943, Laterza, 2018 (in particolare il Prologo). Secondo lo storico, il fatto che Mussolini sostenesse di averle dette «non è tuttavia sufficiente a dimostrare che esse siano state effettivamente pronunciate». Gentile trova infatti singolare che, data la gravità di tale frase per l’intera vicenda del 25 luglio, essa non sia stata citata nei resoconti degli altri partecipanti alla seduta.
16. Ivi, pp. 273-274.
17. F. Bellini, G. Bellini, op. cit., p. 125.
18. Ibidem.
19. B. Mussolini, Storia di un anno, cit., p. 354.
20. Cfr. A. Tamaro, Due anni di Storia (1943-1945), Roma, Tosi, 1948, cit. in F. Bellini, G. Bellini, op. cit., p. 130.
21. Cfr. B. Mussolini, Storia di un anno, cit., pp. 355-356.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. Sull’ambiguità del proclama e sulle conseguenze operative della formula «la guerra continua», cfr. R. Zangrandi, 1943: 25 luglio – 8 settembre, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 112-140.
25. Per la trascrizione stenografica dei colloqui e una ricostruzione puntuale delle riunioni tenutesi alla Wolfsschanze, si vedano I verbali di Hitler. Rapporti stenografici quotidiani sulla situazione militare 1942-1945, a cura di H. Heiber, LEG, Gorizia 2009, 2 voll. (per la crisi italiana cfr. in particolare il vol. I, pp. 395–470).
26. Cfr. O. Skorzeny, Hitler’s Commando: The Daring Missions of Otto Skorzeny and the Nazi Special Forces, foreword by C. Messenger, introduction by D. Raviv, Skyhorse Publishing, New York 2018, pp. 34-49.
27. Cfr. K. Student, Report on the Gran Sasso Operation (1946), in The National Archives (TNA), Kew, WO 208/3121; si vedano anche A. Kesselring, K. Student, German Version of the Gran Sasso Raid, Foreign Military Studies, Historical Division, Headquarters United States Army Europe (MS # P-061), 1947 e V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg: Grüne Teufel im Sprungeinsatz und Erdkampf 1939-1945, Motorbuch Verlag, Stuttgart 1974, pp. 279-280.
L’articolo 25 luglio 1943: la caduta di Mussolini e le reazioni di Hitler proviene da Difesa Online.
Il presente articolo si propone di ripercorrere la drammatica «settimana di passione» che condusse alla deposizione di Benito Mussolini il…
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