La “Guerra senza limiti” alla prova del caso iraniano
Ogni volta che la crisi nello Stretto di Hormuz torna ad inasprirsi, con conseguente impennata del prezzo del petrolio, l’attenzione del mondo occidentale si concentra sulle navi da guerra, sui missili e sulle portaerei. Eppure non è quello il vero campo di battaglia.
Quando nel 1999 due colonnelli dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA), Qiao Liang e Wang Xiangsui, diedero alle stampe Unrestricted Warfare, non avevano l’obiettivo di offrire un nuovo manuale operativo all’esercito cinese, ma intendevano formulare un nuovo paradigma epistemologico del conflitto moderno. La loro tesi di fondo era dirompente: nell’era dell’interdipendenza globale e della complessità, la guerra non si vince più cercando la distruzione delle forze armate nemiche sul campo di battaglia. Diventa invece necessario convertire ogni singolo nodo della società civile, dell’economia e della tecnologia del rivale in un possibile vettore di attacco.
Nel dibattito occidentale quel testo è spesso stato considerato come un semplice esercizio teorico, confinato alla sola dottrina militare della Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, l’osservazione della prassi geostrategica contemporanea offre un’evidenza ben diversa: la strategia della Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta oggi uno degli esempi empirici più coerenti, maturi e sofisticati di convergenza con il paradigma della Unrestricted Warfare, applicato al di fuori dei confini cinesi.
Non vi è alcuna necessità di ipotizzare né una diretta filiazione dottrinale, né una cosciente emulazione, da parte degli apparati di Teheran. Quello a cui assistiamo è però una convergenza sistemica in cui, di fronte all’evidente impossibilità di colmare il divario simmetrico nei confronti della superiorità tecnologica e della Precision Warfare euro-atlantica, la leadership iraniana ha sviluppato una propria originale architettura della coercizione globale, in grado di riflettere in maniera sorprendentemente fedele la tassonomia teorizzata ormai ventisette anni fa a Pechino.
Nel quadro strategico del Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz viene spesso descritto dai media occidentali come il principale possibile teatro geografico di uno scontro navale. Si tratta di un errore di prospettiva, in quanto Hormuz non è un semplice choke point da chiudere militarmente, ma va considerato come il principale laboratorio di una leva di pressione ben più vasta.
L’Iran non ha mai pianificato un blocco navale convenzionale dello Stretto, azione che innescherebbe una risposta cinetica devastante da parte della Quinta Flotta statunitense. Al contrario, sfrutta la specificità geografia del Golfo Persico come cassa di risonanza per modulare una situazione di instabilità permanente. Hormuz è soltanto il nodo più sensibile di una rete di coercizione marittima che si estende in modo coordinato verso lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso tramite gli Houthi (Ansar Allah, ovvero “Partigiani di Dio”) e verso il Mediterraneo orientale tramite Hezbollah (il “Partito di Dio”).
Controllando il transito attraverso Hormuz e rendendo quindi precario il transito di circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto (GNL), Teheran non mira ad una vittoria militare, ma al controllo ed alla gestione della vulnerabilità globale.
La validità di questo paradigma trova precise conferme nella sua applicazione sviluppata in contesti diversi, come nella crisi innescata dalle milizie Ansar Allah nel Mar Rosso – con la conseguente massiccia deviazione del traffico mercantile verso il Capo di Buona Speranza – che ci dimostra come la semplice minaccia a un singolo collo di bottiglia geografico possa produrre costi logistici, assicurativi ed energetici a cascata i quali vanno a colpire direttamente le catene del valore delle economie europee. Hormuz non è il solo obiettivo, ma il principale modello di riferimento di una nuova geografia sistemica della minaccia che lo trasforma nel mezzo attraverso cui influenzare il comportamento dell’insieme degli attori economici e politici che dipendono da quel nodo. La coercizione non è rivolta contro un’infrastruttura geografica, ma contro la rete decisionale che ne garantisce il funzionamento. In quest’ottica, il controllo dello spazio fisico non conta così tanto, mentre diventa nevralgica la capacità di condizionare le scelte d governi, mercati, armatori e operatori energetici.
Per comprendere la portata di questa convergenza concettuale, è sufficiente sovrapporre la matrice delle forme di scontro identificate da Qiao e Wang alla condotta operativa mantenuta da Teheran negli ultimi due decenni. Quella che emerge non appare come una serie di risposte tattiche disconnesse tra loro, ma come un’applicazione sistematica di una vera e propria tassonomia operativa. La strategia di Teheran, se analizzata attraverso questa lente teorica, rivela come la competizione asimmetrica moderna si articoli lungo una serie di vettori ben definiti.
1. Il primo vettore è quello della guerra finanziaria ed economica dei costi
L’obiettivo prioritario della strategia iraniana non può ricondursi all’affondamento di grandi unità militari, bensì mira alla manipolazione dei punti critici nelle economie occidentali. L’impiego di barchini veloci dell’IRGCN (Islamic Revolutionary Guard Corps Navy, ovvero la Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran), l’uso di mine navali a basso costo, o la minaccia di attacchi da remoto, producono un impatto immediato che travalica ampiamente l’ambito tattico: impennata dei premi assicurativi marittimi (Lloyd’s di Londra), rialzo dei futures sul greggio, alterazione dei costi logistici e aumento dell’inflazione energetica. L’Iran ha conseguito il risultato di trasformare il costo – economico, politico, elettorale e logistico – nel proprio principale strumento di deterrenza.
2. Il secondo definisce la guerra per procura (Proxy Warfare) come strumento di pressione permanente
La vera innovazione dottrinale di Teheran risiede nell’aver istituzionalizzato la guerra indiretta. L’Iran molto di rado combatte in prima persona. L’Asse della Resistenza – coalizione informale a guida iraniana che comprende Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen, Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq, e varie milizie sciite in Siria – consente a Teheran di proiettare la propria potenza a costi relativamente contenuti, mantenendo un margine costante di negazione plausibile (plausible deniability) e costringendo gli avversari a un logoramento asimmetrico e frammentato. In questo modo l’Iran amplia il teatro operativo, disperde le forze dell’avversario e rende impossibile individuare un unico centro di gravità da colpire. L’impiego coordinato da parte degli Houthi di missili da crociera antinave e droni ad ala fissa della serie Shahed-136 lungo lo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta il perfetto coronamento di questa strategia, dove un vettore tecnologico a basso costo è in grado di alterare la navigazione commerciale globale, mantenendo l’Iran formalmente al di fuori del perimetro del conflitto cinetico.
3. Terzo vettore è quello della guerra cibernetica (Cyberwarfare).
Da anni ormai l’Iran è riconosciuto come una delle potenze cyber più aggressive e dinamiche al mondo. Dagli attacchi distruttivi wiper1 come Shamoon nel 2012 contro i colossi petroliferi del Golfo (Saudi Aramco)2, fino alle recenti campagne di sabotaggio informatico e phishing mirato contro le infrastrutture critiche, sanitarie ed energetiche israeliane e statunitensi nel 2026. L’operatività di gruppi APT (Advanced Persistent Threat) legati agli apparati di sicurezza di Teheran – come MuddyWater o Cyber Av3ngers – dimostra come il dominio digitale sia attivamente impiegato per la conduzione di operazioni offensive non letale ma in grado di paralizzare interi comparti statali senza superare apertamente la soglia dell’atto di guerra. Il cyberspazio consente inoltre a Teheran di operare in una zona grigia permanente, all’interno della quale i concetti di attribuzione dell’attacco, comprensione della proporzionalità e gestione della risposta risultano particolarmente controverse.
4. Il quarto vettore è relativo a Lawfare e manipolazione del diritto marittimo.
Un’altra dimensione, solitamente poco considerata ma invece assolutamente centrale è quella legale. L’Iran utilizza in modo strumentale la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), la definizione delle proprie acque territoriali e della Zona Economica Esclusiva (ZEE) e la rigidità dei registri navali internazionali per giustificare sequestri di petroliere sotto l’egida di presunte “violazioni ambientali” o “infrazioni giudiziarie”. Questo Lawfare, ovvero l’uso appunto strumentale e distorto delle leggi e dei procedimenti giudiziari come arma, vincola le marine occidentali entro un labirinto di tutele etiche e giuridiche, rallentandone ogni capacità di reazione. Il diritto non solo limita la guerra, ma ne diventa esso stesso uno strumento. Casi emblematici come il sequestro della petroliera battente bandiera britannica Stena Impero nel 2019 o della Hankuk Chemi nel 2021 – giustificati da Teheran col generico pretesto di presunti reati ambientali o violazioni della sicurezza marittima – evidenziano come la cavillosa applicazione formale del diritto statale venga convertita in una efficace copertura legale per veri e propri atti definibili di coercizione geopolitica.
5. In ultima battuta, ma non per importanza: guerra dell’informazione, guerra psicologica e diplomazia coercitiva.
Ogni singolo evento, che si tratti del sequestro di una petroliera, di un attacco con droni o missili, della dichiarazione dei vertici iraniani, viene rapidamente trasformato e amplificato mediaticamente. Attraverso televisioni satellitari, agenzie di stampa, ma soprattutto piattaforme digitali e social media, immagini, video e messaggi vengono manipolati e diffusi in tempo reale con l’obiettivo di estenderne l’impatto psicologico ben oltre gli effetti materiali dell’azione. In questo modo, il successo di un’operazione non si misura soltanto nei danni effettivamente inflitti, ma nella sua capacità di orientare il dibattito pubblico, influenzare i mercati e condizionare il processo decisionale degli avversari.
I social media svolgono un ruolo decisivo in questa strategia. La rapidità di diffusione delle informazioni, la viralità delle immagini e la possibilità di raggiungere direttamente le opinioni pubbliche a livello globale, gli operatori economici finanche i decisori politici, consentono di trasformare ogni più piccolo episodio locale in una crisi globale della percezione. Ormai la guerra psicologica non si combatte soltanto contro il nemico, ma sempre più all’interno delle sue stesse società.
Sul piano psicologico, questa comunicazione punta a mettere continuamente sotto pressione i processi decisionali delle democrazie occidentali, tradizionalmente molto più sensibili ai possibili costi economici e soprattutto politici di una crisi prolungata.
Alle dimensioni informativa e psicologica se ne affianca una terza, legata alla diplomazia coercitiva. Il programma nucleare iraniano non va considerato soltanto una capacità militare potenziale, ma anche come un vero e proprio strumento di pressione negoziale. L’alternarsi di fasi favorevoli a possibili aperture diplomatiche con momenti di accelerazioni del programma atomico, consente a Teheran di mantenere costantemente l’iniziativa politica e in tal modo di influenzare il comportamento dei vari interlocutori internazionali.
Alla luce di questa prospettiva, il dominio informativo viene elevato da semplice strumento di propaganda al luogo in cui si crea la percezione del rischio. Ed è proprio sulla gestione di tale percezione che si gioca una parte sempre più rilevante della competizione strategica contemporanea.
Sarebbe improprio dedurre da queste analogie che sussista un rapporto diretto tra la dottrina militare cinese e quella iraniana. Ad oggi non esistono elementi in grado di dimostrare che Teheran abbia adottato consapevolmente il modello teorico elaborato da Qiao e Wang.
Il dato realmente significativo che emerge è invece un altro: due attori profondamente diversi per storia, cultura strategica e interessi geopolitici sono giunti a sviluppare modalità di competizione sorprendentemente simili. Più che descrivere una specificità dell’approccio cinese, la Unrestricted Warfare sembra quindi cogliere una traiettoria di trasformazione più ampia della guerra contemporanea. Quando il confronto militare diretto diventa proibitivo, gli strumenti di coercizione tendono a gravitare verso le vulnerabilità economiche, informative, tecnologiche e politiche dell’avversario.
Perché questa strategia risulta essere così efficace?
La risposta è intrinseca alla natura stessa delle società euro-atlantiche. Come già evidenziato dagli studi sul Net Assessment e dalle analisi sull’innovazione militare condotte da Andrew Krepinevich, la proiezione di potenza occidentale si regge su un “sistema di sistemi” estremamente integrato e basato sul concetto di logistica just-in-time.
Tuttavia, più un sistema è interconnesso e privo di ridondanze, più diventa vulnerabile a perturbazioni diffuse. Schierare un cacciatorpediniere costato miliardi di dollari per intercettare droni da poche migliaia di euro o per scortare mercantili lungo rotte minacciate è l’effetto matematico del cortocircuito cognitivo occidentale. L’Iran non cerca di superare la superiorità militare della coalizione a guida USA, ma ne sfrutta la fragilità sistemica, costringendola a dover assorbire costi assolutamente sproporzionati per difendere e garantire la stabilità dei flussi globali.
Questa dinamica va ben al di là del semplice concetto della deterrenza convenzionale. Teheran non minaccia soltanto infrastrutture o linee di comunicazione, l’obiettivo principe diventa invece la fiducia stessa che sostiene il funzionamento del sistema globale. Mercati, compagnie assicurative, armatori, investitori e governi reagiscono non tanto ai danni materiali quanto alla percezione di una vulnerabilità permanente. Si realizza in questo modo una forma di deterrenza cognitivo-sistemica, nella quale il vero obiettivo non è più quello clausewitziano di distruggere il centro di gravità dell’avversario; il focus è piuttosto di incrinare la fiducia che ne garantisce la coesione e il funzionamento.
In sintesi oggi il centro di gravità delle società avanzate risiede nella fiducia che tiene insieme reti economiche, infrastrutture critiche, mercati finanziari e processi decisionali. Quando questa fiducia viene erosa, l’intero sistema pur continuando a funzionare, lo fa in modo più lento, più costoso e più fragile, creando una situazione di crisi globalizzata.
La prassi della Repubblica Islamica qui analizzata dimostra che i principi alla base della lezione di Unrestricted Warfare sono diventati un patrimonio strategico ben al di là del contesto della dottrina militare cinese. L’Iran non ha inventato questo modo di combattere, ma oggi ne rappresenta una delle incarnazioni storiche più coerenti e devastanti.
Il vero successo della strategia di Teheran non consiste nell’aver chiuso lo Stretto di Hormuz, così come non lo sarebbe stato l’aver sconfitto un’alleanza in campo aperto. Il vero successo consiste nell’aver dimostrato che non è più necessario farlo. È sufficiente rendere credibile e permanente la minaccia di una possibile interruzione dei flussi vitali perché l’intero sistema globale si trovi a dover assorbire costi economici, politici e psicologici insostenibili nel lungo periodo. In un XXI secolo dominato dall’interdipendenza, la vera coercizione strategica si sposta dall’impiego massiccio della forza cinetica alla capacità di trasformare la vulnerabilità dell’avversario in uno strumento permanente di coercizione.
1 Un attacco wiper è un tipo di minaccia informatica in cui un software malevolo cancella o distrugge per sempre i dati di un computer. A differenza dei virus che chiedono soldi, il suo scopo è bloccare il lavoro e fare danni.
2 Shamoon, noto anche come W32.DistTrack, è un virus informatico modulare scoperto nel 2012, che prende di mira le recenti versioni del kernel NT a 32 bit di Microsoft Windows. L’attacco del virus nel 2012 è stato notevole a causa della sua natura distruttiva verso le grandi infrastrutture energetiche, e del costo del ripristino.
Fonti e riferimenti essenziali (non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
Opere primarie e quadro teorico:
- Qiao L., Wang X. (2001), Guerra senza limiti, a cura di F. Mini, LEG Edizioni [ed. orig. 1999, PLA Literature and Arts Publishing House].
- Krepinevich, A. F. Jr. (2023). The Origins of Victory: How Disruptive Military Innovation Determines the Fates of great Powers, Yale University Press.
- Dunlap, C. J. Jr. (2001), Lawfare Today: A Primer, Yale Law & Policy Review.
Saggi e analisi dell’autore (Andrea Lancioli):
- Lancioli, A. (2026), Dal Centro di Gravità al Sistema di Gravità. Perchè Carl von Clausewitz va aggiornato nel XXI secolo, Difesa Online.
- Lancioli, A. (2026), Il caos è una strategia? Dalla geopolitica delle risorse alla guerra delle narrazioni, Difesa Online.
- Lancioli, A. (2026), La deterrenza cognitivo-sistemica. Perché nel XXI secolo la posta in gioco è il controllo della prevedibilità, Difesa Online.
- Lancioli, A. (2026), Il vero campo di battaglia del XXI secolo. Come Unrestricted Warfare ha ridefinito il concetto stesso di guerra, Linea Strategica (Substack).
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