La NATO islamica? Riyadh, Ankara e Islamabad cambiano le regole
A fronte del prezzo pagato, lo stato conflittuale in Medio Oriente ha prodotto pochissimi benefici, sia dal punto di vista mercantile che da quello politico. Interessante è il dilapidato capitale della credibilità americana, crollata con i mattoni del muro dell’ordine edificato in decenni e diversamente riedificato con le mediazioni pakistane tra Washington e Teheran e quelle turche per Gaza.
A lungo le monarchie del Golfo hanno acconsentito alla presenza militare statunitense purché Washington assicurasse protezione, una garanzia ora fortemente indebolita. Se si scrivesse un libro si potrebbe intitolare Crepuscolo di un mediatore, un negoziatore ora incapace di controllare le ascese nemiche e le frammentazioni diffuse.
La regione è caratterizzata da diversi punti di faglia: la compagine degli Accordi di Abramo, con Israele e EAU, unita dal collante della diffidenza per Teheran e capace di attrazione gravitazionale verso India, Cipro e Grecia; l’asse turco finanziato dal Qatar, con al seguito Azerbaigian e Siria, preoccupato anche dall’espansionismo israeliano quale potenziale ulteriore elemento destabilizzante; il fronte sunnita che, con i sauditi, guarda al Pakistan e rimane la stella polare per Egitto e Giordania; l’Asse della Resistenza iraniano, fondato sulle alleanze di Teheran con Hezbollah, Houthi e una costellazione di milizie irakene.
Fratture stigmatizzate dal bombardamento israeliano di Doha nel 2025, volto all’eliminazione di rappresentanti di Hamas e dall’assenza di qualsiasi reazione americana, cui è seguito l’immediato patto difensivo tra Arabia Saudita e Pakistan, ravvivato dalla considerazione che la guerra, estesa anche al di fuori dei confini israeliani, non è riuscita a limitare l’Iran.
Riyadh vuole contenere Teheran che, con Tel Aviv, induce Ankara all’insonnia; si tratta di visioni inconciliabili degli equilibri regionali, posto che l’Iran strategicamente è più presente di prima, da Hormuz fino alle acque omanite ed emiratine.
Allo stato dell’arte, lo Stretto di Hormuz non tornerà mai più alle sue condizioni precedenti e Teheran intende batter cassa con pedaggi di transito, purché renda reale la sua deterrenza: la chiusura del casello di Hormuz, se mai davvero avverrà, fornirà comunque ogni possibile casus belli.
Intanto, il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, ha sintetizzato il momento: o uno scontro diretto e distruttivo con il nostro più grande alleato (Washington), o una resa dei nostri interessi; difficile contraddirlo ma altrettanto complicato da spiegare ad un interno che, senza l’auspicio di vie d’uscita diplomatiche, comincia ad avvertire un’ovvia stanchezza.
Attenzione poi al dogma internazionalistico dell’impossibilità degli spazi vuoti, inconcepibili in una regione dove soprattutto Pechino i vuoti li riempie rapidamente, grazie alla maggiore stabilità mediatrice della sua linea politica, opposta al fin troppo caotico dinamismo statunitense.
Avendo subito pesanti attacchi aerei iraniani, gli EAU hanno tratto conclusioni divergenti da quelle saudite, intensificando i legami difensivi e securitari con Israele, ritirandosi dall’OPEC ed accendendo una rivalità con Riyadh che, con il riconoscimento del Somaliland, arriva fino al Corno d’Africa.
Vulnerabilità sempre più ingestibili hanno fatto assurgere Hormuz a simbolo di nuovi equilibri di potenza globali, vista anche la perdurante minaccia Houthi nel mar Rosso; i paventati pedaggi iraniani potrebbero diventare l’esempio di un fenomeno molto più ampio e difficilmente controllabile.
Il Patto della Mecca e la nuova deterrenza islamica
L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia, la cui appartenenza alla NATO aggiunge un coefficiente transitivo di complessità, e Pakistan, stabilisce un principio di deterrenza collettiva sotto quella che sembra più una dichiarazione di intenti che una replicazione dell’art. 5 del Patto Atlantico.
Si tratta dunque di un Accordo che somma risorse saudite, tecnologia turca e forza nucleare pakistana e che determina a Tel Aviv allarmi strategici alla luce delle dichiarazioni fortemente anti israeliane rilasciate dal ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, che non ha escluso la possibilità di addivenire ad una cooperazione islamica indirizzata alla questione palestinese che frenerebbe qualsiasi ipotesi di integrazione saudita negli Accordi di Abramo alzandone il prezzo; un prezzo che lieviterebbe anche in virtù delle offese Houthi che imporrebbero una risposta armata in caso di attacco contro l’Arabia Saudita.
Sebbene Riyadh abbia ribadito che l’accordo non miri ad alcuna velleità atomica, non c’è dubbio che la cooperazione con il Pakistan che, ancorché sunnita, non ha incontrato difficoltà a cedere allo sciita Iran le tecnologie per l’arricchimento dell’uranio, introduce una significativa variabile di deterrenza strategica in grado di limitare le capacità operative israeliane.
In ambito nucleare, l’accordo sottoscritto di recente tra Washington e Riyadh determina ampie implicazioni per la struttura securitaria regionale; per Israele, l’accordo diventa dilemma strategico, rafforza la posizione americana nel Golfo riducendo l’influenza di Cina e Russia e preserva l’influenza statunitense nel Regno saudita.
Anche se l’accordo non portasse ad una reale normalizzazione, il rafforzamento della partnership saudo-americana potrebbe determinare un’opportunità per rinnovare il dialogo con Israele, a meno che i sauditi abbiano omesso di fornire particolari quid pro quo.
Di fatto, gli americani sono passati da una politica volta a prevenire capacità nucleari civili avanzate, ad una incentrata sulla gestione dei rischi associati.
Il Section 123 Agreement del 22 luglio 2026 tra USA e Arabia Saudita, posto in parallelo con il Patto della Mecca evidenzia autonomia strategica ed hedging saudita e come Riyadh stia realizzando una capacità nucleare a mosaico, attingendo dagli americani per ottenere legittimazione internazionale e tecnologia, e dai pakistani per ombrello deterrente, cosa che allontana Cina e Russia per i prossimi 30 anni ma priva gli USA di una leva politica di blocco.
Bin Salman, di fatto, ha separato la tecnologia dai vincoli geopolitici, usando capitali e mezzi americani ma affiancandoli ad una struttura multilaterale che consente di non dipendere dalle decisioni di Washington.
Ankara ufficialmente non possiede armi nucleari, tuttavia, negli ultimi anni, ha intrapreso una serie di iniziative che l’hanno condotta ad essere un threshold state in grado di sviluppare l’atomica in tempi relativamente brevi, posto che già dal 2019 il presidente Erdoğan ha definito inaccettabile il fatto che alla Turchia fosse vietato possedere missili con testate nucleari, specie in previsione di un armamento atomico iraniano.
Inevitabile dunque tornare all’ipotesi del consolidamento di assi diplomatici alternativi che coinvolgano EAU, Bahrain, India e blocco Mediterraneo orientale.
Non c’è dubbio che per la prima volta gran parte del mondo islamico guardi alle capacità nucleari pakistane quali garanzie di equilibrio regionale alla stregua di un nuovo ombrello strategico alternativo a quello americano, in un contesto regionale complesso dove Mosca alimenta una sindrome da accerchiamento e dove si cristallizza un nuovo ordine internazionale multipolare dove il trilaterale asse Islamabad-Riyadh-Ankara va letto come un tentativo pragmatico di costruire nuovi equilibri tali da depotenziare la supremazia americana secondo un realismo difensivo che miscela sicurezza e aspetti militari con fattori geoeconomici.
I Trilaterali sono catalizzati da una visione autoritaria del potere oltre che dall’interesse nello sviluppo di tecnologia militare al fine di ridurre la dipendenza da fornitori esteri, tanto che l’Arabia Saudita potrebbe finanziare lo sviluppo del caccia turco di 5^ generazione Kaan, senza contare un suo interesse per il programma nippo-italo-inglese GCAP stealth di 6^ generazione.
Posto che il contenimento iraniano rimane fondamentale e che le milizie Houthi incombono di nuovo sulla sicurezza di Riyadh nel Mar Rosso, l’accordo della Mecca intende rafforzare la Multinational Maritime Alliance a guida saudita volta a proteggere i traffici tra Bab el Mandeb, Golfo di Aden e Mar Rosso a cui hanno già aderito, tra gli altri, anche Turchia e Pakistan.
L’intesa trilaterale non nasce come atto ostile anti iraniano, ma si inquadra quale compensazione del potere regionale di Teheran in un contesto di graduale ritiro statunitense, considerando che sarebbe imprudente pensare che Islamabad accetti di rivestire una posizione subalterna rispetto a quella di Riyadh.
La natura multilaterale del Trattato potrebbe assicurare ulteriori adesioni ed allargamenti, benché il condizionale in Medio Oriente sia d’obbligo; i firmatari costituiscono del resto chiari riferimenti politici in un’area che parte dal Mediterraneo, tocca il Golfo Persico e giunge all’Oceano Indiano, un’area in cui la politica americana, quanto mai ambigua, accresce non poche diffidenze, visto anche il sostanziale fallimento della campagna contro l’Iran.
Da non sottovalutare le tempistiche, dato che i lavori per finalizzare l’Accordo erano in corso già dal dicembre 2023, dunque già prima della rielezione di Trump.
Gli altri giocatori: EAU, Iran, India e Israele
Ed ora il parterre di lusso.
Gli EAU alla notizia della firma dell’Accordo di Difesa Congiunta hanno adottato assenza strategica e distacco, dato che la posizione emiratina rimane geopoliticamente diversa da quella saudita, contraria all’ingresso turco e, non a caso, volta a richiedere la restituzione di crediti concessi a Islamabad, indirizzata a consolidare un’alleanza strategica con l’India.
Gli EAU rimangono dunque fedeli agli Accordi di Abramo ed alla partnership israeliana, e continuano a puntare sull’I2U21 meno vincolante in termini di difese che mutuamente rischiano di trascinare un Paese in guerre altrui. Mentre i sauditi scelgono la via del blocco difensivo ideologico e militare, gli EAU si caratterizzano per pragmatismo e partnership multipolari legate al commercio.
Teheran, secondo il suo divide et impera zizzanioso, ha chiarito che l’intesa, un semplice accordo di carta, non metterà l’Arabia Saudita al sicuro, così come già accaduto con gli americani. Le reazioni iraniane riflettono anche divisioni politiche, con i più radicali che presentano l’accordo come prova del fallimento occidentale, ed i più pragmatici che accendono l’allarme sui costi strategici imposti dall’attuale linea politica.
Per Islamabad i problemi si chiamano Delhi, con cui ha recentemente concluso un intenso conflitto tra Kashmir e Afghanistan. È noto che l’India cerchi di stabilirsi sulla costa africana del Mar Rosso per contrastare la Cina, stanziata a Gibuti, e alleata dell’arcinemico Pakistan in un’area condizionata dall’influenza saudita.
Il trilaterale può dunque essere interpretato anche come una possibile risposta ai trascorsi accordi indo-israeliani.
L’alleanza tripartita ha impresso un’ulteriore accelerazione all’asse Tel Aviv-Delhi, per il quale un Pakistan in un contesto sostenuto dalle risorse finanziarie saudite e dall’industria bellica di Ankara, che sostiene il Kashmir, è veramente troppo; per Israele, il coinvolgimento dell’unica potenza nucleare musulmana nel suo perimetro è foriero di problemi potenzialmente insormontabili.
Al netto dell’IMEC e dello snodo portuale di Haifa su cui appoggiarlo, India e Israele costituiscono al momento il contrappeso multipolare all’accordo tripartito della Mecca, che ambirebbe ad essere la pietra angolare di un nuovo ordine in cui, allontanandosi da Washington, la sicurezza regionale non si annidi più nella centralità israeliana.
La Mecca contro Abramo: quale nuovo ordine?
Realisticamente, ciò non vuol dire che Washington abbia perso il controllo della regione, ma che i suoi partner sono sempre meno disposti a dipendervi.
L’Iran rimane la variabile più importante per il futuro prossimo; Teheran ha già criticato il Trattato, tenuto conto che la sua risposta politico-militare potrebbe determinarne la natura eminentemente difensiva in ambiti che storicamente vedono i firmatari potenzialmente poco coesi.
Se in Iran avvenisse un regime change con un nuovo governo laico e orientato all’Occidente, l’equilibrio regionale potrebbe drasticamente mutare; invece di optare per un blocco israelo-americano, si potrebbe perseguire un ruolo di equilibrio indipendente tra i vari attori.
L’Accordo ancora non può assurgere a manifesto del crollo dell’ordine americano. Si potrebbe dire che il Medio Oriente non stia accedendo ad un nuovo ordine consolidato, ma in un’era più complessa di quadri di sicurezza in competizione tra loro pur nell’impossibilità oggettiva di giungere ad un effettivo equilibrio di potere, laddove debba ridefinirsi la posizione negoziale saudita entro la struttura strategica su cui poggiano gli Accordi di Abramo.
Riyadh non è più (forse) un attore vulnerabile ma un centro politico-finanziario di un autonomo blocco securitario alternativo.
Dubbi: Turchia e Pakistan si impegnerebbero in attacchi contro gli Houthi, affrontando così indirettamente l’Iran? L’allargamento del novero degli aderenti, può non tenere conto dell’aspetto confessionale, come con l’Egitto, in attrito con la Fratellanza Musulmana bene accetta ad Ankara? Quale parallelo potrebbe delinearsi tra gli Accordi di Abramo e l’Accordo di Difesa Congiunta, nascendo questi da premesse opposte?
Il Medio Oriente non sta convergendo verso un unico fronte securitario, ma si sta frammentando in due paradigmi concorrenti, l’Abrahamico, israelo-americano focalizzato su tecnologia, SLOC e condivisione di intelligence, e quello della Mecca, tricipite deterrente militare sunnita fondato sul multi allineamento flessibile fondato su un sistema a due livelli, fortemente difensivo per la compagine tripartita, normalizzatore e funzionale per le intese degli Accordi di Abramo.
1 India, Israele, USA, UAE
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