Non solo Mosca: il Dipartimento di Stato USA finanzia la battaglia delle idee in Europa
Il 13 luglio 2026 il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL) del Dipartimento di Stato ha pubblicato su Grants.gov un avviso di finanziamento dal titolo insolito: “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience, and Rule of Law in Europe”. Numero d’opportunità DFOP0019307, dotazione complessiva di 4.932.500 dollari a valere sui Democracy Funds dell’anno fiscale 2025, due o tre premi compresi tra uno e tre milioni ciascuno, durata da dodici a ventiquattro mesi, avvio previsto il 30 settembre. La finestra per le candidature si è chiusa il 12 agosto.
Letto nella sua nuda struttura amministrativa, è un bando come centinaia di altri che il DRL pubblica ogni anno. Letto nella sezione C, quella che descrive finalità e obiettivi, è un documento di dottrina politica. Ed è per questo che merita attenzione da parte di chi si occupa di sicurezza, e non solo di chi segue le dinamiche partitiche europee.
Il testo parte da una premessa: il partenariato transatlantico sarebbe fondato da secoli su una comune comprensione del diritto naturale, della virtù e della sovranità nazionale. I governi europei, prosegue il bando, si starebbero però allontanando da queste fondamenta attraverso quello che il documento chiama “supranational bureaucratic overreach”, una concentrazione di potere in istituzioni tecnocratiche meno responsabili verso le scelte democratiche. Il riferimento esplicito è all’intervento del Segretario di Stato Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2026.
Da questa premessa discendono le minacce che il bando intende contrastare. Leggi sull’incitamento all’odio definite troppo ampie e vaghe, regolamentazione dei contenuti online, querele strategiche contro la partecipazione pubblica (le cosiddette SLAPP), diffamazione penale e sanzioni regolatorie contro le voci dissenzienti. Il tutto raccolto sotto un’etichetta unica, “lawfare”, definita come la manipolazione dei sistemi legali a fini politici. I regolatori dei media, aggiunge il testo, sarebbero stati trasformati in strumenti per indagare o sanzionare chi pubblica opinioni scomode con il pretesto della lotta alla disinformazione.
Gli obiettivi operativi sono due. Il primo chiede alla società civile di identificare, analizzare e rispondere ai casi di lawfare e di attivismo giudiziario che minano democrazia e sovranità nazionale: formazione per riconoscere le tattiche legali ostili, monitoraggio dei procedimenti giudiziari alla ricerca di schemi di “judicial overreach”, advocacy per riforme. Il secondo chiede di elevare il dibattito su integrazione europea, sovranità nazionale, migrazione e identità occidentale: ricerche sull’impatto della migrazione di massa sulle libertà fondamentali e sulla sicurezza locale, dibattiti sul “globalismo” che confrontino il federalismo americano con il modello di integrazione UE, forum di consenso sulla sovranità, “cultural engagements” per promuovere la storia europea e l’identità occidentale.
Lo strumento, non solo il messaggio
C’è un dettaglio tecnico che vale più di molte analisi politiche. Il bando non è un grant ordinario ma un cooperative agreement, formula che prevede il “substantial involvement” dell’amministrazione americana nell’esecuzione del progetto. Il documento lo descrive con chiarezza: il DRL co-svilupperà i workshop e gli eventi, inclusa la selezione dei partecipanti, degli argomenti di formazione e delle sedi. Il beneficiario dovrà sottoporre all’approvazione del Dipartimento il piano di lavoro annuale, le metodologie di ricerca e sondaggio, i criteri di selezione del personale chiave. Sono previste visite annuali di monitoraggio. Il Dipartimento si riserva inoltre la facoltà di rescindere l’accordo a propria discrezione qualora ritenga che il progetto non serva più l’interesse nazionale.
In altre parole, non si tratta di finanziare la ricerca indipendente di un think tank europeo sulla migrazione. Si tratta di finanziare un programma in cui Washington sceglie chi siede nella sala.
Un secondo elemento di sostanza riguarda la destinazione geografica. I Democracy Funds sono nati per sostenere società civili in regimi autoritari o in democrazie fragili. Il bando prevede esplicitamente “high-income country waivers”, ossia deroghe per operare in paesi ad alto reddito. Il perimetro è quindi quello degli Stati membri dell’Unione europea e della NATO. Lo stesso strumento, la stessa linea di bilancio che per decenni ha guardato a Est e a Sud, oggi viene orientato verso gli alleati.
Il bando contiene anche le clausole trasversali della nuova stagione amministrativa americana: divieto di trasferire fondi a UNRWA, certificazioni sul rispetto delle norme antidiscriminazione con esclusione dei programmi DEI, le disposizioni PHFFA (2 CFR 602, 603 e 604) su aborto, “gender ideology” e “discriminatory equity ideology”, preferenza a parità di punteggio per il candidato con il tasso di costi indiretti più basso. Possono candidarsi ONG statunitensi ed estere, università, perfino società a scopo di lucro. I partiti politici sono esclusi e le attività devono essere formalmente non partigiane, offerte su base equa a tutte le forze democratiche.
Il bando non nasce dal nulla. La National Security Strategy pubblicata nel dicembre 2025 dedicava all’Europa un passaggio che all’epoca fece discutere: il continente affronterebbe una “civilizational erasure” causata dalla migrazione di massa, dal declino dell’identità nazionale, dalle restrizioni alla libertà di parola e da istituzioni sovranazionali che indeboliscono la sovranità degli Stati. Lo stesso documento salutava con favore l’influenza crescente dei “patriotic European parties”. Il discorso di Rubio a Monaco ha tradotto la strategia in linguaggio diplomatico; il 22 giugno a Londra il Deputy Assistant Secretary Samuel Samson ha tenuto un intervento intitolato “The Indispensable Civilizational Alliance”; tre settimane dopo è arrivato il bando. La sequenza è lineare: da documento strategico a strumento di spesa in sette mesi.
La reazione di Berlino
Due giorni dopo la pubblicazione, il cancelliere Friedrich Merz ha risposto in conferenza stampa. La Germania, ha detto, non interferisce nelle elezioni americane e non intende che il governo americano o istituzioni a esso vicine interferiscano in quelle tedesche, ricordando che il finanziamento di partiti dall’estero è illegale nel paese. Il riferimento è alle consultazioni di settembre, nelle quali l’immigrazione sarà il tema dominante e nelle quali l’AfD compete da posizioni di forza.
Il Dipartimento di Stato ha replicato che i programmi in Europa hanno il solo scopo di sostenere i diritti umani e di aiutare gli alleati a difendere la propria “civilizational self-confidence” e sovranità da chi intende minarle. La stampa britannica ha indicato tra i possibili candidati la Free Speech Union e organizzazioni che hanno perso sostegno dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria. Sono ipotesi, non conferme: i vincitori non sono ancora noti e saranno pubblicati su USAspending.gov dopo l’assegnazione.
Va registrato un fatto politico inedito: per la prima volta un cancelliere tedesco ha usato nei confronti di Washington lo stesso lessico, l’interferenza elettorale, che l’Occidente riserva da un decennio a Mosca e Pechino. Lo stesso governo americano che accusa Russia e Cina di manipolare le democrazie altrui apre un canale di finanziamento a soggetti europei su temi elettoralmente sensibili, a due mesi da un voto federale.
Perché riguarda la sicurezza
Chi osserva la guerra cognitiva sul fianco europeo riconosce immediatamente i temi del bando. Migrazione come minaccia alla sicurezza locale, sovranità nazionale contro Bruxelles, “globalismo”, censura occidentale mascherata da lotta alla disinformazione: sono esattamente i frame su cui lavorano da anni gli apparati informativi russi, dall’Africa Corps nel Sahel ai canali che hanno alimentato la crisi di Ceuta. La differenza, e non è piccola, è che qui il frame viene finanziato e co-gestito da un alleato, attraverso una procedura pubblica, con firma del Dipartimento di Stato.
Per l’analista la questione non è ideologica. È se un ecosistema informativo europeo già sottoposto a pressione ostile sia in grado di distinguere le fonti quando i messaggi convergono, e quale effetto abbia sulla coesione della NATO il fatto che i due principali alleati si accusino reciprocamente, uno di censura e l’altro di interferenza.
C’è poi il nodo regolatorio. Il bando definisce la regolamentazione dei contenuti online e l’azione dei regolatori dei media come minacce alla democrazia. Nel contesto europeo questo significa il Digital Services Act, le autorità nazionali di regolazione e, paradossalmente, le norme anti-SLAPP. Il NOFO cita le SLAPP come strumento di repressione; la direttiva europea del 2024 sulle querele temerarie nasce esattamente per proteggere giornalisti e attivisti da quelle stesse querele. Un programma di advocacy finanziato per contrastare il “lawfare” europeo finirà inevitabilmente per misurarsi con l’impianto di tutela che l’Unione ha costruito in risposta alla repressione in Ungheria e Polonia.
Per l’Italia il perimetro è identificabile: AGCOM come coordinatore nazionale del DSA e la magistratura nelle sue funzioni di controllo rientrano potenzialmente nell’Obiettivo 1 del bando. Non risultano candidati italiani, ma l’elenco dei beneficiari, atteso dopo il 30 settembre, sarà il primo dato verificabile.
Le ragioni dell’altra parte
Sarebbe un errore analitico liquidare il bando come pura operazione di parte. Esiste in Europa un dibattito reale sui limiti della regolazione del discorso pubblico, sulle condanne per opinioni espresse online, sull’ampiezza dei poteri affidati alle autorità amministrative in materia di contenuti. Parte della società civile europea, non solo conservatrice, condivide preoccupazioni su questi temi. L’amministrazione americana sostiene di intervenire in difesa di libertà che i governi europei starebbero comprimendo, e il bando vincola formalmente i beneficiari alla neutralità partitica. Chi ne difende la legittimità osserva che il sostegno alla società civile degli alleati non è una novità e che per decenni fondazioni americane di ogni orientamento hanno finanziato organizzazioni europee senza che nessuno gridasse all’ingerenza.
La risposta a questa obiezione sta nel testo stesso: non nei temi, ma nel meccanismo. Un finanziamento a un think tank indipendente è una cosa; un accordo cooperativo in cui l’amministrazione sceglie i partecipanti, approva le metodologie e si riserva di chiudere il rubinetto se il progetto non serve più l’interesse nazionale americano è un’altra. È su questa distinzione che si gioca la differenza tra sostegno alla società civile e strumento di influenza.
Cosa osservare adesso
Tre date. Il 30 settembre, avvio previsto dei progetti e prima finestra utile per conoscere i beneficiari. Le elezioni tedesche di settembre, primo banco di prova della promessa di neutralità. E la prossima Conferenza di Monaco, dove si capirà se la “alleanza di civiltà” è una fase o una dottrina stabile.
Nel frattempo resta il dato strutturale: la democracy promotion americana, nata come strumento della Guerra Fredda contro i regimi autoritari, è stata riconvertita in meno di un anno in uno strumento di pressione sugli alleati. Per chi studia le minacce ibride è un cambio di paradigma che non arriva da Est.
Dalla dottrina al bando
DFOP0019307
Berlino
Unione europea
Da osservare
Obiettivo 1 · Lawfare
La società civile identifica, analizza e risponde a casi di lawfare e attivismo giudiziario ritenuti lesivi di democrazia e sovranità.
- Formazione a riconoscere le “tattiche legali ostili”
- Monitoraggio dei processi alla ricerca di “judicial overreach”
- Advocacy per riforme dei sistemi legali
Obiettivo 2 · Sovranità e identità
La società civile eleva il dibattito su integrazione UE, sovranità nazionale, migrazione e identità occidentale.
- Ricerche sull’impatto della “mass migration” sulla sicurezza locale
- Dibattiti sul “globalismo”: federalismo USA contro integrazione UE
- “Cultural engagements” su storia europea e identità occidentale
Chi può candidarsi
- ONG statunitensi ed estere
- Università pubbliche e private
- Imprese a scopo di lucro
- Non i partiti politici
Nessun cofinanziamento richiesto. Attività formalmente non partitiche, offerte a tutte le forze democratiche, senza influenzare le elezioni.
Clausole trasversali
- Divieto di fondi a UNRWA
- Certificazione anti-DEI
- PHFFA: 2 CFR 602, 603, 604 (aborto, “gender ideology”, “equity ideology”)
- Rescissione discrezionale se il progetto non serve più l’interesse nazionale USA
- A parità di punteggio vince chi ha costi indiretti più bassi (EO 14332)
Non è un grant. È un cooperative agreement, formula che prevede il “substantial involvement” del Dipartimento di Stato. Il registro riporta chi decide su ciascun elemento del progetto, secondo il testo del bando.
84%
L’indicatore è una lettura analitica dell’autore, non un dato del bando: stima la quota di snodi decisionali in cui il Dipartimento di Stato detiene la parola finale. Il punto politico non è il tema finanziato, ma il meccanismo: Washington non sostiene una ricerca indipendente, partecipa alla costruzione dell’agenda e della rete di soggetti coinvolti.
Tocca gli eventi della cronologia per i dettagli
Approfondimenti
- Scheda ufficiale del bando su Grants.gov
- Testo integrale del NOFO DFOP0019307
- National Security Strategy degli Stati Uniti, 2025
- Intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco
- Intervento di Samuel D. Samson, “The Indispensable Civilizational Alliance”
- Dichiarazione di Friedrich Merz sulle interferenze elettorali
- Ricostruzione della reazione tedesca e delle ipotesi sui beneficiari
- Coordinatori nazionali del Digital Services Act
- Direttiva europea anti-SLAPP
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