Volenterosi, ma non troppo: l’Italia e l’arte del cerchiobottismo
Per quasi quattro anni abbiamo ascoltato dichiarazioni solenni. L’Ucraina difende anche la nostra libertà. La sicurezza di Kiev riguarda quella dell’Europa. La Russia non può essere premiata per l’aggressione. L’Italia resterà al fianco dell’Ucraina «finché sarà necessario».
Non erano formule di circostanza. Il 21 marzo 2023, al Senato, Giorgia Meloni assicurava sostegno «in ogni ambito: politico, umanitario, civile, militare e finché sarà necessario», aggiungendo che il Governo avrebbe continuato senza badare all’impatto sul consenso.
Nell’aprile 2024, alla Camera, il Governo rivendicava ancora con orgoglio un’Italia «in prima linea al fianco di Kiev», ricordando gli otto pacchetti di sostegno militare e l’accordo bilaterale sugli impegni di sicurezza e assistenza a lungo termine.
Poi arriva il momento in cui le parole devono produrre un segnale visibile, allo scoperto…
Volenterosi, purché non troppo
Il 24 agosto la Coalizione dei Volenterosi ha ribadito la preparazione della Forza multinazionale per l’Ucraina, destinata a poter essere schierata soltanto dopo una «credibile cessazione delle ostilità», nell’ambito delle future garanzie di sicurezza.
Emmanuel Macron ha annunciato per ottobre e novembre esercitazioni su vasta scala per dimostrarne la prontezza operativa e la capacità di agire una volta cessati i combattimenti.
Roma, però, ha fatto sapere che non parteciperà. Fonti di Governo hanno ricondotto la scelta alla linea già più volte espressa da Meloni: nessun soldato italiano in Ucraina.
La posizione è coerente con quella linea. Ma proprio per questo rende evidente la contraddizione politica maturata dopo anni di dichiarazioni.
Un’esercitazione non è infatti un dispiegamento in Ucraina. Addestrarsi con gli alleati non equivale a mandare oggi un contingente a Kiev, né obbliga automaticamente l’Italia a farlo domani. Significa preparare e rendere credibile un’opzione militare che dovrebbe funzionare, semmai, dopo la cessazione delle ostilità.
Una forza multinazionale pensata per garantire un eventuale cessate il fuoco dovrebbe servire innanzitutto a non combattere: rendere troppo costosa per Mosca una nuova aggressione. È la logica della deterrenza. E la deterrenza vive di capacità, ma soprattutto di credibilità.
Le esercitazioni servono precisamente a trasformare una dichiarazione politica in qualcosa di osservabile, con comandi che funzionano, reparti che sanno operare insieme, logistica verificata, procedure comuni. Il messaggio non è rivolto soltanto a Kiev. È rivolto soprattutto a Mosca.
Per questo l’assenza italiana non è neutrale. È legittima, ma comunica che Roma non intende contribuire alla componente più impegnativa delle garanzie militari che una parte della Coalizione sta costruendo.
Esserci al vertice, non nell’esercitazione
L’Italia, va chiarito, non è stata esclusa dai Volenterosi. Meloni ha partecipato (in videocollegamento) alla riunione del 24 agosto, ribadendo il sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina. Roma continuerà inoltre a fornire assistenza militare, energetica e umanitaria.
Ed è proprio qui che emerge il solito cerchiobottismo. Siamo nella Coalizione, ma non nell’esercitazione. Sosteniamo Kiev, ma escludiamo in partenza lo strumento militare che Francia, Regno Unito e altri partner vogliono predisporre per il dopo-guerra. Rivendichiamo anni di presenza «in prima linea», ma quando quella linea comincia ad assumere una forma operativa tracciamo una nuova linea rossa nazionale.
È una scelta che può anche essere condivisa. Ma va chiamata con il suo nome. Se l’Italia ritiene sbagliato schierare forze occidentali in Ucraina anche dopo un accordo, dovrebbe sostenerlo apertamente. Se ritiene che le garanzie debbano poggiare soltanto sull’esercito ucraino, sulla diplomazia, sulle sanzioni o su altri strumenti, è una posizione politica perfettamente legittima.
Molto meno convincente è continuare a presentarsi come protagonisti della costruzione della sicurezza ucraina e, contemporaneamente, sottrarsi alla preparazione della sua componente militarmente più visibile.
I generatori non fanno deterrenza
Generatori, assistenza agli ospedali, difesa antiaerea e sostegno alla rete energetica sono aiuti utili e necessari. Ma svolgono una funzione diversa da una garanzia di sicurezza.
Un generatore mantiene acceso un ospedale dopo un bombardamento. Una deterrenza credibile dovrebbe contribuire a evitare che quel bombardamento si ripeta.
Per anni la politica italiana ha spiegato ai cittadini che dall’esito della guerra dipende anche la sicurezza dell’Europa. Se quelle parole erano vere, prima o poi avrebbero dovuto produrre conseguenze. Non necessariamente soldati italiani in Ucraina. Ma almeno una scelta netta: partecipare alla costruzione dello strumento oppure dichiarare che quello strumento non ci appartiene.
Rispondere semplicemente «non partecipiamo», restando però politicamente tra i Volenterosi, manda invece l’immagine di un Paese che vuole essere presente nelle fotografie dei vertici e opzionale quando cominciano le prove generali.
Volenterosi, sì. Purché non ci venga chiesto di dimostrarlo.
L’articolo Volenterosi, ma non troppo: l’Italia e l’arte del cerchiobottismo proviene da Difesa Online.
Per quasi quattro anni abbiamo ascoltato dichiarazioni solenni. L’Ucraina difende anche la nostra libertà. La sicurezza di Kiev riguarda quella…
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