Lynx XM30, il dopo-Bradley che può diventare l’IFV occidentale dei prossimi trent’anni
La corsa per sostituire l’M2 Bradley è entrata nella fase decisiva. American Rheinmetall ha consegnato all’U.S. Army il primo degli otto prototipi Lynx XM30 previsti dal contratto di sviluppo, portando uno dei più importanti programmi terrestri americani degli ultimi decenni fuori dai rendering e dalle simulazioni e dentro il terreno di prova.
Il primo mezzo entra ora nelle valutazioni governative. Gli altri sette saranno consegnati nel corso dell’anno e impiegati anche nell’addestramento operativo. L’obiettivo dell’Esercito statunitense è far procedere in parallelo prove tecniche e sperimentazione dei reparti, secondo la filosofia della Transformation in Contact 2.0: mettere rapidamente le nuove tecnologie nelle mani dei soldati e correggere il sistema mentre è ancora in sviluppo.
Il Lynx, però, non ha ancora vinto. A sfidarlo resta General Dynamics Land Systems e la selezione finale arriverà soltanto dopo una lunga campagna di test. Rheinmetall deve ancora conquistare il mercato terrestre più importante dell’Occidente.
Se dovesse riuscirci, il programma cambierebbe categoria: una famiglia corazzata con basi industriali e utilizzatori in diversi Paesi NATO, potenzialmente sostenuta da migliaia di mezzi e decenni di aggiornamenti. Parlare di possibile “IFV di riferimento” occidentale per i prossimi trent’anni diventerebbe allora una prospettiva concreta.
Dopo quarantacinque anni di Bradley
Il Bradley entrò in servizio nel 1981. Da allora è stato aggiornato più volte, ha combattuto in Iraq e oggi opera anche in Ucraina. La sua longevità dimostra la bontà del progetto, ma anche il problema che l’XM30 deve risolvere.
L’M2 nasce in un’epoca nella quale droni FPV, sistemi di protezione attiva, reti digitali, sensori distribuiti e guerra elettronica non facevano parte del campo di battaglia. Negli anni sono stati aggiunti corazze ed elettronica, ma ogni piattaforma ha limiti fisici in termini di peso, volume, potenza elettrica, raffreddamento e spazio interno.

L’U.S. Army considera ormai il Bradley prossimo ai limiti della sua capacità di crescita. Non è la prima volta che Washington tenta di sostituirlo. Future Combat Systems, Ground Combat Vehicle e precedenti versioni dell’Optionally Manned Fighting Vehicle sono stati cancellati o profondamente ripensati. L’XM30 nasce anche dall’esperienza di quei fallimenti ma con in più maggiore digitalizzazione, sviluppo incrementale e coinvolgimento diretto dei soldati.
Nel giugno 2023 la gara fu ridotta a General Dynamics Land Systems e American Rheinmetall Vehicles, cui vennero assegnate progettazione dettagliata, costruzione dei prototipi e prove. Per il Team Lynx il contratto vale circa 764 milioni di dollari.
Non un Bradley più grosso
Il salto più evidente è l’armamento. Il programma prevede il cannone automatico XM913 Bushmaster da 50×228 mm, contro il 25 mm M242 del Bradley. Il calibro maggiore offre più energia sul bersaglio e la possibilità di impiegare munizioni programmabili.
Ma il cannone è quasi la parte più tradizionale del progetto.

L’XM30 nasce con torretta non abitata, architettura digitale, sensori a 360 gradi, elevata capacità di elaborazione e predisposizione per missili, droni e munizioni circuitanti. Soprattutto, dovrà avere un’architettura aperta che consenta di integrare nuove tecnologie senza riprogettare ogni volta l’intero veicolo.
Anche l’equipaggio cambia. La configurazione studiata dall’U.S. Army punta a due uomini invece dei tre tradizionali, con un comparto posteriore per la squadra di fanteria. Ridurre l’equipaggio libera volume e peso, ma aumenta il ruolo dell’automazione: comandante e pilota devono poter gestire funzioni che in passato richiedevano un terzo uomo.
La vera scommessa è trasformare l’IFV da veicolo corazzato dotato di elettronica a sistema di combattimento digitale su cingoli.
Il Lynx americano non è un semplice KF41
Il prototipo consegnato da American Rheinmetall deriva dalla famiglia Lynx KF41, ma integra componenti, architetture e partner americani. Il Team Lynx comprende Textron Systems, Raytheon, L3Harris Technologies, Allison Transmission e Anduril Industries, oltre a una rete crescente di fornitori nazionali.
La produzione è già stata assegnata e distribuita negli Stati Uniti. La torre viene lavorata a Plymouth, in Michigan, mentre l’integrazione di scafo e telaio avviene a Slidell, in Louisiana. Il contenuto industriale nazionale conta molto in una gara nella quale Washington insiste sulla resilienza della Defense Industrial Base.

Particolarmente significativa è la propulsione ibrida-elettrica. La trasmissione Allison eGen Force deve garantire non soltanto mobilità, ma una riserva di energia superiore a quella dei veicoli tradizionali.
Un blindato moderno consuma elettricità come mai in passato. Radar, jammer, protezioni attive, computer, sensori e sistemi counter-UAS trasformano la capacità di generare corrente in un parametro operativo. L’ibrido può inoltre ridurre consumi e firme. Sul campo di battaglia non è ecologia, è sopravvivenza.
Il vero requisito è poter cambiare
L’U.S. Army vuole evitare di trovarsi, tra venti o trent’anni, nella stessa situazione del Bradley: un mezzo ancora valido ma limitato da un’architettura nata per un altro mondo.
Per questo l’XM30 viene concepito attorno a una Modular Open Systems Architecture, una struttura hardware e software aperta che dovrebbe permettere di sostituire sensori, computer, sistemi di protezione, armi ed elettronica senza interventi radicali.

Nei documenti di bilancio l’Esercito insiste su questo concetto: l’XM30 deve essere una piattaforma “software-defined”, capace di evolvere rapidamente invece di restare congelata per decenni nella configurazione iniziale.
È qui che la prospettiva dei “prossimi trent’anni” acquista senso. Il vero valore del vincitore non sarà soltanto ciò che saprà fare nel 2027, ma quanto facilmente potrà trasformarsi nel 2037 o nel 2047. Droni autonomi, nuovi sistemi anticarro, guerra elettronica e nuovi sensori imporranno aggiornamenti continui.
Da progetto tedesco a famiglia internazionale
Il Lynx parte con un vantaggio che nessun prototipo può ottenere soltanto nei poligoni: esiste già come programma internazionale.
L’Ungheria è stata il primo cliente NATO e ha ordinato oltre 200 veicoli, realizzando a Zalaegerszeg un impianto dedicato alla produzione nazionale.
L’Italia rappresenta una prospettiva ancora più ampia. Nel gennaio 2026 Leonardo Rheinmetall Military Vehicles ha consegnato all’Esercito i primi KF41. Il primo contratto riguarda 21 mezzi, ma il programma A2CS punta a una famiglia di circa 1.050 veicoli corazzati fino al 2040. Non saranno 1.050 IFV identici, ma la scelta italiana può creare una delle maggiori basi industriali europee legate al Lynx.

A maggio 2026 si è aggiunta la Romania, con un accordo quadro da oltre 3,3 miliardi di euro per 298 veicoli della famiglia e derivati.
Poi c’è l’Ucraina. Kiev ha ordinato un primo lotto di cinque KF41 finanziati dalla Germania, con prospettive di ulteriori acquisizioni e produzione locale. Cinque mezzi non cambiano l’ordine di battaglia ucraino, ma l’eventuale impiego operativo avrebbe un valore tecnico enorme perché nessun poligono replica completamente un campo di battaglia saturo di droni, mine, artiglieria, guerra elettronica e missili anticarro.
Il Lynx non è però imbattibile. In Australia perse la gara LAND 400 Phase 3 contro l’AS21 Redback di Hanwha, poi scelto in 129 esemplari. È un precedente utile: una piattaforma avanzata può comunque essere battuta quando entrano in gioco requisiti, costi e valutazioni diverse.
Se arrivasse anche l’America
Una vittoria nell’XM30 cambierebbe la scala del programma.
L’U.S. Army dispone ancora di migliaia di Bradley e il loro ricambio potrebbe generare uno dei maggiori programmi mondiali di veicoli corazzati delle prossime decadi. Se il vincitore fosse il Lynx, la famiglia avrebbe contemporaneamente una presenza industriale negli Stati Uniti e una base crescente in Europa.
Ungheria, Italia, Romania e forse Ucraina non impiegherebbero mezzi identici all’XM30, ma condividerebbero una genealogia tecnica e un ecosistema di fornitori. È questa massa critica che può trasformare un corazzato in uno standard.

Più mezzi significano più ricambi, addestramento, investimenti negli aggiornamenti e costi delle nuove tecnologie distribuiti su flotte numerose. Significa anche ridurre il rischio di ritrovarsi con un sistema eccellente ma troppo costoso da evolvere.
In questo senso il Lynx potrebbe seguire una strada già vista con altre grandi famiglie occidentali: non diventare “il migliore” per decreto, ma il riferimento perché abbastanza Paesi, industrie e forze armate hanno interesse a mantenerlo aggiornato.
La prova più difficile comincia ora
L’Ucraina ha dimostrato che nessun grande veicolo corazzato può più considerarsi protetto soltanto perché dispone di una buona corazza frontale. Droni FPV, mine, artiglieria di precisione, missili anticarro e sorveglianza persistente hanno moltiplicato gli assi di minaccia.
Il futuro IFV dovrà quindi combinare protezione passiva, sistemi attivi, guerra elettronica, difesa dall’alto, riduzione delle firme, cooperazione con i droni e rapidità di aggiornamento.
È qui che il Lynx XM30 dovrà dimostrare se la propria architettura è realmente aperta o soltanto moderna sulla carta.
La consegna del primo prototipo rappresenta dunque molto più di una tappa industriale. Rheinmetall ha già trasformato il Lynx da progetto promettente a famiglia internazionale. Vincere negli Stati Uniti significherebbe però entrare in un’altra dimensione.
A quel punto il Lynx potrebbe davvero candidarsi a essere uno degli IFV occidentali di riferimento dei prossimi trent’anni. Non perché il mezzo del 2026 debba rimanere invariato fino al 2056, ma per il motivo opposto: perché, se il progetto manterrà le promesse, il Lynx del 2056 potrebbe avere ben poco in comune con quello che oggi entra nei poligoni americani, pur continuando a essere lo stesso sistema.
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