Pax Silica: cosa ha davvero firmato l’Italia con gli Stati Uniti (e cosa non ha chiesto in cambio)
Il 31 luglio, a Brindisi, l’ambasciatore Armando Varricchio ha firmato con Tilman Fertitta l’adesione dell’Italia alla Pax Silica. A duecento metri dalla sala, il mega yacht dell’ambasciatore americano attirava più curiosi della cerimonia. La potenza arriva dal mare, firma in un porto, riparte. Roma resta a terra con un documento e nessun piano per usarlo.
Per capire cosa abbiamo firmato bisogna partire da un documento di un anno prima: l’America’s AI Action Plan, presentato dalla Casa Bianca il 23 luglio 2025. Non è un libro dei sogni. È un manuale operativo: oltre novanta azioni, ciascuna con un’agenzia federale responsabile e una scadenza, accompagnate lo stesso giorno da tre ordini esecutivi. Tre pilastri: togliere regole all’industria, costruire l’infrastruttura fisica (energia, fabbriche di chip, data center) e guidare la diplomazia internazionale dell’intelligenza artificiale, in poche parole come imporre al mondo i modelli AI statunitensi.
È il terzo pilastro che riguarda noi. L’obiettivo dichiarato è esportare agli alleati l’intero “stack” americano, cioè tutti gli strati della tecnologia: i processori, i modelli di IA, i servizi cloud che li fanno funzionare e gli standard tecnici che stabiliscono come devono essere costruiti. Non un prodotto, un ecosistema completo da adottare in blocco.
La ragione è economica prima che strategica. Le aziende americane hanno annunciato investimenti in chip e data center per centinaia di miliardi di dollari. I cinque grandi hyperscaler (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft, Oracle) spendono in conto capitale una cifra senza precedenti: Morgan Stanley stima circa 805 miliardi di dollari nel 2026, contro 261 miliardi nel 2024, con proiezioni di 1.100 miliardi per il 2027. Alphabet da sola ha alzato due volte la guidance: ora tra 195 e 205 miliardi per il 2026, più del doppio del 2025. Gli hyperscaler spendono oggi in capex tra il 31% e l’83% dei ricavi, contro il 10-15% del 2020.
È qui che il dibattito è cambiato nel 2026. Fino al 2025 la tesi rassicurante era che il boom fosse autofinanziato dai profitti. Non è più così. Il free cash flow combinato delle Magnificent 7 è sceso al livello più basso da inizio 2024, al 7,9% dei ricavi trimestrali. Alphabet a giugno ha raccolto circa 80 miliardi con un’emissione azionaria, salita a quasi 85 per la domanda, con Berkshire Hathaway tra i sottoscrittori; il suo debito a lungo termine, un anno fa attorno ai 16 miliardi, ha sfiorato i 100. Meta, Amazon, Microsoft e Oracle hanno emesso insieme circa 194 miliardi di debito nel 2026 fino a inizio luglio, contro i 108 dello stesso periodo del 2025. Morgan Stanley e JP Morgan stimano 1.500 miliardi di nuovo debito per il settore tecnologico nel 2025-2027.
Un’azienda che emette azioni per pagare i server sta dicendo che i suoi profitti non coprono la scommessa.
Moody’s ha calcolato a inizio 2026 circa 662 miliardi di impegni di leasing su data center firmati ma non ancora avviati, fuori bilancio per effetto delle regole contabili: una cifra superiore al debito in bilancio delle stesse aziende. A questo si aggiunge il tema della deprezzamento: gli hyperscaler ammortizzano l’hardware IA in 5-6 anni mentre la vita economica reale può essere di 2-3, il che secondo Michael Burry e altri sottostima la svalutazione di circa 176 miliardi nel 2026-2028, gonfiando gli utili dichiarati.
Tutti finanziano tutti
È l’argomento più forte di chi parla di bolla. Il meccanismo: Nvidia prende quote in un laboratorio di IA, il laboratorio usa quei soldi più gli accordi di calcolo con Oracle, AMD, CoreWeave e Broadcom per comprare GPU, per lo più da Nvidia; i ricavi di Nvidia salgono, il titolo sale, e con i proventi Nvidia entra in altre aziende che compreranno altre GPU. Lo stesso circuito passa dagli hyperscaler: Microsoft possiede il 27% di OpenAI e OpenAI ha appena impegnato 250 miliardi su Azure; Amazon ha messo oltre 83 miliardi in Anthropic e OpenAI, che hanno impegnato oltre 238 miliardi su AWS. Gli impegni nominali di OpenAI verso i fornitori, sommati, superano secondo alcuni conteggi i 1.100 miliardi. Nvidia sta negoziando una garanzia fino a 250 miliardi perché OpenAI possa affittare un campus da 10 gigawatt in Ohio, coprendo il debito di costruzione e di leasing, di fatto permettendo a OpenAI di indebitarsi sul rating di Nvidia anziché sul proprio. Il 10 agosto Nvidia ha annunciato piattaforme di finanziamento con Apollo, BlackRock, Blackstone, Brookfield, Goldman Sachs e KKR: veicoli di debito garantiti da chip Nvidia che affittano calcolo ai clienti di Nvidia. Il paragone storico che circola tra gli analisti è preciso: le dinamiche di vendor financing di Lucent e Nortel nel 1999-2001, quando i fornitori di rete finanziavano i clienti che compravano le loro apparecchiature, e il crollo di uno trascinò tutti.
Oracle ha chiuso l’anno fiscale 2026 con un free cash flow negativo per 23,7 miliardi dopo aver aumentato i capex del 162% fino a 55,7 miliardi, e prevede di raccogliere altri 40 miliardi tra debito ed equity nel 2027. Il suo portafoglio ordini da 638 miliardi è concentrato: secondo il Wall Street Journal circa 300 miliardi dipendono dall’accordo con OpenAI, che continua a bruciare capitale. A luglio titoli e obbligazioni sono crollati e sono cresciuti i timori di default. Un’azienda che vale come infrastruttura critica dell’IA americana dipende da un cliente che non è profittevole. La domanda è reale. Nel secondo trimestre 2026 Google Cloud è cresciuta dell’82%, AWS del 37%, Azure del 43%; Nvidia ha fatturato 81,6 miliardi in un trimestre, +85% annuo. I difensori dicono che in un mercato dove i chip avanzati scarseggiano le aziende non si limitano a ordinare ma bloccano la fornitura abbinando impegni d’acquisto a finanziamenti. La distinzione utile è quella tra tecnologia e finanza: la tecnologia funziona e produce ricavi, la struttura finanziaria che la sostiene assomiglia a quella del 1999. Le due cose possono essere entrambe vere, e lo erano anche allora: internet era reale e le telecom fallirono comunque.
Tre considerazioni
Cifre del genere non si ripagano vendendo solo negli Stati Uniti:
Prima: un ecosistema che spende 800 miliardi l’anno con cassa negativa ha bisogno che gli alleati comprino, e comprino a lungo termine, con contratti che non possano disdire; la lettera del 14 agosto va letta anche così.
Seconda: se la bolla si sgonfia, chi ha legato la propria infrastruttura a un unico fornitore eredita i costi di un sistema in crisi, con contratti take-or-pay e capacità che nessuno vuole.
Terza, in controluce: una correzione renderebbe il calcolo molto più economico e liberebbe capacità inutilizzata. Un Paese con una strategia potrebbe approfittarne. Un Paese che ha firmato l’esclusiva no.
Servono Paesi che comprino, e che continuino a comprare. Il dominio tecnologico è anche un piano industriale che ha bisogno di clienti vincolati.
Due passaggi del testo dicono come Washington intende ottenerli. Il primo attacca i “regolamenti onerosi” e i “codici di condotta vaghi” promossi negli organismi internazionali. Nessun nome, ma l’unico grande blocco che ha scritto una legge organica sull’IA è l’Unione europea con l’AI Act: il bersaglio è quello. Il secondo è più tecnico e più grave. Il piano ordina di riscrivere il framework del NIST, l’istituto federale che definisce come misurare i rischi dell’IA, eliminando ogni riferimento alla disinformazione. In pratica, un sistema che produce contenuti falsi su scala industriale non conta più come rischio.
Nello stesso momento l’Europa considera la manipolazione dell’informazione la principale minaccia ibrida contro le sue democrazie. Non è una sfumatura burocratica: è una divergenza su cosa sia un pericolo, tra due alleati che firmano lo stesso patto.
La Pax Silica è il braccio diplomatico di quel piano. Venticinque firmatari, dal Kazakistan al Qatar alla Germania: non un’alleanza di democrazie ma una mappa dei nodi della filiera, chi ha le miniere, chi le fonderie, chi il capitale. Il ruolo dell’Italia è scritto nel comunicato americano: manifattura avanzata per minerali critici e semiconduttori. Subfornitura di qualità. I Paesi Bassi, che con ASML detengono l’asset più prezioso della filiera occidentale, hanno scelto la formula di “partner non firmatario”. Roma non ha chiesto nemmeno quel margine.
La cronaca aggiunge il resto. La firma doveva avvenire a Miami a giugno. Poi Trump ha attaccato Meloni, la Farnesina ha parlato di parole “gravi e offensive”, Tajani ha annullato la missione e il forum è saltato. Trump ha rincarato: l’Italia “si è comportata molto male”, gli alleati non hanno aiutato sull’Iran, gli Stati Uniti potrebbero lasciare la NATO. Cinque settimane dopo, Brindisi: stesso testo, stesso ambasciatore, nessuna contropartita.
Le contraddizioni sono arrivate in agosto. Il 14, Reuters ha rivelato una bozza di lettera del Dipartimento di Stato ai 35 partner: l’adesione alla Pax Silica non può convivere con “iniziative duplicative”, cioè la WAICO lanciata da Xi il 16 luglio. Non vieta i prodotti cinesi, vieta l’altro tavolo. Ma la direzione è chiara, e per un Paese senza una NVIDIA o una OpenAI il costo è preciso: i modelli cinesi a pesi aperti, da DeepSeek a Kimi K3, scaricabili e modificabili, sono l’unico modo di costruire qualcosa di proprio invece di comprare token da un fornitore che decide prezzi e disponibilità.
Il 26 agosto, sempre Reuters: Moonshot negozia con Microsoft, Amazon e Google per ospitare Kimi K3 sui loro cloud, mentre il Tesoro minaccia di metterla in blacklist. Google Cloud elenca già DeepSeek, Qwen e GLM nel catalogo; Cursor ha costruito il proprio modello su Kimi K2.5; su OpenRouter i modelli cinesi hanno toccato quasi il 30% dei token elaborati. La regola è semplice: le aziende americane usano la tecnologia cinese quando conviene, agli alleati devono scegliere da che parte stare, senza deroghe. Il doppio gioco non è vietato, è riservato a chi guida.
L’Europa, intanto, ha ceduto sul calendario: il Digital Omnibus, in vigore dal 27 luglio, ha rinviato l’alto rischio dell’AI Act al 2027 e 2028, sei giorni prima della scadenza originaria.
E l’Italia? Partecipa a tutti i programmi europei sull’infrastruttura e a nessuno sulla sovranità industriale. IT4LIA, l’AI Factory di Bologna da oltre 420 milioni, è presentata come infrastruttura sovrana ma gira su NVIDIA e Dell. Il Polo Strategico Nazionale protegge i dati di Difesa e Carabinieri con chiavi italiane sopra i servizi di Amazon, Google, Microsoft e Oracle: risolto il problema giuridico, non quello industriale.
Nella prima gara europea per il cloud sovrano, 180 milioni, non c’era nessun consorzio italiano, mentre il governo estende la tassa sulla copia privata proprio ai cloud nazionali. La candidatura alla Gigafactory europea, con Leonardo ed Eni, non ha sito né capitali pubblici in alcun documento, e la scadenza è il 12 novembre.
Il Chips Act 2.0 è in Parlamento senza un relatore italiano. I decreti attuativi della legge 132/2025 sono fermi all’esame preliminare con delega in scadenza il 10 ottobre. E nessun documento pubblico dice quale quota dei sistemi di comando e intelligence delle Forze Armate poggi su stack americano.
Il paragone con il gas russo va fatto per intero: una fonte economica si è rivelata un’arma, e l’Europa è diventata cliente obbligato del GNL americano. La lezione non è che la dipendenza da Mosca fosse buona, ma che ogni fornitore unico è una vulnerabilità che verrà usata. Il gas almeno si stocca. I modelli e i cloud si spengono da remoto, o peggio.
L’Italia ha scelto il lato giusto dell’Atlantico, e non c’era alternativa. Ma tra scegliere un’alleanza e avere una strategia dentro l’alleanza passa la differenza tra un posto al tavolo e un posto nella catena di fornitura.
Chi controlla i chip, i modelli e i dati che governeranno anche la nostra difesa?
E cosa siamo disposti a decidere oggi per non doverlo chiedere domani a chi arriva in porto con uno yacht?
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