L’U.S. Army porta il laser in produzione: 464,8 milioni per il LOCUST X3 contro i droni
La notizia è del 2 settembre 2026: l’U.S. Army ha assegnato ad AeroVironment un accordo da 464,8 milioni di dollari per la produzione dell’Enduring High Energy Laser (E-HEL), basato sul LOCUST X3 da 30 kW. Per l’Esercito statunitense si tratta del primo contratto di produzione di un’arma laser ad alta energia.
Il comunicato ufficiale dell’U.S. Army è preciso. AeroVironment, con attività produttive ad Albuquerque, nel New Mexico, riceve un Other Transaction Agreement (OTA) per la produzione E-HEL. L’Esercito non pubblica né il numero esatto di sistemi né un prezzo unitario. È la società a specificare che l’accordo vale 464,8 milioni di dollari e prevede la consegna di “decine” di LOCUST X3 nei prossimi anni, insieme a supporto e addestramento. Dividere il valore del contratto per un numero ipotetico di laser porterebbe quindi a un costo unitario artificiale.
La formula contrattuale merita una precisazione. Un Other Transaction Agreement non equivale formalmente a un tradizionale contratto di acquisizione regolato integralmente dalla Federal Acquisition Regulation né implica, da solo, l’ingresso in una classica fase di Full-Rate Production. L’U.S. Army, tuttavia, definisce esplicitamente l’accordo un “production contract” e descrive il programma come il passaggio dell’E-HEL dalla prototipazione alla produzione. È quindi corretto parlare di produzione, purché non la si confonda automaticamente con una Full-Rate Production nel significato acquisitivo più stretto.
Il LOCUST X3 è un sistema laser da 30 kW progettato per la difesa contro velivoli senza pilota dei gruppi 1-3. AeroVironment lo definisce “platform agnostic”, non nasce cioè legato a un solo veicolo. La società indica tra le integrazioni previste il Joint Light Tactical Vehicle (JLTV), configurazioni palletizzate e, in prospettiva, la possibile installazione sull’Infantry Squad Vehicle (ISV).
L’U.S. Army conferma un’impostazione ancora più ampia: l’E-HEL utilizza una Modular Open Systems Approach (MOSA), con undici interfacce principali, ed è concepito per operare da basi fisse, siti tattici semipermanenti e veicoli da combattimento mobili. Washington sta cercando un’architettura aggiornabile e integrabile, non un dimostratore chiuso.
La vera svolta è quindi industriale e dottrinale. Per anni le armi a energia diretta statunitensi sono rimaste soprattutto programmi di ricerca, dimostratori o prototipi operativi. Nel bilancio dell’U.S. Army per il FY2026 (l’anno fiscale statunitense 2026 va dal 1° ottobre 2025 al 30 settembre 2026), il finanziamento per la componente C-SUAS Directed Energy prevedeva la produzione di “fino a due” sistemi Enduring High Energy Laser sulla base dei risultati della campagna di test integrata. Ancora nella documentazione di bilancio FY2027 l’E-HEL viene descritto come uno sforzo di prototipazione condotto attraverso più accordi OTA e con architettura aperta. Il contratto annunciato il 2 settembre 2026 è dunque il punto nel quale la selezione si traduce in una produzione pluriennale su una scala che l’azienda quantifica in decine di sistemi.
Sarebbe sbagliato confondere E-HEL con l’Indirect Fire Protection Capability-High Energy Laser (IFPC-HEL). Quest’ultimo è il programma da circa 300 kW, sviluppato per minacce più impegnative e ancora in fase di sviluppo e prototipazione. Il Government Accountability Office statunitense lo descrive come un laser di classe 300 kW destinato alla difesa da una varietà di minacce aeree e di artiglieria. L’E-HEL oggi scelto per la produzione è invece il LOCUST X3 da 30 kW. Sono due livelli diversi della stessa corsa tecnologica: uno punta a mettere rapidamente in campo una capacità counter-UAS matura e producibile; l’altro cerca di estendere l’energia diretta verso bersagli più duri e missioni più complesse. Trasformare i 30 kW dell’E-HEL in 300 kW significa moltiplicare per dieci la potenza reale del sistema selezionato.
Il programma non nasce però nel vuoto. AeroVironment afferma che E-HEL capitalizza l’esperienza dei prototipi Army Multi-Purpose High Energy Laser (AMP-HEL), già utilizzati dall’Esercito. E pochi giorni prima dell’annuncio del contratto si è verificato un episodio significativo. Nelle notti del 25 e 26 agosto 2026, personale della Joint Task Force–Southern Border ha impiegato un sistema AMP-HEL contro tre droni giudicati ostili e collegati ad attività dei cartelli lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. U.S. Northern Command ha definito l’episodio il primo impiego dell’AMP-HEL per abbattere droni legati ai cartelli in quella missione. Le fonti ufficiali non hanno però reso pubblici modello esatto del sistema, distanza d’ingaggio, tipo di drone o parametri del tiro: elementi che sarebbe scorretto dedurre.
Il fascino operativo del laser è evidente soprattutto nel rapporto fra costo dell’attacco e costo della difesa. Un drone relativamente economico può costringere una batteria antiaerea tradizionale a utilizzare un missile che vale centinaia di migliaia o milioni di dollari. Il laser rovescia in parte questa equazione, l’energia elettrica necessaria a un singolo ingaggio costa pochissimo rispetto a un intercettore cinetico. Nei documenti societari depositati alla Securities and Exchange Commission, AeroVironment indica per LOCUST un costo inferiore a 10 dollari per “shot”. È però una cifra da leggere correttamente: rappresenta il costo marginale dell’ingaggio dichiarato dal costruttore, non il costo complessivo del sistema, del personale, dei sensori, della generazione elettrica, della manutenzione e della logistica.
Anche la formula del “magazine illimitato” va maneggiata con cautela. L’U.S. Army parla più precisamente di un caricatore che si rigenera con l’alimentazione del sistema. Finché vi sono energia disponibile, capacità di raffreddamento e condizioni di funzionamento compatibili, non serve ricaricare missili o proiettili dopo ogni serie di ingaggi. È un vantaggio enorme contro attacchi ripetuti e sciami di piccoli droni, ma non significa poter sparare indefinitamente. Il GAO ricorda che i laser ad alta energia perdono efficacia con la distanza e possono essere penalizzati da nebbia, pioggia, particelle in sospensione, turbolenza atmosferica e requisiti di raffreddamento. Inoltre devono mantenere il fascio sul bersaglio per il tempo necessario a produrre un danno sufficiente. Potenza elettrica, gestione termica, linea di vista e qualità dell’atmosfera restano quindi parte dell’equazione tattica.
Per questo il laser non sostituisce il missile. Lo stesso U.S. Army inquadra E-HEL dentro una difesa stratificata composta da sensori ed effettori differenti. Contro piccoli UAS, soprattutto quando il volume degli attacchi rende economicamente insostenibile l’uso sistematico di intercettori tradizionali, il laser può diventare lo strato a basso costo e a grande profondità di munizionamento. Contro bersagli più veloci, più robusti, in cattive condizioni meteorologiche o fuori dalla linea di vista, servono ancora cannoni, missili, guerra elettronica e altri sistemi counter-UAS. La novità non è l’apparizione di un’arma miracolosa, ma l’ingresso di un nuovo effettore nella catena di difesa. Lo stesso Pentagono parla apertamente di una risposta “layered” alla minaccia dei droni e considera proprio il costo per ingaggio e la profondità del “magazine” due dei principali vantaggi dell’energia diretta.
C’è infine un elemento industriale. La tecnologia LOCUST era nel portafoglio di BlueHalo, società acquisita da AeroVironment nel maggio 2025. Nel marzo 2026 AV ha annunciato un investimento superiore a 30 milioni di dollari per ampliare le attività manifatturiere nei tre siti di Albuquerque, sostenuto anche da incentivi del New Mexico e della città. A settembre quella capacità produttiva trova un programma per lo U.S. Army di dimensioni sufficienti a giustificare il salto di scala. Il contratto E-HEL non certifica soltanto una tecnologia, sostiene una capacità industriale destinata a produrre sistemi laser come equipaggiamento militare ripetibile, supportabile e aggiornabile.
Ed è probabilmente questo il vero significato della notizia. Gli Stati Uniti lavorano sulle armi laser da decenni e l’U.S. Army ha già sviluppato sistemi di differenti classi di potenza: l’AMP-HEL da 20 kW, il DE M-SHORAD da 50 kW e l’IFPC-HEL da circa 300 kW. La soglia superata il 2 settembre non è quindi quella della fisica, ma dell’acquisizione militare. Un laser counter-UAS da 30 kW è stato giudicato sufficientemente maturo da passare dalla prototipazione a un accordo di produzione pluriennale per decine di esemplari, pur attraverso lo strumento flessibile dell’OTA e senza che ciò equivalga necessariamente a una classica Full-Rate Production.
Non chiude il problema della difesa dai droni e non rende obsoleti missili e cannoni. Ma indica che, per l’U.S. Army, l’energia diretta ha smesso di essere soltanto una promessa da laboratorio ed è diventata una capacità che l’Esercito ha deciso di produrre in quantità e preparare per il campo di battaglia.
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