Riflessioni venticinque anni dopo gli attentati dell’11 settembre
In un frangente storico di particolare complessità contemporaneamente funestato da conflittualità convenzionale, ovvero guerre nel senso tecnico e giuridico del termine, e non convenzionale, ovvero intimidazioni e aggressioni “ibride”, l’11 settembre di quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici simultanei di stampo radicale islamico che nel 2001 colpirono New York e Washington, uccidendo quasi tremila persone di plurime nazionalità.
Com’è inquadrabile quell’esecrabile scempio? E quali indicatori, ossia segnali di avvedimento e di pericolo, da un lato, e misure cautelari, dall’altro, se ne possono trarre nel vaglio dell’attuale contesto geopolitico che pesantemente mette a repentaglio a livello globale l’ordinato svolgimento della convivenza sociale e dello sviluppo economico con particolare incidenza sulla salvaguardia dei valori e della cultura occidentale?
Di per sé, l’11 settembre 2001 rispecchia, da parte di al-Qaida, l’adozione, l’adattamento e l’armonizzazione di metodiche collaudate o quantomeno già ideate nel corso della seconda metà del XX Secolo da plurime e ideologicamente differenziabili aggregazioni terroristiche, seppure i loro intenti non si siano sempre tradotti in azione o siano talvolta stati frustrati.
Infatti, gli eventi di quel giorno non costituiscono novità. Rientravano già allora nell’armamentario eversivo vari strumenti di aggressione: (1) la cosiddetta “guerra asimmetrica”, ovvero lo sfruttamento delle fragilità di un avversario più forte da parte di un avversario più debole, (2) il terrorismo internazionale o, più segnatamente nel caso specifico, transnazionale, (3) la matrice politico-religiosa, (4) l’appoggio di Stati sostenitori, nella fattispecie l’Afghanistan sotto il regime talebano, (5) il sequestro aereo, (6) la distruzione di aeromobile, (7) gli attentati simultanei coordinati, in quel caso le due metropoli statunitensi, (8) la tipologia del bersaglio, ovvero le Torri Gemelle di New York, obiettivo economico-imprenditoriale, e il Pentagono di Washington, obiettivo militare, nonché il Congresso o la Casa Bianca, quest’ultimo obiettivo politico-istituzionale fortunosamente mancato, (9) l’attentato suicida, (10) l’aereo bomba, strumento notoriamente già impiegato senza successo ai danni di Parigi nel dicembre 1994 e (11) la mancata o tardiva rivendicazione.
A loro volta, costituirono novità il numero delle vittime, l’entità dei danni e l’impatto psicologico, ma unicamente – aspetto rilevante – in quanto attentati di pari portata precedentemente programmati fallirono, incluso quello del febbraio 1993 diretto e in notevole parte mancato contro le stesse Torri Gemelle. Da notare, parallelamente, che il piano iniziale, parzialmente eseguito l’11 settembre 2001, prevedeva non solo i quattro dirottamenti aerei compiuti, ma ben dieci per colpire ulteriori obiettivi sulla costa occidentale degli Stati Uniti, inclusa una centrale nucleare. Tutto ciò evidenzia la volontà e la possibilità di realizzare distruzione di massa pur senza il ricorso, o la disponibilità, di armi di distruzione di massa, specificamente nucleari, radiologiche, biologiche o chimiche.
Nonostante i precedenti terroristici a livello sia progettuale sia operativo e la consapevolezza della minaccia posta da elementi quali Osama bin Laden e al-Qaida, gli attentati dell’11 settembre hanno colto di sorpresa l’intero apparato di sicurezza statunitense dimostratosi carente e, pertanto, vulnerabile. Risalta, in primo luogo, l’inadeguato funzionamento del sistema di intelligence. Le cause sono state di diversa natura, ma anche concomitanti. Fra i maggiori fattori vanno annoverati il difettoso coordinamento fra i servizi che compongono la intelligence community americana o tra questa ed i servizi dei Paesi alleati; la raccolta inadeguata di informazioni utili in tempo utile; valutazioni o analisi imprecise delle informazioni disponibili; l’incapacità di vagliare tempestivamente la massa delle informative pervenute dai vari mezzi di raccolta; e l’eccessivo affidamento sugli strumenti tecnologici a scapito della HUMINT, cioè l’impiego dell’elemento umano, particolarmente atto, se ben predisposto, a contrastare la natura clandestina del terrorismo. Inadeguati sono stati, altresì, il coordinamento tra l’ente federale dell’aviazione civile (FAA) e il comando di difesa aerospaziale nordamericano (NORAD); i sistemi di sorveglianza di stranieri con visto d’ingresso temporaneo; e le procedure di vigilanza aeroportuale, in parte affidate a personale insufficientemente addestrato appartenente alle stesse linee aeree.
Avendo drammaticamente preso atto della magnitudine della vulnerabilità e della violenza subita, la reazione fu tempestiva e ragionata sia da parte degli Stati Uniti che degli alleati. Significativo nell’immediatezza e, ancor di più, istruttivo per il presente risulta anzitutto il ricorso senza precedenti all’Articolo 5 del Trattato di Washington del 1949 – costitutivo della NATO – che considera l’attacco contro un alleato come diretto contro tutte le altre parti contraenti. Questo passo conferma l’incessante valenza del Patto Atlantico anche dopo la conclusione della quarantennale Guerra Fredda, periodo in cui la NATO ha insostituibilmente contribuito con la deterrenza alla preservazione dell’integrità territoriale e dei valori occidentali nonostante ricorrenti complicazioni all’interno dell’Alleanza quali le esuberanze del presidente francese Charles de Gaulle, i problemi attinenti all’andamento democratico riscontrati in Grecia e Portogallo negli Anni Sessanta e Settanta, il difficile rapporto tra Grecia e Turchia e le ristrutturazioni dell’assetto strutturale e operativo della NATO riconducibili all’esigenza di accomodamento delle ambizioni politiche di alcuni Stati membri.
Alla dimostrata solidarietà atlantica si aggiunsero altre misure fra cui il generale rafforzamento della sicurezza aeroportuale ed aerea e, in particolare, da parte degli Stati Uniti, la creazione nel 2002 del Department of Homeland Security (sotto vari aspetti equiparabile al dicastero dell’Interno degli ordinamenti europei) e nel 2004 l’emanazione dell’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act (che ha istituito il Director of National Intelligence e il National Counterterrorism Center, accentrando il coordinamento della comunità informativa), mentre in Italia fu codificato il reato di terrorismo internazionale.
Non di meno, già il 20 settembre 2001 l’allora presidente statunitense George W. Bush dichiarò la tuttora in corso “global war on terrorism”, immediatamente seguita dalla neutralizzazione del regime talebano in Afghanistan e successivamente dall’eliminazione fisica, nel 2011, di Osama bin Laden e dall’ulteriore indebolimento di al-Qaida.
Dette misure e successi non hanno tuttavia debellato il fenomeno terroristico tanto quello di matrice estremista laica (sinistra anarchica o comunista, destra neonazista, ultranazionalista o razzista e militanza secessionista, ambientalistica, abolizionista, pacifista “a senso unico” o genericamente – seppure confusamente – antagonista) quanto quello di varia ispirazione politico-religiosa (che spazia dal jihadismo a forme di radicalismo cristiano o ebraico).
Infatti, il jihadismo in particolare si è dimostrato ben più pervasivo rispetto alla vita terrena di singoli ispiratori o leader quali Osama bin Laden. Ancorché ridimensionata, al-Qaida esiste ancora e il sedicente Stato Islamico (già ISIS), il quale, prima di essere anch’esso ridimensionato, è stato temporaneamente capace tra il 2003 e il 2017 di transitare in Iraq e Siria per tutti gli stadi potenzialmente progressivi della conflittualità non convenzionale: agitazione sovversiva, terrorismo, insorgenza, guerra civile e rivoluzione. Pure il regime talebano dell’Afghanistan, già spodestato, si è reinsediato a Kabul nel 2021.
Inoltre, si sono moltiplicate le “sigle terroriste”, tra cui lo Stato Islamico rimane il più letale; si è allargata l’estensione territoriale, particolarmente nei continenti africano e asiatico; si è istituzionalizzata la figura del “lupo solitario” e dell’attentatore suicida, così come l’impiego di automezzi civili per falciare folle inermi; e si sono consolidati rapporti a fini strumentali tra terrorismo e fonti di profitto economico illecito, quali il narcotraffico/narcoterrorismo.
Plateale, infine, l’attacco terroristico su larga scala del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas – Movimento di Resistenza Islamica (non semplicemente palestinese) contro Israele con conseguenze tuttora sfruttabili a livello internazionale anche da attivisti ed agitatori totalmente privi di affinità ideologica o geopolitica con quell’area o con il mondo islamico. Lanciato dalla Striscia di Gaza controllata dalla stessa Hamas, eseguito coordinatamente via terra, mare e cielo, incluso l’impiego di deltaplani, e rientrante in un contesto storico e geopolitico più vasto, quell’attacco, condotto attraverso i 119 varchi aperti nella barriera di separazione, ha investito oltre venti località civili dello Stato ebraico e il festival musicale Nova, uccidendo complessivamente circa 1.200 persone, in larga maggioranza civili (inclusi anziani, donne e bambini in numerosi casi con atroci sevizie) e per il resto militari e appartenenti alle forze di sicurezza, ferendone migliaia e sequestrandone 251 (esseri fragili inclusi) per trascinarle e tenerle in ostaggio oltre confine.
L’inquadramento delle forze promotrici e della portata dei fatti dell’11 settembre, assieme all’analisi dei successi e insuccessi istituzionali susseguitisi nel settore della sicurezza, induce a riflettere ponderatamente sul contesto internazionale che oggi incide direttamente e indirettamente sull’Occidente con particolare riferimento al rapporto transatlantico.
Infatti, sono in corso due guerre, una in Europa – senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – scatenata dallo Stato russo successore dell’Unione Sovietica ai danni dell’Ucraina e l’altra in Medioriente – marcata da brevi intervalli – con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, sfociato il 28 febbraio 2026 nell’attacco congiunto statunitense-israeliano contro l’Iran e tuttora in corso, entrambe accompagnate da ripercussioni sulle fonti energetiche. Inoltre, ambedue i conflitti dividono tanto la politica quanto l’opinione pubblica dei singoli Stati nella comunità internazionale sull’indirizzo da intraprendere.
A quei conflitti si aggiungono ripetute intimidazioni da parte russa, inclusa la violazione dello spazio aereo europeo; problematiche afferenti all’interdipendenza o “globalizzazione” contemporaneamente economica e tecnologica; scontri tra identità culturali e fideistiche contrapposte, talune miranti al proselitismo militante e alla destabilizzazione; ambizioni espansioniste o egemoni di Stati autocratici; enorme accesso tanto alla comunicazione quanto all’informazione malauguratamente affiancata da notevole disinformazione e incitamento a delinquere e sovvertire; facilità e rapidità di movimento transfrontaliero sfruttabile a fini delinquenziali comuni o politici; immigrazione irregolare, clandestina e incontrollata, altresì fonte di lucro per sostegno giuridicamente illecito, nonché causa di problematico accoglimento e acculturamento, processo che comporta la disponibilità non solo di chi accoglie ma anche, in giusta misura, di chi viene accolto; e vulnerabilità delle infrastrutture critiche suscettibili di sabotaggio e hackeraggio.
Tutto ciò incide pesantemente sulla sicurezza il cui confine tra interna e internazionale è labile, così come lo stesso concetto di sicurezza è più vasto dell’irrinunciabile difesa e deterrenza militare in presenza di rischi e minacce multidimensionali e multidirezionali che abbracciano ogni settore materiale e psicologico di ciascuna compagine sociale nazionale.
Mentre è di per sé incontestabile il ricorso a misure di ammodernamento, prevenzione, repressione e contenimento di danni da parte dei singoli Stati, è parimenti fondamentale per la sicurezza collettiva il solidale legame e la fattiva collaborazione delle nazioni che condividono cultura e valori.
Sventuratamente, a seguito della seconda elezione quadriennale dell’atipico presidente repubblicano statunitense Donald Trump in novembre del 2024 a distanza di otto anni dalla precedente, sono sorte frizioni lesive in seno alla NATO, la quale dopo la conclusione della Guerra Fredda ha compiuto un progressivo e assennato allargamento da 16 a 32 membri, incluse le già neutrali Finlandia, nel 2023, e Svezia, nel 2024, entrambe resesi conto di incombenti pericoli.
Pur non avendo torto quando lamenta il divario tra il contributo degli alleati e quello degli Stati Uniti destinato al bilancio, organico e dotazioni per la difesa, l’attuale capo della Casa Bianca trascura il fatto che le alleanze non nutrono motivazioni altruiste, ma rispecchiano il perseguimento di egoismi nazionali condivisi dai Paesi membri e, quindi, in quanto un’alleanza comunque esiste nel comune interesse, è fatale che lo Stato o gli Stati partecipi più potenti si assumano una maggiore proporzione del peso. In tal senso, sarebbe rispettivamente opportuno un esercizio di tolleranza da parte dell’alleato più forte e di buona volontà da parte delle altre potenze contraenti.
Sono, invece, totalmente fuori luogo le pretese del capo dell’esecutivo statunitense – come nel caso dell’attuale intervento delle forze armate americane in Medioriente – quando reclama la partecipazione diretta o indiretta degli alleati in operazioni non preventivamente concordate o non rientranti negli impegni consoni con il Patto Atlantico.
Mentre rimane nell’interesse del mondo libero che il legame transatlantico perduri in coerenza con i risultati finora raggiunti, è opportuno che gli alleati europei si avviino – mantenendo comunque rapporti di amicizia e collaborazione con gli Stati Uniti chiunque ne sia il presidente – a dotarsi di un sistema di credibile difesa e deterrenza autonoma, preferibilmente riformulando l’equivoco termine “riarmo”, sfruttabile a fini disinformativi, in “adeguamento delle capacità difensive”.
*L’autore, il prof. Vittorfranco Pisano, attualmente segretario generale dell’Albo Nazionale Analisti Intelligence e docente di “Terrorismo e Conflittualità Non Convenzionale” nell’Università eCampus, è stato consulente della Sottocommissione per la Sicurezza e il Terrorismo del Senato degli Stati Uniti, consigliere per gli affari internazionali del comandante-in-capo delle Forze Alleate per il Sud Europa, capo della rappresentanza degli Stati Uniti presso il Collegio Difesa NATO, revisore dei corsi nell’ambito del Programma di Assistenza Antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense e consigliere del presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati italiana.
L’articolo Riflessioni venticinque anni dopo gli attentati dell’11 settembre proviene da Difesa Online.
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