12 settembre 1943: Unternehmen Eiche “Operazione Quercia”
Alle ore 13:00 del 12 settembre 1943, un gruppo di alianti DFS 230, trainati dai ricognitori a elica Henschel Hs 126, si sollevò in volo verso il massiccio del Gran Sasso.
A bordo vi erano i paracadutisti (Fallschirmjäger) del Generaloberst Kurt Student e il commando delle SS agli ordini dell’SS-Hauptsturmführer Otto Skorzeny, diretti verso una delle operazioni speciali più audaci, celebri e controverse della Seconda guerra mondiale: la liberazione di Benito Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore[1].
1. PREMESSA
LO SCENARIO STRATEGICO DOPO IL 25 LUGLIO
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo approvò l’ordine del giorno Grandi, revocando la fiducia a Mussolini; poche ore dopo il re Vittorio Emanuele III ne decretò l’arresto, segnando la caduta del regime[2].
Fu subito chiaro ad Hitler che il nuovo governo Badoglio fosse pronto ad abbandonare l’Asse per un armistizio con gli anglo-americani, nonostante le rassicurazioni diplomatiche sulla prosecuzione della guerra.
Convinto della necessità di agire con rapidità, il Führer paragonò la crisi italiana a quella jugoslava del 1941, ribadendo ai suoi generali l’urgenza di assicurare al Reich il controllo della penisola e di neutralizzare ogni tentativo di sganciamento dell’alleato.

Il piano del Comando Supremo della Wehrmacht (OKW) si articolò inizialmente su quattro direttive: l’Operazione Schwarz (occupazione del territorio italiano e disarmo delle forze armate), l’Operazione Alarich (occupazione di Roma e del Vaticano per arrestare i vertici istituzionali e favorire il ripristino di un governo fascista), l’Operazione Achse (cattura o distruzione della flotta della Regia Marina per impedirne la consegna agli Alleati) e l’Operazione Eiche, la localizzazione e liberazione di Mussolini. Schwarz e Alarich vennero poi fusi nella sola Operazione Achse, affidata all‘Heeresgruppe B di Erwin Rommel nel Nord Italia, mentre Albert Kesselring mantenne il comando nel settore Centro-Sud[3].
Il colpo di mano su Roma, inizialmente concepito come Operazione Student, dal nome dell’Oberstgeneral dell’XI Fliegerkorps, fu ridimensionato per le contrarietà di Kesselring, timoroso di ripercussioni militari e politiche premature nel delicato teatro romano, essendo ufficialmente l’Italia alleata del Reich[4].
La sera del 26 luglio 1943, Hitler convocò d’urgenza alla Wolfsschanze l’Oberstgeneral Kurt Student e l’SS-Hauptsturmführer comandante dell’SS-Sonderverband z.b.V. Friedenthal Otto Skorzeny, affidando loro l’ordine di rintracciare e liberare Mussolini: nasceva così, dal 1° agosto, l’Unternehmen Eiche (Operazione Quercia)[5].
Di quella convocazione non esistono resoconti ufficiali coevi, ma solo le dichiarazioni discordanti e spesso polemiche rese nel dopoguerra dai due protagonisti – prima, significativa spia delle rivalità interforze che avrebbero segnato l’intera vicenda.
2. LA CONVOCAZIONE ALLA WOLFSSCHANZE E IL COLLOQUIO CON IL FÜHRER
Secondo le memorie di Skorzeny, nel pomeriggio del 26 luglio si trovava all’Hotel Eden di Berlino quando fu richiamato d’urgenza dalla sua segretaria: un Ju 52 lo attendeva alle 17:00 a Tempelhof per condurlo alla Wolfsschanze[6].
Ordinato al suo aiutante, l‘SS-Untersturmführer Karl Radl, di preparargli rapidamente una valigia con gli effetti personali e l’uniforme, Skorzeny decollò alla volta della Prussia Orientale, atterrando nei pressi di Lötzen in serata.
Introdotto in un’ampia anticamera presso un edificio denominato Teehaus (“Casa del Tè”), dove si trovavano altri cinque ufficiali superiori – probabilmente elementi d’élite del Brandeburgo e dei paracadutisti[7] – Skorzeny attese l’arrivo di Hitler.
Quando il Führer fece il suo ingresso, squadrò i presenti con uno sguardo che Skorzeny descrisse come «di un’intensità quasi insopportabile»[8]; chiese al gruppo chi conoscesse l’Italia e cosa pensasse degli italiani. Mentre gli altri risposero con formule di circostanza, Skorzeny, sfruttando il risentimento austriaco per l’annessione dell’Alto Adige, replicò: «Ich bin Österreicher, mein Führer!» («Io sono austriaco, mio Führer!»)[9].
Colpito, Hitler congedò gli altri e trattenne Skorzeny per un colloquio privato, spiegandogli che Mussolini era stato «tradito dal suo re e arrestato dai suoi stessi compatrioti»[10] e che il governo Badoglio rischiava di consegnarlo agli Alleati, compiendo così una grave violazione della parola data.

Per il Führer, Mussolini rappresentava «la personificazione dell’ultimo dei grandi Romani, l’incarnazione dell’antica grandezza di Roma»[11].
Hitler incaricò quindi Skorzeny di rintracciare e liberare il prigioniero:
«Dobbiamo scoprire al più presto dove sia tenuto prigioniero il Duce e liberarlo. Questa è la missione che ho per Lei, Skorzeny. Deve rischiare tutto per portare a termine questa azione»[12].
Gli impose il massimo riserbo: oltre a Skorzeny, solo altre cinque persone nel Reich ne sarebbero state informate, e né il comando di Kesselring né l’ambasciata a Roma avrebbero dovuto conoscere l’esatta missione, poiché – ammonì Hitler – «questi signori hanno un quadro completamente falso della situazione. […] Lei verrà trasferito alla Luftwaffe e posto alle dipendenze del generale Student»[13].
Profondamente colpito dal magnetismo del Führer, Skorzeny promise il massimo impegno prima di essere congedato.
3. L’INCONTRO CON STUDENT E HIMMLER E LA MOBILITAZIONE A BERLINO
Subito dopo, Skorzeny si presentò al generale Kurt Student, ufficiale pragmatico, segnato da una ferita al capo riportata a Rotterdam nel 1940.
Mentre discutevano le linee guida dell’operazione, sopraggiunse il Reichsführer-SS Heinrich Himmler, che tracciò un quadro fosco e cospiratorio della crisi italiana, sostenendo che il complotto contro Mussolini avesse ramificazioni internazionali orchestrate dal re e dal principe Umberto di Savoia[14].
Himmler si stupì che il Partito Fascista e la Milizia non avessero saputo controllare il Paese, ignorando che la Milizia fosse già stata assorbita nell’esercito regolare e il partito svuotato di potere[15].
Il clima si incrinò quando Skorzeny estrasse un taccuino per prendere appunti.
Himmler lo rimproverò aspramente per la violazione delle norme di sicurezza e, vedendolo poco dopo fumare una sigaretta nel corridoio, lo aggredì verbalmente, tacciandolo di mancanza di autodisciplina e dichiarandolo «non adatto al compito»[16].
Student ne confermò l’incarico come ufficiale d’ordinanza dell’XI Fliegerkorps, fissando la partenza per Roma all’indomani, 27 luglio, alle ore 8:00[17].
Solo dopo la sua partenza l’aiutante di campo di Hitler, l’SS-Hauptmann Otto Günsche, rassicurò Skorzeny – consigliandogli di non prendere troppo sul serio i nervosismi del capo delle SS – e gli mise a disposizione un ufficio e una segretaria per coordinare i primi ordini operativi.
Da mezzanotte, Skorzeny impartì telefonicamente a Radl gli ordini per la mobilitazione del commando: selezionare trenta volontari scelti del reparto di Friedenthal, con conoscenza della lingua italiana, includervi specialisti dell’informazione, equipaggiarli con uniformi da soldato semplice e documenti completi, e trasferirli entro le sei del mattino all’aeroporto di Staaken nella massima segretezza[18].
4. LA VERSIONE DI STUDENT E LA RIVALITÀ LUFTWAFFE-SS
Nel dopoguerra Kurt Student fornì una versione sensibilmente diversa dalla ricostruzione di Skorzeny, tesa a ridimensionare il ruolo delle SS a favore della Luftwaffe.
Secondo i suoi ricordi, raccolti dallo storico Volkmar Kühn[19], fu convocato a Rastenburg nel tardo pomeriggio del 25 luglio e ricevuto da Hitler in un colloquio privato, poi allargato in sala riunioni.
Al termine di un’ampia disamina strategica sulla difesa di Roma, il Führer aggiunse l’incarico speciale di ritrovare e liberare «il mio amico Mussolini»[19].
Student e l’XI Fliegerkorps, sarebbero stati aggregati al comandante in capo al Sud, Feldmarschall Kesselring.
Nella sua ricostruzione, Student rivendicò la piena paternità dell’impresa, sostenendo che l’ufficiale delle SS gli fosse «completamente sconosciuto» fino alla mattina del 27 luglio, quando lo vide per la prima volta a bordo del velivolo per Roma, e che il piccolo commando delle SS fosse stato aggregato solo per compiti secondari di natura poliziesca[20].
Questa prima, netta divergenza tra le due memorialistiche apre il filo conduttore di una rivalità interforze – tra Luftwaffe e SS, tra chi pianificò ed eseguì materialmente l’operazione e chi ne rivendicò pubblicamente il merito – che avrebbe attraversato l’intera vicenda e la sua ricezione storiografica.
5. LE INDAGINI A ROMA E LA DISINFORMAZIONE DEL SIM
Il 27 luglio, Student e Skorzeny a bordo di un Heinkel He-111 pilotato dal capitano Heinrich Gerlach, atterrarono alle 13:30 a Pratica di Mare.

Sulla pista, Skorzeny indossava ancora la tuta da volo della Luftwaffe.
Per non svelare a Kesselring, ignaro del coinvolgimento di Himmler, l’uniforme delle SS che portava sotto, gli fu fornita un’uniforme estiva dall’Hauptmann dei Fallschirmjäger Melzer[22].
I due si recarono al quartier generale di Kesselring a Frascati. Il feldmaresciallo si mostrò fiducioso nella «parola d’onore» datagli da Badoglio sulla prosecuzione della guerra e non seppe fornire alcuna indicazione sulla prigionia del Duce, ritenendo erroneamente che neppure lo Stato Maggiore italiano ne conoscesse la collocazione.[22]
Skorzeny e Student, pur mantenendo un prudente silenzio, valutarono con scetticismo tali illusioni diplomatiche[23].
Student affidò le indagini all’Hauptmann Gerhard Langguth, ufficiale d’intelligence dell’XI Fliegerkorps [24].
Skorzeny, da parte sua, stabilì contatti con gli uomini indicatigli da Himmler: l’SS-Obersturmbannführer Eugen Dollmann, attaché presso l’ambasciata tedesca e interprete ufficiale di Hitler in Italia, personaggio ben introdotto nell’alta società romana e in Vaticano, e l’SS-Sturmbannführer Herbert Kappler, responsabile del Sicherheitsdienst (SD) a Roma e addetto di polizia presso l’ambasciata tedesca [25].
Kappler e Dollmann facevano parte, insieme a Skorzeny, Radl e Student, della ristretta cerchia di cinque persone volute da Hitler che conoscevano i dettagli operativi della missione [26].
Nei primi giorni d’agosto le ricerche brancolarono nel buio a causa di un’efficace disinformazione orchestrata dal Servizio Informazioni Militari (SIM), che fece trapelare false piste su Ventotene, l’Elba e Santo Stefano [27].
In realtà, dal 28 luglio al 7 agosto Mussolini era trattenuto in isolamento a Ponza [28]: imbarcato a Gaeta con destinazione Ventotene, una massiccia presenza tedesca nella zona indusse il comando navale italiano a dirottare verso la più sicura Ponza [29].
Da parte sua, Hitler cercò di approfittare del compleanno di Mussolini, che cadeva il 29 luglio, affinché il suo nascondiglio venisse tradito dalla consegna, per mano di Kesselring, del dono (la monumentale opera omnia di Friedrich Nietzsche in 22 volumi) che il Führer aveva riservato all’amico prigioniero.
Badoglio si dimostrò astuto nel rispondere all’ambasciata tedesca di non poter accogliere la richiesta, essendo lui stesso all’oscuro di dove si trovasse Mussolini: una menzogna che non poté che rafforzare, in Hitler e nel suo entourage, la certezza che non vi fosse alcuna fiducia nel nuovo governo italiano [30].
6. LE TRACCE VERSO PONZA: TRE VERSIONI DISCORDANTI E UN’UNICA REALTÀ
La localizzazione della prigione di Ponza è oggetto di tre versioni discordanti nella memorialistica del dopoguerra, specchio delle rivalità tra i diversi apparati d’intelligence tedeschi.
Secondo la ricostruzione di Student, il Nachrichtenführer (Capo delle trasmissioni) dell’XI Fliegerkorps, Oberst Rübke, gli aveva riferito che uno dei suoi sottufficiali, di stanza su un’isola pontina, aveva assistito a un evento sospetto a Gaeta [31].
Durante un finto allarme aereo, una colonna di auto e un’ambulanza erano giunte al porto; dall’ambulanza era sceso Mussolini, subito imbarcato su un’unità navale.
Informato direttamente, Hitler volle interrogare il sottufficiale a Rastenburg e, ritenendolo attendibile, autorizzò Student a pianificare un colpo di mano con motoscafi veloci e un sottomarino, sotto il comando dell’XI Fliegerkorps di Gerhard von Kamptz, impiegando il III./FJR 1 guidato dall’Oberst Karl Lothar Schulz.
Il piano fu tuttavia annullato a causa dell’improvviso trasferimento del prigioniero [32].
Secondo Skorzeny, la svolta investigativa nacque da una fortunata coincidenza: un droghiere romano riferì di una lettera d’amore in cui un carabiniere di Ponza, corteggiando la domestica di un cliente, aveva accennato alla presenza sull’isola di un «prigioniero di primissimo rango» [33].
La versione storiograficamente più solida attribuisce invece la scoperta al sistematico lavoro dell’SD di Herbert Kappler, i cui uffici romani intercettarono e censurarono proprio quella lettera [34].
Secondo lo storico Robert Forczyk, al di là delle rivendicazioni di paternità, l’elemento comune resta la totale mancanza di sicurezza da parte italiana.
La fuga di notizie permise ai tedeschi di tracciare l’ex Duce con rapidità, costringendo Badoglio, allarmato dalla vulnerabilità di Ponza, a convocare un vertice riservato e a decretare, il 6 agosto, il trasferimento di Mussolini a La Maddalena [35].
Un depistaggio interno al Reich – fonti vicine a Rommel segnalarono a Hitler che il prigioniero era custodito a bordo di una corazzata della Regia Marina diretta a La Spezia – costrinse Student a pianificare un complesso intervento di salvataggio via mare con motoscafi veloci e un sommergibile, intervento che dovette essere annullato solo il giorno seguente, alla conferma dell’avvenuto trasferimento in Sardegna [36].
7. LA PISTA SARDA DI LA MADDALENA, L’INCIDENTE NEL TIRRENO E I PIANI D’ASSALTO
Nella notte tra il 6 e il 7 agosto Mussolini fu trasferito a La Maddalena a bordo del cacciatorpediniere Pantera (foto), alloggiato a Villa Webber, una residenza isolata, sotto la sorveglianza di circa centosessanta uomini, comandati inizialmente dal colonnello dei carabinieri Antonio Pelaghi e successivamente dal tenente dei carabinieri Alberto Faiola [37].

Verso la metà di agosto la collaborazione tra Kappler e la Kriegsmarine, in particolare con il Kapitän zur See Gerhard von Kamptz, portò all’intercettazione di una frase compromettente del colonnello Pelaghi relativa alla custodia di un “importante personaggio” [38].
La conferma definitiva arrivò dal Kapitänleutnant Karl Heinz Hunäus, ufficiale di collegamento della Kriegsmarine presso la base navale di La Maddalena, il quale aveva notato il rafforzamento delle misure difensive attorno alla villa [39].
Per verificare l’effettiva presenza di Mussolini, il 16 agosto Skorzeny si recò in Sardegna con l‘SS-Untersturmführer Robert Warger, un altoatesino con una conoscenza perfetta dell’italiano.
L’SS, travestito da marinaio e fingendosi interprete di Hunäus, simulando ubriachezza nelle osterie del porto, riuscì a farsi mostrare da un fruttivendolo locale il Duce affacciato al balcone della villa, allettandolo con una scommessa [40].
L’identificazione fu poi corroborata dalle confidenze di una lavandaia del posto [41].
Il giorno successivo, Hunäus condusse Skorzeny in un giro di ricognizione nel porto, permettendogli di fotografare furtivamente la residenza [42].
In possesso di queste informazioni di prima mano, Skorzeny rientrò a Pratica di Mare per chiedere a Student l’autorizzazione a compiere una ricognizione fotografica aerea dettagliata con un Heinkel He-111, propedeutica alla pianificazione di un assalto.
Student acconsentì. Il 18 agosto, Skorzeny, durante il volo sopra La Maddalena, subì un drammatico incidente e l’aereo precipitò nelle acque del Tirreno [43].
Anche in questo caso le versioni dei protagonisti non collimano. Nelle sue memorie, Skorzeny sostenne che l’aereo fosse stato attaccato da caccia britannici (o che i motori avessero ceduto per un sabotaggio) e di essere riuscito a trarsi in salvo e a recuperare l’equipaggio nuotando, nonostante la frattura di tre costole [44].
Nel dopoguerra, Student fornì una narrazione ancora più iperbolica, riferita al generale Wolfgang Martini durante la comune prigionia, secondo cui Skorzeny si sarebbe liberato sott’acqua dalla cabina, sarebbe emerso e poi, come unico superstite, avrebbe nuotato per cinque chilometri fino alla riva, per poi proseguire a piedi per un lungo tratto nell’entroterra, fino a raggiungere un aeroporto [45].
In realtà i documenti – un messaggio radio tedesco intercettato dagli inglesi e i rapporti alleati – attribuiscono invece l’ammaraggio a una banale avaria meccanica al motore sinistro, con tutto l’equipaggio tratto in salvo su una zattera di salvataggio da un’unità della Regia Marina. Skorzeny nell’impatto riportò tre costole incrinate [46].
Nonostante l’incidente, l’ufficiale delle SS rientrò il 20 agosto determinato a proseguire, sebbene restassero dubbi sull’effettiva permanenza del Duce sull’isola [47].
Student ottenne poco dopo una conferma indiretta della presenza del Duce da due ufficiali di marina italiani che si erano lasciati sfuggire la notizia, complice l’eccesso di champagne, in un albergo romano [48].
8. LA CONVOCAZIONE A RASTENBURG DEL 25 AGOSTO
Il 25 agosto Student e Skorzeny furono nuovamente convocati da Hitler alla Wolfsschanze, davanti ai massimi gerarchi del Reich: von Ribbentrop, Keitel, Jodl, Himmler, Dönitz e Göring [49].
Dopo una breve introduzione del generale Student, Skorzeny venne invitato a parlare. Skorzeny espose i risultati delle indagini, contrastando l’ammiraglio Canaris, capo dell’Abwehr, che insisteva erroneamente sull’isola d’Elba [50].
Convinto dall’esposizione, Hitler ritirò l’ordine di un attacco paracadutato sull’isola e chiese a Skorzeny di illustrare un piano d’assalto alternativo [51].
Questi mostrò uno schizzo a matita di un’operazione anfibia con l’impiego di una flottiglia di motosiluranti d’assalto (E-boat), unità veloci (R e M-boat) della Kriegsmarine sotto il comando del Kommandant Schulz, e di una compagnia di volontari della brigata SS di stanza in Corsica [52].
Hitler approvò entusiasticamente e gli strinse la mano, ma lo ammonì sulle implicazioni politiche dell’impresa: se fosse fallita, il Führer avrebbe potuto sconfessarlo pubblicamente, dichiarando che aveva agito senza autorizzazione:
«Deve essere preparato a sacrificarsi per la causa e per il bene della Germania» [53].
9. IL FALLIMENTO DELLA PISTA SARDA E IL TRASFERIMENTO AL GRAN SASSO
Alla vigilia dell’assalto, il 26 agosto, un’ultima ricognizione di Skorzeny a La Maddalena, travestito da marinaio, rivelò che Mussolini era stato appena prelevato e trasferito altrove: l’operazione dovette essere annullata d’urgenza [54].
Ancora una volta il governo italiano aveva anticipato le mosse tedesche.
Il 28 agosto un idrovolante della Croce Rossa ammarò sul lago di Bracciano, mentre un falso allarme aereo teneva il personale tedesco rifugiato nei bunker. Da lì Mussolini fu condotto ad Assergi e, infine, il 2 settembre, all’Hotel Campo Imperatore, a 2.112 metri sul Gran Sasso, dove Badoglio contava di sottrarlo definitivamente alla sorveglianza costiera tedesca [55].
10. LA SVOLTA DEL GRAN SASSO E GLI SCONTRI DELL’8 SETTEMBRE
Dinanzi al fallimento della pista sarda, le ricerche tedesche ripartirono da zero.
La svolta arrivò nei primi giorni di settembre grazie al lavoro d’intelligence di Herbert Kappler, che intercettò e decifrò un messaggio dell’ispettore generale di polizia Giuseppe Gueli al capo della polizia Carmine Senise: «Abbiamo completato le misure di sicurezza sul Gran Sasso e dintorni»[56].
Lo storico Robert Forczyk ipotizza invece che si trattasse di un’intercettazione telefonica diretta sulla linea del Ministero dell’Interno, mentre Greg Annussek ridimensiona il presunto «capolavoro d’intelligence», suggerendo un più pragmatico mix di corruzione, delazione e interrogatori coercitivi [57].
Kappler trasmise l’informazione a Langguth e Student che, a sua volta, informò Skorzeny.
Per verificare la pista senza allarmare il presidio di vigilanza italiano, Student decise di agire con prudenza tattica: dietro suggerimento di Langguth, inviò sul Gran Sasso l’ignaro Leo Krutoff, ufficiale medico dello staff dell’XI Fliegerkorps, con il pretesto ufficiale di ispezionare l’Hotel Campo Imperatore per un possibile uso come convalescenziario per militari tedeschi affetti da malaria [58].
Krutoff fu fermato dai carabinieri a un posto di blocco ad Assergi. Il diniego dei militari italiani di consentirgli l’accesso confermò indirettamente l’eccezionalità delle misure di sicurezza e la presenza del prigioniero nella zona [59].

Contemporaneamente Kappler inviò in ricognizione ad Assergi il suo vice, l’SS-Obersturmführer Erich Priebke, il quale scoprì che l’intero personale di servizio dell’hotel era stato improvvisamente licenziato, indizio inequivocabile della militarizzazione totale dell’area e della presenza di un ospite di altissimo rilievo [60].
Avuta conferma di queste informazioni, Skorzeny sollecitò un volo di ricognizione sopra l’hotel.
L’8 settembre Langguth accompagnò Skorzeny e Radl in un volo di ricognizione sul Gran Sasso a bordo di un Heinkel He-111 [61].
Anche su questo episodio la memorialistica di Skorzeny – che narrò un’acrobatica sessione fotografica sporgendosi dalla torretta di coda dell’aereo a cinquemila metri di quota per sopperire al malfunzionamento delle fotocamere automatiche – fu smentita da Langguth, secondo cui l’aereo non aveva torretta posteriore aperta e i rilievi furono eseguiti attraverso i portelli inferiori, ingannando il pilota con un finto piano di volo verso Pescara [62].
Nonostante la scarsa qualità delle immagini, Skorzeny individuò una zona pianeggiante sul lato nord dell’albergo adatta all’atterraggio degli alianti.
Nel dopoguerra, Student confermò che Skorzeny e Radl presero parte al volo di ricognizione unicamente in veste di invitati, privi di compiti operativi [63].
11. IL RAID DEL GRAN SASSO
11.1 Il preludio tattico: l’armistizio dell’8 settembre e l’assalto a Monterotondo
Mentre si definivano i dettagli logistici dell’assalto a Campo Imperatore, la proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943 fece precipitare la situazione militare a Roma.
Frattanto circa 2.000 uomini della 2ª divisione Paracadutisti si dislocavano nell’area romana.
Student, per garantire la sicurezza del settore, dovette lanciare un’operazione preventiva contro il quartier generale italiano di Monterotondo.
L’attacco fu affidato al II./FJR 6 al comando dell’Oberst Walter Gericke, ufficiale di provata capacità ed esperienza tattica, già reduce dai durissimi combattimenti di aviosbarco a Creta.
Il lancio scattò la mattina del 9 settembre. Dopo un aspro scontro, i paracadutisti penetrarono nella fortezza (il castello dei principi Orsini) catturando l’intero Stato Maggiore italiano, a eccezione del generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fuggito nelle prime fasi dell’attacco[64].
Un contrattacco italiano condotto da una divisione corazzata assediò però i tedeschi nella struttura occupata.
Gericke fu costretto a negoziare un cessate il fuoco, che consentì ai superstiti di ritirarsi il giorno seguente con le armi individuali.
I combattimenti costarono la vita a 135 tedeschi e 156 italiani.
Le ostilità nella zona di Roma cessarono solo il 10 settembre, dopo le trattative di resa tra il generale Calvi di Bergolo e Kesselring.
Solo allora Student poté dare il via libera definitivo all’assalto aereo sul Gran Sasso[65].
11.2 La decisione di agire e la pianificazione operativa
Sabato 11 settembre giunse la conferma definitiva della detenzione di Mussolini a Campo Imperatore.
Student decise di agire senza indugi e affidò la pianificazione, da completare entro le 7:30 del giorno successivo, al Major Harald Mors, comandante del Fallschirmjäger-Lehr-Bataillon (ridenominato I./FJR 7 per segretezza), privato peraltro della sua 4ª compagnia, di stanza a Roma.
Con appena sedici ore e mezza a disposizione, Mors si riunì con l’Hauptmann Langguth e con l’Oberst Arnold von Roon (membro dello Stato Maggiore di Student) per esaminare tre possibili modalità d’attacco[66].
L’aviolancio fu scartato per le proibitive condizioni meteorologiche dell’altopiano, che avrebbero causato la dispersione dei paracadutisti sulle rocce; l’assalto via terra fu giudicato troppo lento e privo del fattore sorpresa, esponendo la colonna all’intercettazione lungo l’unica strada d’accesso.
Restava dunque l’infiltrazione con alianti DFS 230, capaci di planare silenziosamente sulla piccola radura in pendenza sul lato ovest dell’albergo, sbarcando l’aliquota d’assalto a ridosso immediato dell’edificio: l’unica opzione realmente praticabile sotto il profilo tattico.
11.3 La catena di comando e le tensioni interforze
Il piano incontrò la ferma opposizione del capo di stato maggiore dell’XI Fliegerkorps, l’Oberst Heinrich Trettner, che giudicò l’atterraggio degli alianti a oltre duemila metri di quota una «missione suicida senza senso», prevedendo la perdita totale degli equipaggi a causa delle imprevedibili turbolenze termiche d’alta montagna[67].
Student si assunse comunque l’intera responsabilità politica e militare dell’impresa[68].
Parallelamente, Student affidò a Skorzeny un’operazione secondaria – il prelievo della moglie e dei figli minori di Mussolini a Rocca delle Caminate – proprio per non sottrarre paracadutisti all’azione principale.
Secondo Forczyk, questa decisione si rivelò un errore tattico: offrì a Skorzeny il pretesto per inserirsi anche nell’assalto aereo[69].
Facendo appello alle istruzioni personali ricevute da Hitler e Himmler, Skorzeny ottenne da Student l’autorizzazione a partecipare all’operazione sul Gran Sasso con sedici uomini delle SS e il privilegio di scortare Mussolini in Germania dopo la liberazione[70].
La decisione di Student di far partecipare Skorzeny all’assalto sul Gran Sasso suscitò l’immediata protesta del Major Harald Mors, costretto a sacrificare sedici dei suoi paracadutisti sugli alianti per cedere il posto agli uomini delle SS[71].
Oltre al problema logistico, Mors sollevò una delicata questione di gerarchia: Skorzeny, in quanto SS-Hauptsturmführer, non poteva essere subordinato all’Oberleutnant Georg von Berlepsch, designato comandante tattico dell’assalto aereo.
Per aggirare l’ostacolo, Student stabilì che Skorzeny avrebbe partecipato all’operazione con la sola qualifica di «osservatore» e «consigliere politico»[72].
Fu proprio sfruttando questa ambigua autonomia operativa che Skorzeny ideò uno stratagemma decisivo per neutralizzare le difese senza spargimento di sangue.
La mattina stessa del 12 settembre, incaricò Radl di rintracciare e prelevare a Roma il generale del Corpo Metropolitano di PS Ferdinando Soleti, che fu poi condotto a Pratica di Mare e imbarcato sull’aliante diretto a Campo Imperatore.
Nei piani tedeschi, il suo ruolo era cruciale: Soleti doveva fungere da vera e propria arma psicologica, la cui presenza in prima linea al momento dell’atterraggio avrebbe dovuto disorientare i carabinieri e gli agenti di guardia, evitando un conflitto a fuoco[73].
11.4 Infiltrazione aerea: il decollo da Pratica di Mare e l’imprevisto di Tivoli
Mors divise l’operazione in due fasi coordinate: un’azione aerea, affidata alla 1ª compagnia di von Berlepsch – rinforzata da un plotone della 4ª compagnia – su dodici alianti DFS 230 del 12° Staffel/Luftlande-Geschwader 1, con il compito di liberare il Duce, proteggerlo e presidiare la stazione a monte della funivia; e un’azione terrestre, guidata personalmente da Mors con due compagnie motorizzate, una compagnia anticarro e sezioni d’artiglieria, diretta ad Assergi per occupare la stazione a valle e garantire la via di fuga.
La forza complessiva ammontava a 380 uomini.
Il decollo, previsto per la mattina del 12 settembre, slittò alle 13:00: solo dieci dei dodici alianti erano giunti in tempo da Grosseto, costringendo a ridisegnare all’ultimo il piano di volo, articolato in quattro ketten (squadriglie di tre alianti ciascuna) con due minuti di intervallo l’una dall’altra[74].
La prima kette, guidata da von Berlepsch, con trenta paracadutisti equipaggiati con i fucili d’assalto FG 42 (mentre Berlepsch aveva in dotazione una mitragliatrice MP-40), avrebbe aperto la via effettuando il primo atterraggio; la seconda trasportava Skorzeny e le SS.
All’interno di questa formazione, un ruolo chiave fu affidato all’aliante numero tre, pilotato dal tenente Elimar Meyer-Wehner: a bordo del velivolo viaggiavano, oltre allo stesso Skorzeny, anche il generale Soleti, trattato di fatto come un ostaggio.
La formazione aerea era guidata dal ricognitore dell’Hauptmann Langguth.
Giunti su Tivoli, Langguth eseguì una salita a spirale per guadagnare quota e superare le montagne. Solo la prima kette di Berlepsch – che aveva compreso questa manovra, sommariamente illustrata nel briefing tenuto da Student a Pratica di Mare – la eseguì[75].
I piloti successivi tirarono dritto in linea retta: l’errore di navigazione portò l’aliante di Skorzeny in testa alla formazione, ribaltando l’ordine di atterraggio previsto. Fu così che Skorzeny si trovò ad atterrare per primo a Campo Imperatore[76].
11.5 L’assalto a Campo Imperatore
L’aliante di Meyer-Wehner compì un atterraggio in picchiata sul terreno accidentato e disseminato di massi: nonostante il paracadute frenante in coda e i pattini di atterraggio avvolti da filo spinato, il velivolo si distrusse quasi completamente, arrestandosi a soli quindici metri dall’hotel alle 14:05[77].

Non trovando alcun ingresso al piano terra sul fronte dell’albergo, Skorzeny salì sulle spalle dell’SS-Scharführer Himmel per superare un terrazzamento di un metro e mezzo, riuscendo così a raggiungere il cortile superiore dell’hotel[78].
Nel frattempo, gli altri alianti atterravano a intervalli di due minuti. L’aliante numero cinque, con a bordo l’SS-Obersturmführer Ulrich Menzel, si schiantò a cento metri dall’albergo, provocandogli la frattura di una caviglia.
L’aliante numero sei prese terra sul filo del precipizio, tra l’hotel e la stazione della funivia: i sette paracadutisti al suo interno occuparono prontamente la testata superiore dell’impianto. Infine, l’aliante numero sette, con il plotone del Feldwebel Eugen Abel, atterrò sul lato est[79].
11.6 La liberazione del Duce e la messa in sicurezza di Assergi
Skorzeny e l’SS Schwerdt forzarono l’ingresso principale, in parte bloccato da una barricata di mobili.
Saliti al secondo piano, irruppero nella stanza 201, dove Skorzeny puntò la pistola contro Faiola e Antichi mentre Schwerdt li prendeva in consegna.
Alla finestra intanto apparvero anche due SS, Holzer e Benner, che avevano scalato la facciata lungo il parafulmine[80].
Skorzeny pronunciò la celebre frase: «Duce, il Führer mi ha dato l’ordine di liberarvi!». Mussolini, visibilmente provato, rispose stringendogli la mano: «Sapevo che il mio amico Adolf Hitler non mi avrebbe abbandonato!»[81].

L’intera azione si era consumata in appena dieci minuti, senza che venisse sparato un colpo dalle forze d’assalto[82].
Frattanto ad Assergi, la colonna di Mors neutralizzava la stazione a valle della funivia per impedire l’arrivo di rinforzi italiani da L’Aquila, in uno scontro che costò la vita al carabiniere Giovanni Natale e alla guardia forestale Pasquale Vitocco, le uniche due vittime dell’intera operazione[83].
Salito in funivia con venti paracadutisti, Mors all’arrivo sul pianoro ricevette da von Berlepsch il rapporto di fine missione:
«Operazione completata! Nessuna complicazione! Il Duce è stato liberato!»[84].
11.7 L’esfiltrazione: il volo dello «Storch»
L’evacuazione di Mussolini presentò le maggiori criticità. Il piano originario prevedeva tre opzioni, ma le prime due sfumarono: il trasferimento all’aeroporto dell’Aquila saltò per l’interruzione totale delle comunicazioni radio, mentre il primo Fieseler Storch, atterrato in valle, risultò inutilizzabile a causa di un carrello danneggiato.
Restava così il secondo Storch, pilotato dall’Hauptmann Heinrich Gerlach, che atterrò direttamente sull’altopiano dopo che i paracadutisti avevano sgomberato una rudimentale pista in pendenza[85].

Tenuto fermo da una dozzina di paracadutisti aggrappati alle ali per portare il motore al regime massimo, l’aereo venne infine rilasciato e si lanciò lungo la pista improvvisata, procedendo con vento in poppa verso l’orlo del precipizio.
Superato il bordo della piattaforma, il velivolo perse quota tuffandosi nel vuoto, prima che l’abilità di Gerlach permettesse di riguadagnare velocità e portanza, stabilizzando la traiettoria a pochi metri dalle pareti rocciose[86].
Un’ora dopo, l’aereo atterrò a Pratica di Mare, dove Mussolini fu imbarcato su un Heinkel He-111 diretto a Vienna per poi ricongiungersi con Hitler a Rastenburg.
Sul Gran Sasso, frattanto, i paracadutisti rimasti distrussero le scorte di munizioni residue, rimossero la strumentazione interna degli alianti e bruciarono le carlinghe abbandonate sull’altopiano, prima di ritirarsi ordinatamente ad Assergi[87].

Un’operazione «senza precedenti nella storia delle forze aviotrasportate si era conclusa con assoluto successo»[88].
Ad accogliere il Duce a Vienna a nome del generale Student vi era l’Hauptmann Melzer, che si congratulò con Gerlach e Skorzeny per la riuscita dell’azione[89].
Intorno a mezzanotte, mentre si trovava all’Hotel Imperial di Vienna, Skorzeny ricevette una telefonata personale da Hitler.
Il Führer si congratulò per l’impresa e gli comunicò il conferimento della Ritterkreuz des Eisernen Kreuzes, oltre alla promozione immediata al grado di SS-Sturmbannführer.
Il pomeriggio del 15 settembre 1943, dopo la sosta a Vienna e il ricongiungimento con la famiglia a Monaco di Baviera, Mussolini giunse alla Wolfsschanze a Rastenburg per incontrare Hitler.

Il Führer attese il Duce direttamente sulla pista dell’aeroporto, accogliendolo con un caloroso abbraccio e con grande emozione[90].
Il 18 settembre, dagli studi radiofonici di Monaco della Reichs-Rundfunk-Gesellschaft, il Duce ruppe il silenzio con un radiodiscorso che colse di sorpresa gli italiani[91].
L’Italia fascista e repubblicana riprendeva le armi per continuare la lotta contro le plutocrazie internazionali, a fianco del Terzo Reich, del Giappone e degli altri alleati dell’Asse.
Leggi anche: “19 luglio 1943: il Summit di Feltre tra Mussolini e Hitler” e “25 luglio 1943: la caduta di Mussolini e le reazioni di Hitler“
NOTE
[1] L’azione del Gran Sasso figura costantemente nelle principali opere storiche dedicate all’evoluzione dei corpi d’élite e delle operazioni speciali nel corso del secondo conflitto mondiale. Cfr. W. H. McRaven, Spec Ops: Case Studies in Special Operations Warfare Theory and Practice, Presidio Press, Novato 1995 (cap. The Rescue of Benito Mussolini: Gran Sasso, 12 September 1943, pp. 157–208); J. P. Cross, Famous Commando Actions of World War II, Arms and Armour Press, London 1989 (pp. 78–86); A. McNab, 7 Deadly Scenarios: A History of Special Operations, Sidgwick & Jackson, London 2008 (pp. 112–129); C. Messenger, The Special Forces, in H. P. Willmott (a cura di), Great Battles of World War II, Blitz Editions, London 1994 (pp. 164–168); Richard Garrett, The Raiders. The World’s Elite Strike Forces, that Altered the Course of War and History, Van Nostrand Reinhold Company, p.198.
[2] Per una disamina approfondita degli eventi storici e delle premesse politiche e militari che condussero alla crisi del regime – dall’incontro di Feltre del 19 luglio alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 – si rimanda ai due articoli precedenti pubblicati su queste pagine.
[3] H. Heiber (a cura di), Hitler. I verbali delle conferenze di guerra 1942-1945, Gorizia, Edizioni LEG (Libreria Editrice Goriziana), note 618, 619, p. 409.
[4] Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, Osprey Publishing, Oxford 2010, p. 14.
[5] Cfr. Greg Annussek, Hitler’s Raid to Save Mussolini, Da Capo Press, New York, 2005, p.78.
[6] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando: The Daring Missions of Otto Skorzeny and the Nazi Special Forces, New York, Skyhorse Publishing, 2016, p. 34; Id. My Commando Operations, Atglen (PA), Schiffer Publishing, 1995, p. 228.
[7] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit. p. 37.
[8] Ivi [9] Ivi, p.38 ; Id. My Commando Operations, cit., p. 230.
[9] Ivi. p. 229; Id. Hitler’s Commando, cit.p. 39.
[10] Ibidem; Id. My Commando Operations, cit.p.229.
[11] Ibidem ; Id. Hitler’s Commando, cit.p. 40.
[12] Id. My Commando Operations, cit. p. 230.
[13] Ibidem.
[14] Ivi, p.231.
[15] Ibidem.
[16] Ivi, p.232.
[17] Ivi, 233.
[18] Id., Hitler’s Commando, cit., pp. 43-44; Id., My Commando Operations, cit., pp. 233-234. Va precisato che il numero dei volontari richiesti oscilla a seconda delle edizioni tra 30 e 40, attestandosi infine su un totale di 50 unità finali.
[19] Volkmar Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg. Grüne Teufel im Sprungeinsatz und Erdkampf 1939-1945, Motorbuch Verlag, Stuttgart, 1979, pp. 279-280. Secondo Kühn, che cita i ricordi di Student, quest’ultimo fu chiamato d’urgenza alla Wolfsschanze il tardo pomeriggio del 25 luglio 1943, appena si seppe dell’arresto di Mussolini. Skorzeny, invece (correttamente, nda), ricorda una convocazione avvenuta il 26 luglio. Cfr. anche H. Heiber (a cura di), I verbali di Hitler. cit., v. 1, p. 471.
[20] Volkmar Kühn, Deutsche Fallschirmjäger, cit., pp.280-281.
[21] Ibidem.
[22] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando: The Daring Missions of Otto Skorzeny and the Nazi Special Forces, New York, Skyhorse Publishing, 2016, p. 46; vedi anche K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, Rastenburg, Neuschwabenland Archiv, 1951, pp. 55-56.
[23] Otto Skorzeny, My Commando Operations, Atglen (PA), Schiffer Publishing, 1995, p. 234; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 46.
[24] Id., My Commando Operations, cit., p. 234 e Hitler’s Commando, cit., p. 46; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 54-55.
[25] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 254; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, London, Bloomsbury, 2018, p. 151; Karl Student – Hans Götzel, Generaloberst Kurt Student, Herford, Mittler, 1980, p. 414.
[26] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., pp. 47-48; Id., My Commando Operations, cit., pp. 235-236; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, Rastenburg, Neuschwabenland Archiv, 1951, pp. 235-236.
[27] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154.
[28] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 58. Cfr. anche K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 74; e S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154.
[29] Cfr. O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., pp. 243-244.
[30] Ivi, p. 253; cfr. anche S. Smith, Il liberatore di Mussolini, cit., p. 154; W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 189.
[31] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 58; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 74. Per la diretta e successiva conferma di Mussolini del dono, cfr. Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXXIV (La Repubblica Sociale Italiana. I: 12 settembre 1943 – 10 dicembre 1944), Firenze, La Fenice, 1961, pp. 3-8.
[32] V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg, cit., p. 282. Per il verbale d’intercettazione britannico relativo all’interrogatorio di Student: CSDIC (U.K.) G.G. Report, s.r.g.g. 1290 (c), 9 June 1945, in The National Archives (TNA), Kew, WO 208/4170. Cfr. anche W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 190.
[33] V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg, cit., p. 282; H. Götzel, Generaloberst Kurt Student und seine Fallschirmjäger, Friedberg, Podzun-Pallas-Verlag, 1980, p. 409.
[34] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 243; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 59. Cfr. anche K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 74.
[35] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 61-62.
[36] Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, Oxford, Osprey Publishing, 2010, p. 31; A. Makinde, Skorzeny: The Mythical Commando, [s.l.], 2013, p. 128.
[37] W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 199. Cfr. inoltre Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 248; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 77.
[38] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154; M. Patricelli, Liberate il Duce, Milano, Mondadori, 2001, p. 60; O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 244.
[39] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154.
[40] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 244; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 50. La storiografia italiana ricorda l’ufficiale come Kapitänleutnant Karl Heinz Hunäus, mentre S. Smith (Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 151) lo identifica come Fregattenkapitän Helmut Hunaeus.
[41] O. Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 50; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 81. Sebbene la saggistica italiana lo definisca SS-Rottenführer (o sottufficiale), Radl (Ivi) e S. Smith (Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 154) gli attribuiscono il grado di SS-Untersturmführer.
[42] K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 92-93.
[43] O. Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 50.
[44] O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 244; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 83.
[45] O. Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., pp. 50-51; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 87.
[46] CSDIC (U.K.) G.G. Report, s.r.g.g. 1290 (c), 9 June 1945, in TNA, Kew, WO 208/4170; W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 191.
[47] S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 151; W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 191.
[48] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 250.
[49] W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 191.
[50] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 251; Id., Hitler’s Commando, cit., pp. 53-54; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., pp. 167-168.
[51] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., pp. 251, 253; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., pp. 167-168.
[52] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 251; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 54.
[53] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 251; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 54; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 95-96.
[54] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 252; Id., Hitler’s Commando, cit., p. 54; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 183.
[55] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 56; Id., My Commando Operations, cit., p. 252; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 169.
[56] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 253; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., pp. 170-171; Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, cit., p. 32.
[57] Otto Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 254; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 129; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 160. Per l’ipotesi dell’intercettazione telefonica diretta sulla linea del Ministero dell’Interno, cfr. Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, cit., p. 38.
[58] Greg Annussek, Hitler’s Raid to Save Mussolini, New York, Da Capo Press, 2005, p. 112.
[59] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 161; Wouter van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 195. Sull’ipotesi che l’ideazione dell’infiltrazione di Krutoff risalisse all’ufficiale di intelligence Gerhard Langguth, cfr. Robert Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, cit., p. 17.
[60] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., pp. 63-64; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 141-142.
[61] Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 161; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 131.
[62] Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 59; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 144; Wouter van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 196.
[63] Wouter van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 196; Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 162; Karl Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., pp. 144-145.
[64] Wouter van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 197; CSDIC (U.K.) G.G. Report, s.r.g.g. 1290 (c), 9 June 1945, in TNA, Kew, WO 208/4170.
[65] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, London, Bloomsbury, 2018, pp. 162-163; V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg. Grüne Teufel im Sprungeinsatz und Erdkampf 1939-1945, Stuttgart, Motorbuch Verlag, 1979, p. 284.
[66] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 163; W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, trad. it. in Wouter van den Brandhof.docx, p. 194.
[67] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 164; R. Forczyk, Rescuing Mussolini: Gran Sasso 1943, Oxford, Osprey Publishing, 2010, p. 33.
[68] Cfr. W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 195; CSDIC (U.K.) G.G. Report, s.r.g.g. 1290 (c), 9 June 1945, in TNA, WO 208/4170.
[69] Cfr. W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 195.
[70] Cfr. R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., pp. 14-16; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 165.
[71] Cfr. O. Skorzeny, My Commando Operations, Atglen (PA), Schiffer Publishing, 1995, p. 258; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 165. Sebbene Skorzeny parli di sedici uomini delle SS, il contingente reale ammontava a diciotto effettivi (inclusi Skorzeny e Radl), a cui si unirono due reporter di guerra.
[72] Cfr. V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg, cit., pp. 279-281; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 165.
[73] Cfr. W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 197; R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 35.
[74] Cfr. O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 258; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, Rastenburg, Neuschwabenland Archiv, 1951, pp. 182-183; W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 197.
[75] Cfr. Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 165; R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 36.
[76] Cfr. Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 166; G. Langguth, Relazione tecnica di volo, settembre 1943.
[77] Cfr. Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 166; R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 37.
[78] Cfr. E. Meyer-Wehner, Rapporto post-azione del pilota (aliante n. 3), 15 settembre 1943; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 166.
[79] Cfr. Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, New York, Skyhorse Publishing, 2016, p. 73; K. Radl, Befreier fallen vom Himmel, cit., p. 212.
[80] Cfr. Robert Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 42; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 167.
[81] Cfr. Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 73; O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 267.
[82] Cfr. Otto Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 74; Benito Mussolini, Memorie, p. 134.
[83] Cfr. Stuart Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 167; R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 45.
[84] Cfr. Marco Patricelli, Liberate il Duce, Milano, Mondadori, 2001, p. 120; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 167.
[85] Cfr. W. van den Brandhof, Hitlers parachutistengeneraal, cit., p. 199; R. Forczyk, Rescuing Mussolini, cit., p. 48.
[86] Cfr. O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 269; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 168.
[87] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 169; O. Skorzeny, Hitler’s Commando, cit., p. 78.
[88] Cfr. V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg. Grüne Teufel im Sprungeinsatz und Erdkampf 1939-1945, Stuttgart, Motorbuch Verlag, 1979, p. 288; S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, London, Bloomsbury, 2018, p. 170.
[89] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., p. 170; V. Kühn, Deutsche Fallschirmjäger im Zweiten Weltkrieg, cit., p. 288.
[90] Cfr. O. Skorzeny, My Commando Operations, Atglen (PA), Schiffer Publishing, 1995, p. 272; O. Skorzeny, Hitler’s Commando: The Daring Missions of Otto Skorzeny and the Nazi Special Forces, New York, Skyhorse Publishing, 2016, p. 82.
[91] Cfr. S. Smith, Otto Skorzeny: The Devil’s Disciple, cit., pp. 170-171; O. Skorzeny, My Commando Operations, cit., p. 275.
[92] Cfr. Benito Mussolini, Discorso radiotrasmesso da Monaco (18 settembre 1943), in Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXXIV (La Repubblica Sociale Italiana. I: 12 settembre 1943 – 10 dicembre 1944), Firenze, La Fenice, 1961, pp. 3-8.
L’articolo 12 settembre 1943: Unternehmen Eiche “Operazione Quercia” proviene da Difesa Online.
Alle ore 13:00 del 12 settembre 1943, un gruppo di alianti DFS 230, trainati dai ricognitori a elica Henschel Hs…
L’articolo 12 settembre 1943: Unternehmen Eiche “Operazione Quercia” proviene da Difesa Online.
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