Viterbo Santa Rosa 2026, esempio di un evento perfettamente gestito sul piano della sicurezza e della collaborazione pubblico privato.
Viterbo, 3 settembre 2026. Dies Natalis è arrivata al santuario poco dopo mezzanotte. Due “sollevate e fermi” in più rispetto al programma, 170 facchini sotto le stanghe, più di 30.000 persone lungo il percorso. Il Trasporto è riuscito, come ogni anno. Ma stavolta dietro al rito c’era una cosa nuova: un piano di emergenza scritto sui numeri, con settori, tempi di uscita e una rete radio seguita da un centro di comando interforze.
Il prefetto Sergio Pomponio lo ha detto in conferenza stampa: fino al 2025 c’erano indicazioni di massima, dal 2026 esiste un documento tecnico che ragiona su scenari diversi. È la relazione depositata al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La parte pratica, cioè trasformare quei calcoli in persone, radio, varchi e avvisi al pubblico, è toccata ad AR Security, l’azienda di Viterbo associata ad AISS che da quindici anni fornisce gli steward del Trasporto per conto del Comune. A guidarla sul campo, Pierpaolo Pasqua.
Il problema
La Macchina è alta quasi trenta metri e pesa cinquanta quintali. Passa in vie strette, tra case medievali, davanti a un pubblico che nelle soste sta fermo per molti minuti e si ammassa nei punti da cui si vede meglio. Su due ore e mezza di Trasporto, più di 113 minuti sono soste. Sono i momenti più delicati: la gente è compressa, non si muove, e se arriva un ordine di spostarsi fa fatica a reagire.
La scelta di fondo del piano è semplice: in caso di problema non si fa uscire tutta la folla. Il percorso è stato diviso in settori, sei nella relazione tecnica e sette in quella operativa. Se succede qualcosa, si isola solo il tratto interessato, si chiudono gli ingressi, si aprono le vie laterali e il resto del pubblico resta dov’è. Così si evita che due flussi si scontrino e che un problema locale diventi un’onda lungo tutto il tracciato.
I tempi
La relazione usa il metodo che di solito serve per gli incendi e confronta due tempi: quello a disposizione prima che la situazione diventi pericolosa (ASET) e quello che serve per mettere le persone al sicuro (RSET). Il primo è stato fissato per ogni scenario: dieci minuti per una gestione ordinaria della folla, cinque per un allarme di sicurezza grave, quindici per il maltempo, dodici per un guasto o un fermo della Macchina. Il secondo è calcolato settore per settore: trenta secondi di allarme, due minuti prima che la gente cominci a muoversi, più il tempo per raggiungere e attraversare le uscite.
Tutti i risultati stanno sotto i dieci minuti. Il tratto più difficile è quello tra Fontana Grande e piazza del Plebiscito: il più lungo, con la sosta più lunga, quasi mezz’ora, circa 5.000 persone, 1,7 per metro quadrato, sette vie di fuga larghe due metri e un tempo di uscita di 8 minuti e 24 secondi. Tra piazza delle Erbe e la chiesa del Suffragio la densità sale a due persone per metro quadrato e le uscite sono solo tre, per questo il piano assume una velocità di deflusso più bassa, sotto il metro al secondo. L’ultimo tratto, da piazza Verdi al santuario, è quello con più gente, quasi 13.000 persone, ma ha 32 metri di uscite in totale e può far passare più di 40 persone al secondo, il dato migliore del percorso.
Il tratto tra il Suffragio e piazza Verdi, con appena 350 persone, è l’unico a rischio basso: serve come valvola di sfogo e come corridoio per le ambulanze. Gli altri cinque sono a rischio medio.
La relazione ammette un limite: i numeri dell’ultimo settore vanno verificati, perché il pubblico delle piazze vicine rischia di essere contato insieme a quello sul tratto. È il primo punto da chiudere prima della prossima edizione.
La stanza al piano di sopra
La novità vera del 2026 però non sta nei fogli di calcolo. Sta in una stanza sopra l’ufficio turistico di via Ascenzi. Lì è stato montato un centro di comando con un grande schermo su cui ogni radio degli operatori compare su una mappa, in tempo reale. Al tavolo, accanto ai responsabili delle comunicazioni di AR Security, c’erano un funzionario della Polizia di Stato, uno dei Vigili del fuoco, il responsabile del servizio sanitario, quello della Protezione civile e un operatore che gestiva i messaggi di evacuazione sui maxischermi lungo il percorso. Un’altra radio seguiva la sindaca.
Le radio lavorano tutte sullo stesso canale, ma la sala può parlare con una sola radio o con un gruppo senza che gli altri sentano. Se c’è un’anomalia in un settore, la sala chiama sul canale riservato il responsabile di quel tratto e le unità mobili più vicine, dà l’ordine di far uscire la gente, in silenzio o a voce, e intanto Polizia, Vigili del fuoco e sanitari muovono le loro squadre. Il resto del percorso non sente niente e non si muove. I messaggi hanno tre livelli di priorità, verde, giallo e rosso, e vengono tutti registrati.
Un collegamento satellitare e un generatore tengono in piedi il centro anche in caso di blackout. Resta fisso il raccordo con la sala operativa della Questura.
Chi sta in prima linea
C’è un dettaglio che vale la pena guardare da vicino. Chi presidia i varchi, apre le vie laterali e parla al pubblico nei primi secondi di un’emergenza non è un poliziotto e nemmeno un vigile del fuoco. È un addetto ai servizi di controllo, una figura nata con il decreto del 6 ottobre 2009 per le discoteche e poi usata, dopo le circolari Gabrielli e Morcone del 2017, in tutte le manifestazioni pubbliche. La legge però è rimasta quella di diciassette anni fa: nessuna qualifica giuridica, una formazione pensata per i locali e non per le piazze, nessuna tutela penale per chi viene aggredito mentre fa un servizio che lo Stato ha reso obbligatorio.
Su questo punto lavora da anni l’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria. AISS chiede che gli addetti ottengano la qualifica di incaricato di pubblico servizio e che venga riconosciuta la figura della guardia del corpo disarmata, un lavoro che centinaia di operatori fanno alla luce del sole ma che formalmente la legge vieta. A maggio l’associazione ha segnalato una serie di casi di security abusiva, dall’Agrigentino all’Umbria fino al Lake Como Wine Festival, dove sei persone sono state denunciate per un servizio senza licenza prefettizia. Per AISS non sono sviste ma un modello da chiudere, quello del volontariato improvvisato spacciato per sicurezza. Le norme UNI 11925 e 11926 del 2023 sugli ausiliari alla sicurezza, sono le due norme che si devono ad AISS e al suo presidente Franco Cecconi che attraverso la prassi di riferimento normativo UNI PDR 54 ha costretto il mondo della sicurezza privata nazionale ad interrogarsi su come regolamentare un settore che sotto molti aspetti rimane ancora privo di regole, come ad esempio quello della protezione delle persone da parte di personale privato, le famose guardie del corpo.
Viterbo mostra cosa succede quando la sicurezza sussidiaria è affidata a un’impresa con licenza, con operatori formati e una catena di comando condivisa con le forze dello Stato. È il modello che AISS vorrebbe diventasse la regola.
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