Italia-Giappone: dalla diplomazia militare a una vera cooperazione operativa
Per decenni Italia e Giappone sono stati due alleati degli Stati Uniti collocati agli estremi opposti del sistema strategico occidentale: Roma concentrata soprattutto sul Mediterraneo e sul fianco europeo della NATO, Tokyo proiettata necessariamente verso il Pacifico occidentale. Oggi questa separazione geografica conta molto meno.
La sicurezza euro-atlantica e quella dell’Indo-Pacifico sono sempre più legate dalla dipendenza dalle rotte marittime, dalle catene di approvvigionamento tecnologiche, dalla produzione di semiconduttori, dalla competizione per le materie prime e, soprattutto, dall’evoluzione rapidissima delle capacità militari.
È in questo quadro che il rapporto tra Italia e Giappone sta assumendo una dimensione interessante soprattutto dal punto di vista militare.
Non si tratta più soltanto di visite istituzionali o dichiarazioni di intenti. Negli ultimi anni sono comparsi elementi molto più concreti: unità navali italiane schierate regolarmente nell’Indo-Pacifico, esercitazioni con le Forze di autodifesa giapponesi, un accordo logistico tra le rispettive forze armate e, soprattutto, il Global Combat Air Programme (GCAP), probabilmente il più ambizioso programma aeronautico al quale l’Italia abbia mai partecipato.
Il Giappone che cambia
Per comprendere la portata della cooperazione occorre innanzitutto osservare ciò che sta accadendo in Giappone.
Tokyo sta attraversando una profonda trasformazione della propria postura militare. La pianificazione giapponese prevede un rafforzamento della difesa aerea e antimissile integrata, delle capacità senza pilota e soprattutto delle armi stand-off, cioè sistemi capaci di colpire mantenendo la piattaforma di lancio al di fuori dell’area maggiormente minacciata.
Nel 2026 sono iniziate, tra l’altro, le consegne dei missili statunitensi Tomahawk e dei Joint Strike Missile, mentre sono entrati nei reparti anche i primi sistemi stand-off sviluppati in Giappone. Il ministero della Difesa giapponese destina nel FY2026 circa 973 miliardi di yen alle sole capacità stand-off, comprendendo missili Type-12 evoluti, sistemi ipersonici, JSM e JASSM.
Non significa che il Giappone abbia abbandonato la natura difensiva della propria dottrina. Tokyo continua a definire tali capacità come strumenti di autodifesa e colloca le cosiddette capacità di contrattacco entro condizioni giuridiche precise. Militarmente, però, il cambiamento è rilevante. Alla difesa tradizionalmente imperniata sull’intercettazione si affiancano sensori distribuiti, reti di comando e controllo, capacità a lungo raggio e possibilità di intervenire contro la sorgente della minaccia dopo l’inizio di un attacco armato.
Per l’Italia significa avere come interlocutore non soltanto una grande potenza industriale, ma un Paese che sta investendo in molti dei settori destinati a determinare il combattimento dei prossimi decenni.
Ed è qui che gli interessi cominciano a coincidere.
L’Indo-Pacifico italiano non è più una parentesi
Anche la presenza militare italiana nell’area è cambiata.
Nel 2023 il pattugliatore polivalente d’altura Francesco Morosini era arrivato a Yokosuka (foto). Nel 2024 è stato il turno di un dispiegamento di ben altra dimensione: il carrier strike group della Marina Militare con la portaerei Cavour, la fregata Alpino e successivamente il pattugliatore polivalente d’altura Raimondo Montecuccoli.

Proprio a Yokosuka, nell’agosto 2024, la Marina dichiarò il raggiungimento della capacità operativa iniziale della propria componente F-35B imbarcata. Non fu soltanto una coincidenza geografica: conseguire un passaggio così importante della capacità aeronavale nazionale durante una campagna operativa dall’altra parte del mondo aveva un evidente valore militare. Dimostrava la possibilità di trasferire, sostenere e impiegare una componente aerotattica di quinta generazione a migliaia di miglia dalle basi nazionali.
La continuità è forse ancora più importante del singolo dispiegamento.
Nel 2025 la fregata Antonio Marceglia ha nuovamente raggiunto il Giappone. A settembre 2026 è arrivato a Yokosuka il PPA Giovanni delle Bande Nere, che ha svolto attività addestrativa con la Forza Marittima di Autodifesa giapponese. L’ambasciata italiana a Tokyo ha esplicitamente sottolineato come ormai la presenza navale italiana nell’area non possa più essere considerata episodica. È un aspetto da non sottovalutare.
Una Marina non diventa realmente interoperabile con una forza partner attraverso i convegni. Occorre navigare insieme, comunicare attraverso procedure compatibili, rifornirsi, coordinare le unità, condividere scenari addestrativi e verificare concretamente la capacità di operare all’interno dello stesso dispositivo. La diplomazia navale è importante proprio quando dietro la bandiera comincia ad esserci questa sostanza.
Il dettaglio poco appariscente: la logistica
Esiste poi un passaggio meno spettacolare del GCAP o di una portaerei, ma militarmente essenziale. Il 25 novembre 2024 Italia e Giappone hanno firmato un Acquisition and Cross-Servicing Agreement, comunemente indicato con l’acronimo ACSA, entrato in vigore nel settembre 2025. L’accordo definisce il quadro per la fornitura reciproca di beni e servizi tra le forze armate italiane e le Forze di autodifesa giapponesi.
Può sembrare burocrazia. Non lo è.
La capacità di sostenere un reparto lontano dal territorio nazionale dipende dalla possibilità di ottenere carburante, servizi, materiali e supporto logistico attraverso strutture alleate o partner. Più una cooperazione militare diventa regolare, più questo genere di accordi acquista importanza.
Per una Marina o un’Aeronautica che debbano operare nell’Indo-Pacifico, la logistica è parte della capacità di combattimento tanto quanto – se non più di – un missile o un radar.
L’ACSA rende quindi più semplice trasformare una visita occasionale in presenza operativa e, soprattutto, rende più credibile la possibilità di aumentare complessità e durata delle attività congiunte.
GCAP: molto più di un nuovo caccia
Il vero salto di scala rimane tuttavia il Global Combat Air Programme. Italia, Giappone e Regno Unito intendono mettere in servizio dal 2035 una nuova capacità di combattimento aereo destinata a confrontarsi con le minacce degli anni Quaranta e successivi. Nel 2026 il programma ha compiuto passaggi decisivi: l’organizzazione governativa internazionale GCAP e la joint venture industriale Edgewing hanno sottoscritto nuovi contratti, mentre il Canada è diventato il primo Paese osservatore.

Ridurre il GCAP alla definizione di “caccia di sesta generazione” rischia però di essere fuorviante. Il velivolo sarà soltanto il nodo più visibile di un’architettura molto più vasta. Il programma comprende sensoristica avanzata, comunicazioni integrate, gestione di enormi quantità di dati, intelligenza artificiale, cooperazione tra piattaforme con equipaggio e senza equipaggio, guerra elettronica, capacità di comando e controllo e integrazione multidominio. L’obiettivo dichiarato dall’industria è sviluppare una capacità estremamente connessa e adattabile, inserita in una logica di system of systems.
Ed è probabilmente questo l’aspetto strategicamente più importante anche per l’Italia. Costruire un programma del genere significa condividere per decenni requisiti operativi, ricerca, tecnologie, standard, sicurezza delle informazioni, processi industriali e una parte significativa della cultura progettuale delle rispettive forze aeree.
Il GCAP crea quindi un livello di integrazione tra Italia e Giappone enormemente superiore a quello che potrebbe derivare dalla semplice compravendita di un sistema d’arma. Significa decidere insieme come potrebbe essere combattuta la guerra aerea tra quindici o vent’anni.
Due esperienze militari complementari
Esiste inoltre una complementarità interessante. Il Giappone dispone di una base tecnologica estremamente avanzata e opera quotidianamente in uno degli ambienti strategici più complessi del pianeta, dove deve affrontare la crescente diffusione di missili balistici, sistemi ipersonici, capacità navali, aeree e senza pilota. L’Italia porta invece una lunga esperienza di operazioni multinazionali, una Marina con capacità aeronavale, competenze consolidate nel settore aerospaziale, nell’elettronica, nella cantieristica militare e nei sistemi di missione, oltre alla partecipazione a programmi complessi come Eurofighter e F-35.
La cooperazione può quindi produrre qualcosa di più interessante della semplice somma delle tecnologie disponibili. Può mettere a confronto due differenti culture operative. E quando questo avviene mentre si progetta la successiva generazione di sistemi di combattimento, il beneficio può riguardare dottrina, addestramento e modalità d’impiego prima ancora che l’hardware.
Non sorprende quindi che nel luglio 2026, durante il colloquio tra i ministri della Difesa Guido Crosetto e Koizumi Shinjirō, Italia e Giappone abbiano nuovamente indicato come settori prioritari non soltanto il GCAP, ma anche gli scambi tra le rispettive forze, la tecnologia e gli equipaggiamenti militari.
È in questa cornice che va letto l’incontro svoltosi ieri a Palazzo Marina tra il sottosegretario di Stato alla Difesa Matteo Perego di Cremnago e il viceministro della Difesa giapponese Wakabayashi Yohei. Nel colloquio sono stati affrontati la situazione geopolitica, la cooperazione bilaterale e l’evoluzione dell’Indo-Pacifico.

Perego ha posto in particolare l’accento sulla necessità di conservare la competitività tecnologica di fronte alla velocità con cui stanno evolvendo le minacce e ha indicato il GCAP come un programma capace di produrre ricadute industriali, occupazionali e tecnologiche anche oltre il settore strettamente militare.
Wakabayashi ha a sua volta richiamato il contributo italiano alla sicurezza internazionale e la qualità dell’industria nazionale della difesa.
Preso isolatamente sarebbe uno dei molti incontri che accompagnano normalmente le relazioni tra due Paesi amici. Inserito nella sequenza degli ultimi tre anni assume però un significato differente.
Prima sono arrivate le navi. Poi le esercitazioni. Poi gli strumenti logistici per sostenerle. Parallelamente è cresciuta la cooperazione industriale e il GCAP è passato progressivamente dalle dichiarazioni politiche alla costruzione di un’organizzazione e di una struttura industriale comune. L’incontro di Palazzo Marina non crea quindi da solo una nuova capacità militare. È però un segnale positivo proprio perché conferma la continuità politica necessaria a consolidare quanto si sta costruendo sul piano operativo, tecnologico e industriale.
Tra Roma e Tokyo la distanza geografica rimane enorme. Quella militare, molto meno.
L’articolo Italia-Giappone: dalla diplomazia militare a una vera cooperazione operativa proviene da Difesa Online.
Per decenni Italia e Giappone sono stati due alleati degli Stati Uniti collocati agli estremi opposti del sistema strategico occidentale:…
L’articolo Italia-Giappone: dalla diplomazia militare a una vera cooperazione operativa proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
