“Non siamo in guerra con gli Houthi”. Stiamo solo difendendo chi li bombarda
Un F-2000 italiano colpito a terra nella base saudita di Ta’if può essere raccontato come un incidente di teatro… nessun militare ferito, un velivolo danneggiato. Ma il 18 settembre è accaduto qualcosa di più serio. Un aereo da combattimento italiano, schierato per concorrere alla difesa aerea del Golfo, è stato raggiunto mentre Arabia Saudita e Houthi sono tornati a colpirsi direttamente.
A questo punto la domanda non riguarda più soltanto la sicurezza dei nostri militari. Riguarda il mandato con cui sono lì.
Task Force Air – Arabia
Il 5 marzo 2026 Guido Crosetto informa il Senato che, per il deterioramento della situazione regionale, 239 militari italiani vengono trasferiti dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem in Arabia Saudita. Il contesto è la crisi con l’Iran e l’adeguamento della postura italiana nel Golfo. La presenza italiana nel Regno, dunque, non nasce in segreto.
Dalla seconda metà di marzo prende forma la Task Force Air – Arabia. La Difesa la definisce un “dispositivo nazionale a supporto della difesa aerea dei Paesi partner del Golfo”: Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein.

Il contingente nazionale è costituito da circa 300 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita e Kuwait. Comprende un E-550A CAEW per allarme precoce, sorveglianza e comando e controllo; quattro Eurofighter F-2000A impiegati per concorrere alla difesa dello spazio aereo assegnato; un C-130J/KC-130J per trasporto tattico e supporto operativo, oltre al task group Kuwait per il supporto tecnico specialistico alla Kuwait Air Force.
Non è una presenza simbolica. È un dispositivo capace di scoprire una minaccia, identificarla, seguirla e concorrere alla sua neutralizzazione.
Il 1° settembre il cambio di comando avviene proprio nella base King Fahd di Ta’if (foto). Diciassette giorni dopo, nella stessa installazione, viene colpito un F-2000 italiano.

Il problema parlamentare esisteva già
Il 3 agosto, quindi ben prima dell’attacco, diciannove senatori avevano chiesto formalmente “sulla base di quale specifica autorizzazione parlamentare” fosse presente in Arabia Saudita un dispositivo italiano di tale entità e capacità operativa.
Il Parlamento non ignorava quindi l’Arabia Saudita: il 5 marzo Crosetto aveva annunciato il trasferimento dei 239 militari. Ma conoscere uno spostamento non equivale automaticamente ad aver autorizzato qualsiasi successivo impiego operativo.
La legge 145 del 2016 prevede che il governo indichi alle Camere, per ciascuna missione, area geografica, obiettivi, base giuridica, assetti, personale, durata e fabbisogno finanziario. Le Camere autorizzano o negano la partecipazione.
L’Arabia Saudita non è uno spettatore rispetto allo Yemen. Dal 26 marzo 2015 ha guidato la coalizione intervenuta contro gli Houthi a sostegno del governo yemenita internazionalmente riconosciuto. Riad ha sempre rivendicato la legittimità dell’intervento e il rispetto del diritto internazionale umanitario.

La documentazione internazionale è però pesantissima. Il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen ha documentato raid della coalizione contro aree residenziali e beni civili e ha ritenuto che alcune condotte delle parti, comprese quelle della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati, potessero costituire gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e, se accertate da un tribunale competente, comportare responsabilità per crimini di guerra.
Abitazioni, mercati, matrimoni, funerali, strutture sanitarie e persino autobus con bambini sono entrati nella contabilità di una guerra devastante.

Questo non assolve gli Houthi, anche a loro carico sono state documentate gravi violazioni, tra cui attacchi indiscriminati, mine, detenzioni arbitrarie, torture e reclutamento di minori.
È improprio ridurre lo Yemen ad un lotta contro una marginale banda di “ribelli”. Gli Houthi controllano la maggior parte del Paese e dispongono di missili, droni, forze terrestri e strutture di comando consolidate.
Dopo la tregua del 2022 gli scontri diretti con Riad si erano drasticamente ridotti. Nel 2026 il quadro è cambiato. Attacchi reciproci hanno riaperto un fronte che sembrava congelato.
Ed è qui che ora cambia il significato della presenza italiana.
Difendere il partner o combattere il suo nemico?
Proteggere i Paesi del Golfo da una minaccia iraniana è una cosa. Garantire la difesa aerea dell’Arabia Saudita mentre essa è nuovamente coinvolta in una guerra è altro.

Non perché difendere lo spazio aereo saudita sia di per sé illegittimo. Il problema è stabilire dove finisca la difesa del partner e dove possa cominciare la partecipazione alle sue ostilità.
Se un F-2000 italiano abbattesse un missile Houthi diretto contro una base saudita, starebbe applicando il mandato di difesa del Golfo oppure usando la forza contro una delle parti del conflitto?
Se l’E-550A italiano (il “sistema multi-sensore con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, più avanzato in servizio con le forze aeree europee“) fornisse un quadro tattico impiegato dalle forze saudite durante operazioni contro gli Houthi, saremmo ancora nella sola sorveglianza difensiva?
Il ministro Crosetto ha chiesto di verificare la possibilità di richiamare sotto comando nazionale assetti navali oggi impegnati in altre missioni nell’area. A quel punto sarebbe davvero sorprendente che gli Houthi non si interrogassero sul perimetro del coinvolgimento italiano.

Esistono dunque limiti che impediscono agli assetti italiani di concorrere, direttamente o indirettamente, ad azioni offensive contro lo Yemen? Non abbiamo elementi pubblici per affermare che l’Italia partecipi a operazioni offensive. Proprio per questo le risposte spettano al governo e al parlamento.
“Non siamo in guerra”. Da Sana’a, però, arriva un avvertimento…
Dopo l’attacco di Ta’if Crosetto ha ribadito che “l’Italia non è in guerra” e che né Parlamento né Quirinale sono stati tenuti all’oscuro.
Sul fatto che la presenza italiana non fosse segreta gli atti gli danno ragione. Ma “l’Italia non è in guerra” non chiarisce cosa possano fare i nostri F-2000 contro un vettore Houthi, quali informazioni possa condividere l’E-550A o quale sia il limite oltre il quale il sostegno alla difesa saudita diventi impiego della forza contro il suo avversario.

Da Sana’a arriva una dichiarazione da leggere con attenzione. Muhammad Mansur, funzionario dell’amministrazione Houthi, dice all’ANSA: “Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese”, per poi chiedere cosa facciano gli aerei italiani in Arabia Saudita “a sostegno della guerra di Riad contro di noi”.
Gli Houthi non dicono di temerci ma non formulano, almeno in questa dichiarazione, una minaccia esplicita. Tracciano però una linea… non vi consideriamo nostri nemici, non diventate parte del dispositivo del nostro nemico.
È un avvertimento. Trasformare “non siamo in guerra con l’Italia” in una rassicurazione richiede un certo coraggio. Soprattutto quando, ventiquattr’ore prima, un aereo militare italiano è già stato colpito dentro una base saudita.
La domanda senza risposta
Il Parlamento ha autorizzato il rafforzamento della difesa del Golfo e il sostegno ai Paesi partner. Quella decisione fu però assunta in uno scenario preciso. Oggi l’Arabia Saudita è nuovamente coinvolta in ostilità con gli Houthi e mezzi italiani sono inseriti nel suo dispositivo di difesa aerea.

Il Parlamento ha autorizzato la difesa del Golfo. Ha autorizzato anche l’Italia a diventare, eventualmente, parte della guerra tra Arabia Saudita e Houthi?
Se la risposta è no, il governo dovrebbe spiegare quali regole d’ingaggio, limiti geografici e vincoli operativi impediscano che ciò accada. Se ritiene che la risposta sia sì, dovrebbe indicare dove e quando le Camere abbiano autorizzato quel passaggio.
Dopo Ta’if non si discute più di un rischio astratto. E dopo il messaggio arrivato da Sana’a non si può fingere che l’altra parte non ci abbia visto.
C’è infine un cronico problema di linguaggio che l’Italia trascina da decenni. Peacekeeping e peace enforcement sono state categorie operative e giuridiche usate come una coperta rassicurante sopra realtà nelle quali i nostri militari sparavano, venivano attaccati, cadevano e combattevano. I reduci di troppe operazioni – dal fante al pilota, dal marinaio al carabiniere – non hanno avuto bisogno di un glossario per capire di trovarsi in guerra.
Dopo decenni di acrobazie linguistiche, sarebbe forse il momento di una maturità democratica elementare: chiamare le cose con il loro nome e lasciare che sia il Parlamento a decidere consapevolmente quali rischi il Paese intenda assumersi.
Ripetere “non siamo in guerra” mentre un nostro caccia viene colpito nella base di una parte belligerante non chiude la questione. Al massimo tranquillizza il linguaggio. La realtà, molto meno.
L’articolo “Non siamo in guerra con gli Houthi”. Stiamo solo difendendo chi li bombarda proviene da Difesa Online.
Un F-2000 italiano colpito a terra nella base saudita di Ta’if può essere raccontato come un incidente di teatro… nessun…
L’articolo “Non siamo in guerra con gli Houthi”. Stiamo solo difendendo chi li bombarda proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
