Droni, Ucraina e silenzi selettivi: il paradosso della comunicazione della Difesa
“Esercito 1659 Drone Challenge” merita innanzitutto un plauso. Per due giorni l’Ippodromo Militare “Generale Pietro Giannattasio” di Tor di Quinto ha messo insieme Esercito, tecnologia, sport, giovani e cittadini. Quaranta piloti civili e militari si sono confrontati nelle categorie OPEN e PRO, mentre il Drone Village ha consentito al pubblico di avvicinarsi a tecnologie, simulatori e personale della Forza Armata. Una manifestazione aperta, gratuita e accessibile, pensata proprio per raccontare innovazione e cultura militare senza barriere inutili. Esattamente il genere di iniziativa che avvicina le Forze Armate al Paese.

Quanto accaduto durante l’incontro con la Stampa appare tuttavia paradossale… Il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, stava parlando di droni e delle loro possibili applicazioni. Ha citato esplicitamente l’Ucraina. Parlando dei sistemi terrestri senza pilota ha spiegato che «i droni terrestri in Ucraina», senza entrare nelle operazioni, vengono utilizzati anche per recuperare feriti senza esporre altri soldati al pericolo. Ha poi allargato il ragionamento agli impieghi civili e concluso ribadendo un concetto che sostiene da tempo: la tecnologia è un mezzo, non il fine, e l’uomo deve rimanere al centro.
Dunque sgombriamo immediatamente il campo da un possibile equivoco: non c’era alcun tabù sulla parola Ucraina. Il generale ne aveva appena parlato…

Gli abbiamo rivolto una domanda: «generale, quali altri aspetti ha imparato la settimana scorsa in Ucraina?». La risposta? Mutismo imbarazzato…
Non stavamo chiedendo al capo dell’Esercito informazioni classificate, disposizioni operative, vulnerabilità o piani riservati. Stavamo chiedendo quali ulteriori elementi avesse ricavato da una visita in Ucraina compiuta pochi giorni prima, proprio mentre si stava parlando di droni.
Una visita che, peraltro, non era segreta. L’8 e 9 settembre una delegazione dell’Esercito Italiano guidata da Masiello aveva incontrato le Forze Terrestri ucraine per approfondire l’esperienza maturata nell’impiego di unità meccanizzate, artiglieria, sistemi senza pilota e guerra elettronica. La notizia era stata resa pubblica… dalla parte ucraina.

La stessa Ambasciata d’Italia in Ucraina (plauso alla Farnesina!) ha raccontato pubblicamente i due giorni di lavoro, spiegando che l’obiettivo era conoscere le capacità sviluppate sul campo e che «particolare attenzione» era stata dedicata ai sistemi unmanned e alla loro integrazione nelle operazioni.

È dunque difficile sostenere che l’argomento in sé fosse “indicibile”.
E allora la domanda diventa un’altra: perché Masiello poteva parlare dell’Ucraina e dei droni in termini generali ma non poteva rispondere a una domanda sui droni collegata alla visita appena effettuata?
Se esistesse una spiegazione ragionevole, saremmo felici di conoscerla. Perché il punto, sia chiaro, non è Carmine Masiello. La stima nei suoi confronti rimane intatta. Anzi, assistere a una scena del genere suscita soprattutto amarezza verso un ufficiale che ha dimostrato in questi anni di avere idee chiare sulla trasformazione dell’Esercito e che, proprio sui droni, sull’innovazione e sull’esperienza ucraina avrebbe probabilmente molto da dire. Lo stesso vale per tanti uomini e donne delle nostre Forze Armate. A professionisti ai quali chiediamo responsabilità enormi, capacità decisionale, iniziativa e adattamento non dovrebbe essere imposto, davanti a domande perfettamente legittime, un ritorno al vecchio e naiesco “mutismo e rassegnazione”.
Naturalmente esistono informazioni che devono rimanere riservate e sarebbe irresponsabile sostenere il contrario. Movimenti, procedure, capacità, vulnerabilità, informazioni d’intelligence e determinati dettagli operativi non appartengono al dibattito pubblico. Ma una democrazia matura dovrebbe essere altrettanto capace di distinguere ciò che deve essere protetto da ciò che può essere raccontato.

Proprio qui che nasce il dubbio. In decenni la comunicazione della Difesa italiana aveva compiuto un percorso encomiabile di apertura. Giornalisti nelle missioni, nei reparti, sulle navi, sugli aerei, durante le esercitazioni. Non tutto era accessibile, ovviamente, ma sembrava essersi consolidato un principio elementare: spiegare ciò che può essere spiegato rafforza l’istituzione, non la indebolisce.
Oggi questo principio dovrebbe valere più che mai. La disinformazione non si combatte producendo un vuoto informativo. Perché il vuoto viene riempito. Da altri governi, dai social network, dalla propaganda, da ricostruzioni interessate, da chiunque arrivi prima con una versione plausibile dei fatti.
Proprio l’Ucraina offre materia di riflessione. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières, l’Ucraina è al 55° posto e l’Italia al 56°. Un solo posto di differenza, dunque, e sarebbe scorretto trasformare quella graduatoria in una sentenza assoluta sulla qualità delle due democrazie. Ma il dettaglio degli indicatori è più interessante… l’Ucraina ottiene punteggi superiori all’Italia negli ambiti politico, economico, giuridico e socioculturale; viene comprensibilmente penalizzata in maniera pesantissima sul versante della sicurezza, trovandosi in guerra.
RSF descrive infatti il panorama mediatico ucraino come diversificato e resiliente, pur denunciando le enormi conseguenze dell’invasione russa sulla sicurezza e sul lavoro dei giornalisti. Per l’Italia segnala invece, tra gli altri problemi, pressioni sulla libertà di copertura delle vicende giudiziarie, querele abusive e intimidazioni.

La graduatoria RSF non dimostra, ovviamente, che quanto accaduto a Tor di Quinto sia un caso di censura. Sarebbe una forzatura. Ma rende difficile liquidare come “irrilevante” una domanda sulla qualità della nostra cultura della comunicazione.
Perché se un Paese sottoposto da oltre quattro anni a una guerra su vasta scala riesce a rendere pubblica la visita del capo dell’Esercito di un alleato, a raccontarne gli interlocutori e persino i principali temi affrontati, diventa quantomeno curioso che, in Italia, quello stesso capo dell’Esercito non possa rispondere a una domanda generale sull’esperienza appena maturata.

Dobbiamo domandarci se, proprio nel momento storico in cui avremmo maggiore bisogno di una comunicazione autorevole e trasparente, non stia prevalendo una strategia miope della chiusura.
La Drone Challenge ha dimostrato l’esatto contrario: quando l’Esercito apre i cancelli, mostra ciò che fa, parla ai cittadini e mette i propri uomini a contatto con il pubblico, non perde autorevolezza. La guadagna.
Ecco perché la scena stride tanto. Possiamo mostrare i droni. Possiamo spiegare che stanno cambiando la guerra. Possiamo parlare dell’Ucraina. Possiamo andare in Ucraina per studiarne l’esperienza. Gli ucraini possono raccontare che siamo andati a studiarla. La nostra Ambasciata può spiegare pubblicamente che abbiamo approfondito proprio l’impiego dei sistemi senza pilota.
Ma quando un giornalista domanda al generale appena tornato: «Che cosa ha imparato?», improvvisamente la conversazione deve tornare “sull’evento”.
Se questo “regime” comunicativo è davvero la strada definitiva imboccata dalla Difesa, ci auguriamo che qualcuno ne stia valutando con attenzione costi e benefici. Perché oggi possiamo limitarci a constatare un silenzio imbarazzante. Ma se un giorno venisse invece dimostrato che un eccesso di chiusura, in una fase storica dominata dalla guerra dell’informazione, ha prodotto un danno concreto alla credibilità delle istituzioni o alla capacità del Paese di contrastare la disinformazione, allora non basterà spiegare che “si voleva essere prudenti”, bisognerà capire chi ha deciso, perché e con quali risultati.
A quel punto di notti di San Lorenzo potremmo vederne parecchie.
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