Il Sud senza carburante e senza telegiornali
Per una settimana il Mezzogiorno ha vissuto una crisi di approvvigionamento che qualsiasi manuale di protezione delle infrastrutture critiche classificherebbe come evento serio. Autotrasportatori e agricoltori in presidio da Foggia a Cosenza, i lavoratori dell’ex Ilva davanti ai cancelli della raffineria Eni di Taranto, autocisterne ferme. Nel giro di pochi giorni metà dei distributori Enilive pugliesi è rimasta a secco, gli scaffali dei supermercati si sono svuotati e gli aeroporti di Bari e Brindisi hanno avuto problemi di rifornimento. A Matera la polizia ha dovuto regolare il traffico davanti alle pompe.
Chi vive a Roma o a Milano lo ha scoperto in ritardo. Agenzie, stampa regionale e alcune testate nazionali hanno seguito la crisi dall’inizio. I telegiornali generalisti, ancora la prima fonte di informazione per milioni di italiani, l’hanno tenuta ai margini per giorni, mentre la scaletta inseguiva la cronaca nera. L’opposizione parla di censura, il governo ha convocato un tavolo con le categorie per il 27 ottobre.
Ridurre tutto alla domanda “c’è stato un ordine dall’alto?” significa guardare il problema dal lato sbagliato. Un ordine scritto probabilmente non esiste e non serve. Quello che conta è l’effetto: per giorni una parte del Paese ha visto la propria crisi ignorata dal racconto nazionale. E per chi si occupa di sicurezza, quell’effetto ha un nome preciso. Vuoto informativo.
Quando i canali istituzionali tacciono, lo spazio lo occupano le chat WhatsApp, i video delle code, i messaggi vocali che annunciano blocchi imminenti. La “psicosi carburante” descritta dai quotidiani locali ha svuotato le pompe più in fretta dei picchetti. Ci si è messo anche il tetto ai prezzi Eni, che ha concentrato gli automobilisti sugli stessi impianti.
Un’informazione nazionale tempestiva avrebbe potuto dire poche cose semplici: dove si trova carburante, quanto durerà il blocco, perché fare scorte peggiora la situazione. Non è arrivata. Al suo posto hanno girato video, vocali e messaggi inoltrati di cui nessuno poteva verificare origine e data. Ogni messaggio era plausibile, quasi nessuno verificabile, e ciascuno spingeva qualcuno in più verso la pompa.
Perché il silenzio è una vulnerabilità
In una crisi di approvvigionamento il comportamento della popolazione non è uno sfondo, è una variabile della crisi stessa. Mille automobilisti che fanno il pieno “per sicurezza” svuotano un distributore come un blocco stradale. L’informazione è l’unico strumento che uno Stato democratico ha per orientare quel comportamento senza ricorrere alla coercizione. Quando manca, la crisi si autoalimenta. Per questo l’informazione pubblica va considerata un’infrastruttura critica di secondo livello: non trasporta merci, ma coordina le persone che le cercano.
Il secondo punto riguarda gli avversari. Da anni la NATO studia il dominio cognitivo come spazio di confronto, e la regola di base è semplice: non serve creare una crisi, basta inserirsi in una crisi vera. Costa poco, è difficile da attribuire, non richiede di inventare nulla. Bastano un disagio reale e una frattura già esistente. In Italia la frattura tra Nord e Sud è pronta all’uso, così come la rabbia per il carovita. Nel 2024 diversi analisti europei hanno documentato come reti di account filorussi abbiano amplificato le proteste degli agricoltori in mezza Europa, spingendo sempre lo stesso racconto: i governi vi hanno abbandonati.
Qui il silenzio dei media principali diventa decisivo. Chi diffonde un messaggio manipolatorio ha bisogno di credibilità, e la ottiene gratis quando può dire “questo non ve lo racconta nessuno“. Se i telegiornali tacciono, quella frase è vera. Chi la pronuncia guadagna autorità, chi tace la perde. In una guerra cognitiva un’omissione pesa quanto una notizia falsa, perché prepara il terreno su cui la notizia falsa attecchisce.
Il danno più serio però si vede dopo. La fiducia nelle fonti istituzionali è un capitale che si accumula lentamente e si spende tutto nelle emergenze. Una comunità che si è sentita ignorata durante la crisi del carburante ascolterà meno i canali ufficiali alla crisi successiva: un blackout elettrico, un attacco informatico a una rete sanitaria, un’emergenza legata a un conflitto. In quel momento lo Stato avrà bisogno di essere creduto subito, senza discussioni. E scoprirà di aver già consumato quel credito.
C’è infine un aspetto che riguarda chi decide. I media nazionali non informano solo i cittadini, segnalano alle istituzioni cosa è urgente. Una crisi che non arriva nei telegiornali della sera arriva tardi anche sui tavoli di governo, e la risposta segue lo stesso ritardo. Intanto chi osserva da fuori prende appunti: una sola raffineria che rifornisce tre regioni, i tempi di reazione delle istituzioni, il comportamento del sistema mediatico sotto pressione. Ogni crisi gestita male è anche una lezione gratuita per chi studia le nostre debolezze.
Ad aprile Reporters sans frontières ha fatto scendere l’Italia dal 49° al 56° posto nel suo indice sulla libertà di stampa. Le cause indicate sono note: le minacce delle mafie, soprattutto al Sud, le intimidazioni di gruppi estremisti, l’abuso delle querele temerarie e una cornice legale che non si è rafforzata. La classifica ha limiti di metodo e va letta con cautela. Coglie però un clima.
L’episodio di questi giorni aggiunge una dimensione che l’indice misura poco: la capacità del sistema informativo pubblico di vedere il Paese per intero. Il servizio pubblico ha una governance che dalla riforma del 2015 dipende in larga parte dall’esecutivo. Il problema riguarda tutti i governi, non uno solo, ed è proprio quello che lo European Media Freedom Act chiede agli Stati di correggere. Non servono ordini per produrre allineamento. Basta una catena di nomine che premia la prudenza e una redazione che impara a capire da sola cosa conviene non vedere.
Resilienza significa anche informazione
La strategia europea per la preparazione chiede ai cittadini di essere pronti a cavarsela da soli per 72 ore in caso di crisi. È una richiesta sensata, a una condizione: che quei cittadini sappiano cosa sta succedendo. Fare scorte, spostarsi, rinunciare a un viaggio, sono decisioni che si prendono sulla base delle informazioni disponibili. Se le informazioni arrivano da una chat di quartiere invece che da una fonte riconoscibile, le decisioni saranno sbagliate, e moltiplicate per migliaia di persone producono esattamente la crisi che si voleva evitare.
Altri Paesi europei hanno tratto le conclusioni da tempo. La Svezia nel 2022 ha creato un’agenzia per la difesa psicologica, con il compito di individuare e contrastare le operazioni di influenza che sfruttano le crisi interne. Il principio è semplice: la fiducia nell’informazione pubblica è un bene strategico, da proteggere come un deposito di carburante. L’Italia dispone di IT-alert, il sistema di allarme pubblico della Protezione civile, pensato però per terremoti, alluvioni e incidenti industriali. Una crisi di approvvigionamento che paralizza tre regioni non rientra in nessuna casella, e così nessuno ha il compito di raccontarla al Paese in modo ordinato.
Il servizio pubblico radiotelevisivo esiste anche per questo. Il canone non paga solo l’intrattenimento, finanzia la capacità dello Stato di parlare a tutti i cittadini nello stesso momento, da Bolzano a Reggio Calabria. Quando quella capacità si spegne su un pezzo di territorio, per scelta editoriale, per prudenza o per distrazione, il danno non è solo giornalistico. È un buco nel sistema di difesa civile.
La resilienza di una nazione si misura sulle scorte, sulle reti e sulle catene logistiche. Si misura anche sulla capacità di dire la verità al Paese mentre la crisi è in corso, non dopo.
Il Sud di questi giorni ha fatto da prova generale involontaria. Le infrastrutture logistiche hanno mostrato la loro fragilità. Quelle informative, forse, ancora di più.
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