James J. Sadkovich: Fascist Italy at War. Men and Materiel
James J. Sadkovich
Ed. Brill
pagg. 516
Da ottant’anni una parte influente della storiografia anglosassone sulla Seconda guerra mondiale ripete, come un luogo comune mai davvero verificato, l’immagine di un esercito italiano cronicamente incompetente, trascinato in guerra da un regime velleitario. È un giudizio che ha resistito persino alle smentite degli archivi.
A metterlo alla prova, con un paradosso solo apparente, è uno studioso americano. James J. Sadkovich si occupa da oltre quarant’anni delle forze armate dell’Italia fascista ed è autore dello studio di riferimento sulla Regia Marina (The Italian Navy in World War II, Greenwood Press, 1994; trad. it. La Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Feltrinelli, 2014). In Fascist Italy at War: Men and Materiel [1] torna sullo stereotipo con un’opera di sintesi pensata per il pubblico anglofono e costruita su un apparato di rara ampiezza: fonti d’archivio, storie ufficiali, memorie e letteratura critica in più lingue.
La tesi è già scolpita nel sottotitolo: per capire le sorti delle forze armate italiane bisogna partire dagli uomini e dai materiali – demografia, industria, materie prime, sistemi d’arma – e non da presunti difetti culturali o ideologici. In queste pagine, insomma, a finire sotto accusa non l’esercito regio, ma la vulgata che lo ha giudicato.
Un atto d’accusa storiografico
L’Introduzione, la parte più polemica del volume, è una critica radicale rivolta a una storiografia che, secondo Sadkovich, riflette i «pregiudizi ideologici e professionali» di chi la scrive almeno quanto le convinzioni e le azioni dei fascisti, e che l’autore definisce «teoricamente dogmatica» [pp. 1 e 34].
Nel mirino finiscono anzitutto alcuni studiosi: R. J. B. Bosworth, che aveva liquidato come «provinciali o sbagliate» (parochial or wrong-headed) le riletture di Renzo De Felice e dello stesso Sadkovich, bollandone gli autori come neonazionalisti italiani [p. 13]; Robert Mallett, che rimproverava agli storici italiani di non aver accettato i «fatti storici» stabiliti da lui e da MacGregor Knox [p. 13]; Holger H. Herwig, curatore del volume di Mallett, che archiviava quegli studi come «stanche e poco convincenti apologie revisioniste» [Ibid.].
Il bersaglio principale resta però Knox. Insieme a John Gooch, egli incarna per Sadkovich la corrente «antifascista» della storiografia anglosassone, che attribuisce la debolezza militare italiana alla cultura cattolica e a un’«incompetenza cronica» tale da impedire all’esercito regio di raggiungere gli standard tedeschi [p. 51].
È una lettura che, osserva Sadkovich, riecheggia quella del feldmaresciallo Albert Kesselring. Nel 1948, nel corso dei suoi interrogatori, Kesselring descriveva gli italiani come «meridionali» e «sanguigni» e indicava nella Chiesa cattolica e nella sua «enorme influenza […] sul semplice popolo italiano»[p. 52] una delle cause principali del loro scarso rendimento in entrambe le guerre mondiali. Il parallelo è eloquente: il giudizio che si vorrebbe scientifico ricalca quasi alla lettera il pregiudizio dell’alleato deluso.
Contro Knox l’autore chiama in causa Lucio Ceva, «uno dei maggiori storici militari italiani», che ne aveva colto una contraddizione: era lo stesso Knox a riferire che i britannici consideravano il cannone italiano da 47/32 «un buon pezzo d’artiglieria di piccolo calibro», un giudizio difficilmente conciliabile con l’incompetenza tecnica che egli intendeva dimostrare [Ibid.].
La geopolitica del giugno 1940
Nei capitoli 1 e 2 Sadkovich legge l’autarchia e la scelta del giugno 1940 attraverso la lente della Realpolitik. L’autarchia non fu un programma bellico organico, ma una risposta alle sanzioni della Società delle Nazioni per la guerra d’Etiopia (novembre 1935 – luglio 1936), presentata dallo stesso Mussolini come una «contro-sanzione» [p. 95].
Neppure l’intervento a fianco della Germania nacque da un’affinità ideologica con Hitler o da un presunto «destino comune» con il Terzo Reich. Mussolini temeva anzi l’espansione tedesca nei Balcani e nel bacino danubiano, che considerava sfere d’influenza italiane. Fino all’inverno 1939-40 il Duce sperò in una pace di compromesso: ancora ai primi di gennaio esortava Hitler a cercare un accordo con le potenze occidentali.
Il 31 marzo 1940, però, a meno di due settimane dall’incontro con Hitler al Brennero, Mussolini indirizzò al re, a Ciano, al capo di Stato maggiore generale Badoglio, ai capi di Stato maggiore delle tre forze armate e al sottosegretario alla Guerra Soddu un promemoria segretissimo. In quelle pagine l’intervento era ormai dato per certo: l’Italia non poteva restare neutrale per tutta la durata del conflitto «senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci» [p. 158]. Per Mussolini la questione non era più se entrare in guerra, ma quando e come.
A determinare la decisione finale furono le inattese vittorie tedesche, le rassicurazioni di Badoglio su una guerra breve e il timore che Londra intendesse comunque eliminare l’Italia come minaccia al proprio impero: «furono considerazioni strategiche, non l’ideologia, a convincere Mussolini» [p. 173].
A questa ricostruzione chi scrive aggiunge una considerazione che il libro autorizza, pur senza formularla in questi termini: le circostanze della primavera 1940 decisero il quando dell’intervento, ma il perché va cercato in una linea geopolitica di lungo periodo più che in un’improvvisazione del regime [2].
Gli stessi dati raccolti da Sadkovich lo suggeriscono. Quattro quinti delle importazioni marittime italiane passavano per Gibilterra o per Suez [p. 217], e già dal settembre 1939 la Gran Bretagna sottopose a controllo il traffico italiano attraverso gli stretti [p. 108]. Nella riunione del 4 febbraio 1939, davanti al Gran Consiglio del Fascismo, Mussolini aveva descritto l’Italia come una prigioniera del Mediterraneo; il Paese era ridotto a «una Malta moltiplicata per un milione», ostaggio della potenza navale britannica [p. 172].
Lo stesso Italo Balbo, governatore della Libia e contrario a un intervento italiano in un conflitto mondiale, paragonava la colonia, stretta tra la Tunisia francese e l’Egitto britannico, a «una fetta di prosciutto in un panino» [p. 148]. Nel gennaio 1940 Mussolini temeva che una sconfitta tedesca avrebbe significato «la conferma dell’egemonia militare e coloniale ai danni dell’Italia» [p. 153].
Non a caso, Mussolini voleva entrare in guerra «nelle migliori condizioni possibili e il più tardi possibile», assicurarsi il dominio del Mediterraneo e conquistare l’accesso agli oceani occupando Malta, la Corsica, Biserta, Suez e Gibilterra [Ibid.].
Respinte da Londra e Parigi – nella ricostruzione dell’autore – le aperture di Roma, un rifiuto che secondo Sadkovich rese l’intervento «inevitabile» [pp. 172-173], l’Italia si trovò davanti a un’alternativa senza vie d’uscita: restare neutrale e scivolare, chiunque avesse vinto, al rango di potenza di secondo piano [p. 153], oppure entrare in guerra contro la maggiore potenza marittima del mondo e contro la Francia, che le contendeva il Mediterraneo.
Sadkovich non definisce mai «giustificata» questa scelta. La considera anzi «un calcolo cinico, ma la Realpolitik è per definizione un approccio pragmatico a spiacevoli realtà politiche» [p. 257]. La sua ricostruzione mostra tuttavia che, naufragati i tentativi di pace negoziata, la decisione era razionale alla luce della politica mediterranea perseguita dall’Italia fin dalla guerra d’Etiopia. Razionale nei fini, però, non significava sostenibile nei mezzi.
L’aritmetica della sconfitta
È nei capitoli 3, 4 e 5 – dedicati all’energia, ai metalli e alla chimica, e al confronto tra le due guerre mondiali sul piano degli approvvigionamenti – che la tesi geopolitica trova la sua verifica empirica. Ed è qui che il libro si fa più severo sulle reali possibilità dell’Italia fascista.
Il paese produceva una quota irrisoria del petrolio mondiale. Nel 1937 il 71% delle sue importazioni petrolifere proveniva da aree che l’ingresso in guerra le avrebbe precluso; a un fabbisogno bellico stimato in 8,5 milioni di tonnellate l’anno corrispondeva una produzione nazionale di appena 120.000 tonnellate [pp. 188 e 227].
Nella Grande Guerra l’industria italiana aveva retto grazie al carbone, alle materie prime e ai crediti degli Alleati; nel 1940 l’Italia combatteva isolata, senza un impero economico da sfruttare e all’ombra di una Germania che monopolizzava le risorse del continente. Il divario era scritto nei numeri prima ancora che sui campi di battaglia.
Le eccellenze taciute
Il nucleo più originale e controcorrente dell’opera è però nei capitoli 6, 7 e 8, dedicati alla mobilitazione industriale, all’aviazione e alle forze corazzate. Il contrasto che li attraversa è anticipato nel capitolo 5: gli italiani «produssero alcune armi eccellenti, dal caccia MC.202 al cannone da 90/53, ma non riuscirono a produrle abbastanza rapidamente e in numero sufficiente per evitare la sconfitta» [p. 233].
Per Sadkovich, del resto, i limiti decisivi furono materiali: la scarsità di materie prime, alleati che consideravano secondario il fronte italiano, un’industria concentrata in poche province del Nord [p. 233]. Limiti che il fascismo avrebbe ereditato senza crearli, anche se l’autore stesso ammette che l’espansione coloniale del regime accrebbe il debito e ritardò l’ammodernamento delle forze armate.
Per gli aerei da caccia la svolta venne dai motori in linea Daimler-Benz costruiti su licenza – il DB 601 dall’Alfa Romeo, poi il DB 605 dalla Fiat –, che trasformarono i caccia della prima generazione, il Macchi MC.200, il Fiat G.50 e il Reggiane Re.2000, in successori «pari, se non superiori, alla maggior parte dei loro avversari britannici e americani» [p. 264].
Ma i tempi dell’industria pesarono: l’MC.202 non era disponibile nel giugno 1940 ed entrò in servizio soltanto nel 1941. Della generazione successiva, spinta dal DB 605, il Fiat G.55 prevalse in prove di combattimento simulato sia sul Bf 109 sia sul Fw 190, tanto che i tedeschi proposero di costruirne 6.000 esemplari in Italia e in Germania.
Il potenziale del settore era del resto evidente già prima della guerra. Nel luglio 1939 l’Italia deteneva trentatré degli ottantaquattro primati mondiali riconosciuti dalla Fédération Aéronautique Internationale, contro i due della Gran Bretagna; tra il 1937 e il 1943 esportò materiale aeronautico per oltre 4,1 miliardi di lire verso trentanove paesi, compresi 600 aerei e 200 motori venduti alla Francia.
Ne emerge il ritratto di un’industria vitale e competitiva, lontanissima dall’immagine di arretratezza veicolata dalla vulgata; ma anche, ed è il cuore della contraddizione, di un’industria eccellente nei prototipi e fragile nella produzione di serie.
Uomini e materiali nella guerra corazzata
Il capitolo 8, Building an Armored Force, è la dimostrazione più compiuta della tesi del libro. Sadkovich lo apre con un confronto. Il contrattacco britannico di Arras del 21 maggio 1940, quando i carri Matilda travolsero le posizioni tedesche, potrebbe essere comparato all’attacco a Sidi el Barrani del dicembre successivo, dal quale si differenzia per due aspetti : gli italiani «non scapparono, rimasero ai loro pezzi e distrussero diversi carri britannici»; e nessuno ha mai usato l’episodio di Arras per sostenere l’incompetenza tedesca, come invece si è fatto per l’Italia [pp. 328-329].
Le testimonianze britanniche lo confermano. Secondo il generale Giffard Le Quesne Martel, a Sidi el Barrani gli attaccanti incontrarono «un fuoco molto intenso» e il nemico «combatté bene», anzi «valorosamente»; gli artiglieri italiani tiravano «con precisione e intensità», ma i loro proiettili non perforavano la corazza del Matilda, che «dominò il campo di battaglia». Eppure, secondo lo storico Correlli Barnett, dei cinquantadue carri impegnati solo otto erano ancora efficienti a sera [p. 329].
Il problema, insomma, non era concettuale. Già nel 1939 l’esercito disponeva di una dottrina organica per le forze corazzate e nel 1940 schierava tre divisioni corazzate e due motorizzate: «nel 1940, quando gli italiani furono sconfitti, avevano una dottrina d’impiego dei carri armati; quando i britannici usarono i carri da fanteria per travolgere le posizioni tedesche e italiane in Francia e in Egitto, non ne avevano alcuna» [p. 329]. Carri leggeri e autoblindo per la ricognizione, carri medi e artiglieria per sfondare le linee, divisioni celeri per sfruttare la breccia: «the doctrine was sound», la dottrina era valida, «ma agli italiani mancava l’equipaggiamento per attuarla» [p. 340].
Quanto all’«angustia intellettuale atavica» che Knox attribuisce agli ufficiali italiani [pp. 130 e 347], Sadkovich ricorda che, secondo lo storico britannico Albert Seaton, anche la nascita delle truppe mobili e corazzate tedesche fu «tutt’altro che lineare», perché il ministero della Difesa e l’alto comando non avevano affatto chiaro che cosa stessero cercando di fare [p. 130]. Italiani e tedeschi seguirono anzi percorsi paralleli: entrambi derivarono il primo carro leggero dal britannico Carden-Loyd, e le loro divisioni corazzate avevano una struttura simile.
Quanto ai mezzi, l’autoblindo AB 41 era superiore alle omologhe britanniche, ma entrò in azione soltanto nell’autunno 1941. Il cannone da 90/53 fu giudicato dai tecnici statunitensi dell’Aberdeen Proving Ground «pari» al Flak 18 tedesco da 88/56, lo stesso «88» elevato a mito dalla memorialistica anglosassone; nel giugno 1942, sull’Aslagh Ridge, i 90/53 dell’Ariete colpirono i carri britannici da distanze tali che gli inglesi credettero di avere di fronte gli 88 tedeschi [pp. 128 e 383].
Il 47/32 era definito da Enrico Serra – cannoniere nella divisione «Ariete» – «un gioiellino», rapido da caricare e da puntare [p. 383]. Inoltre, grazie all’addestramento iniziato nel 1937 sul «fuoco da manovra» (il tiro diretto contro i carri), gli artiglieri italiani avrebbero anticipato quella tattica che, secondo Ceva, ispirò il Pakfront tedesco [p. 379].
Il giudizio conclusivo del capitolo è netto: se le divisioni corazzate italiane furono meno efficaci di quelle tedesche, fu «in gran parte perché non erano equipaggiate quanto i loro alleati» [p. 369]; e se gli italiani erano di solito in svantaggio quanto a materiali, «la loro dottrina corazzata era valida, come lo era il loro impiego di mezzi corazzati concentrati e di artiglieria mobile» [p. 383].
Il costo di una resistenza oltre il limite
Il capitolo 9, che chiude il volume, misura il costo umano ed economico della vittoria del 1918 e della sconfitta del 1943, e mostra come in entrambi i conflitti l’Italia abbia pagato un prezzo altissimo per gli stessi limiti strutturali: la scarsità di materie prime e la dipendenza dalle importazioni. Con una differenza decisiva, già emersa nei capitoli economici: nel 1915-1918 il paese poteva contare sugli Alleati, nel 1940 era solo.
Da qui il dato forse più eloquente del libro. Nel giugno 1940 gli esperti americani e il Council on Foreign Relations prevedevano il crollo italiano entro tre mesi; l’Italia resistette invece trentanove mesi, con un sostegno tedesco che Sadkovich giudica scarso e discontinuo. Per l’autore è la smentita più netta della tesi dell’incompetenza cronica: un paese povero di risorse aveva retto ben oltre i suoi limiti materiali.
Il conto finale fu tuttavia pesantissimo: 444.523 tra morti e dispersi, militari e civili, sull’intero arco del conflitto, e una produzione bellica ferma a circa un quinto di quella complessiva dell’Asse.
Considerazioni conclusive
Fascist Italy at War è un’opera ambiziosa e intellettualmente coraggiosa. Il suo merito principale sta nella saldatura costante tra argomento storiografico e dato quantitativo: raramente un’affermazione polemica resta priva del sostegno di un rapporto d’archivio, di una statistica o di una delle settantaquattro tavole comparative – sulla produzione di carri, cannoni anticarro e aerei – che misurano le forze belligeranti con lo stesso metro. È questo metodo a consentire a Sadkovich di smontare l’accusa di incompetenza cronica senza mai scivolare nell’apologia patriottarda caratteristica di certa pubblicistica italiana.
Realpolitik e ideologia
Si potrebbe obiettare che la contrapposizione tra Realpolitik e ideologia sia troppo netta. Lo stesso Sadkovich, del resto, fa proprio il ritratto di Mussolini tracciato da Renzo De Felice: un uomo che visse la non belligeranza come un’umiliazione personale, geloso di Hitler, convinto di avere la «missione» di espandere l’impero e deciso a preservare il proprio onore e quello del paese; che vedeva nel comando delle forze armate una fonte di gloria e il mezzo per porsi alla pari del Führer [p. 170]; e che già nel promemoria del 31 marzo 1940 aveva prospettato l’intervento come la via per fare dell’Italia una «potenza mondiale» [p. 158].
Orgoglio e rivalità con Hitler, tuttavia, condizionarono la decisione senza determinarla, ed è la stessa ricostruzione geopolitica del volume a ridimensionarne il peso. Mussolini, osserva Sadkovich, si sarebbe accontentato di una pace negoziata che tutelasse gli interessi italiani [p. 170], e De Felice stesso concluse che alla fine il Duce non aveva alternativa [p. 172]. Quando entrò in guerra per salvare «il suo onore, il suo impero, la sua sfera d’influenza e il suo futuro» [p. 173], l’onore era una componente del calcolo politico, non il suo movente.
Si può anzi aggiungere che nella tradizione realista il prestigio è una categoria della politica di potenza, e non il suo contrario [3]. In questa prospettiva. l’alternativa tra calcolo e orgoglio perde gran parte della sua nettezza,, poiché la ricerca del prestigio risponde a una precisa logica strategica.
Due zone d’ombra: la flotta e i comandi
Sorprende anzitutto lo spazio marginale che proprio lo storico della Regia Marina riserva alla flotta. Il libro dedica capitoli autonomi all’aviazione e alle forze corazzate, ma non alla Marina, che compare soltanto in passaggi sparsi, per quanto eloquenti: l’avvertimento dell’ammiraglio Cavagnari che gli inglesi, da Gibilterra e da Alessandria, avrebbero potuto confinarla nel Mediterraneo centrale [p. 163]; il giudizio della storia ufficiale britannica, secondo cui nel 1940 la chiusura del Mediterraneo al traffico inglese fu per gli italiani «un importante successo strategico» [p. 143]; le carenze di radar, sonar e contraerea di bordo [pp. 255 e 278]; la nafta, di cui la flotta consumò metà delle riserve nei primi sette mesi di guerra [p. 196].
Eppure è proprio sul mare che la geopolitica mediterranea e la scarsità di materie prime si saldavano nel modo più evidente: un capitolo sulla Marina avrebbe offerto alla tesi del libro la verifica forse più stringente.
Un’altra zona d’ombra riguarda i comandi militari. Non si tratta di una svista, ma di una scelta dichiarata: gli «uomini» del sottotitolo, avverte l’autore, indicano la forza demografica di un paese, non chi lo guidò in guerra [p. 13]. E tra i fattori che decisero le sorti del conflitto in Africa settentrionale (la logistica, gli uomini e i materiali impiegati, le informazioni e la «pura fortuna») [p. 18], gli stati maggiori non compaiono. I generali appaiono così più come decisori vincolati dalla scarsità di mezzi che come responsabili da sottoporre a giudizio.
Le critiche esplicite, infatti, sono rare: l’errore di Badoglio e Soddu, che mandarono in Albania gli M13/40 necessari in Libia [p. 236]; la lentezza dello stesso Badoglio nel cogliere il potenziale delle grandi unità corazzate [p. 346]; lo scetticismo con cui l’autore liquida le «mitiche» quindici divisioni meccanizzate di Baistrocchi [p. 385]. Graziani, Pariani e Cavallero sono invece per lo più difesi dalle accuse di Knox, Ceva e Curami [pp. 237, 330 e 347], mentre il giudizio più severo tocca, significativamente, a un tedesco: Rommel, che non seppe comprendere punti di forza e debolezze delle sue unità italiane [p. 385].
È una scelta coerente con la tesi, ma ha il suo rovescio: se tutto si spiega con la penuria di mezzi, le decisioni operative dei comandi restano in larga parte sottratte all’analisi. E non è un limite da poco, perché è proprio quando i mezzi scarseggiano che si misura la qualità di chi comanda: dove impiegarli, quando concentrarli, a che cosa rinunciare. Lo conferma, nello stesso libro, la decisione di Badoglio e Soddu di dirottare in Albania gli M13/40 di cui la Libia aveva bisogno.
Una questione di tono
Qualche riserva riguarda anche la forma. La vis polemica, legittima sul piano scientifico, assume a tratti nei confronti di Knox, Bosworth, Gooch e Mallett il tono della rivalsa personale più che del disaccordo metodologico, e in alcuni casi va a scapito della lucidità dell’analisi. La struttura enciclopedica, con il continuo passaggio dalle materie prime alla dottrina, dalla produzione industriale alla storiografia, può inoltre affaticare il lettore non specialista e disperdere la forza dei singoli argomenti.
Nessuno di questi limiti intacca la tesi di fondo. Sadkovich non scrive per assolvere l’Italia fascista né per riabilitarne la memoria, ma per indagare le ragioni profonde del suo ingresso in guerra e della sua sconfitta. Così facendo restituisce ai soldati e agli ingegneri, ai piloti e agli operai che costruirono e impiegarono quei cannoni e quei caccia la dignità storica di chi perse una guerra per sproporzione di mezzi, non per difetto di carattere.
Che a Sidi el Barrani gli artiglieri italiani restassero ai loro pezzi, sparando «con precisione e intensità» e «valorosamente» contro carri che i loro proiettili non potevano perforare [p. 329], è la sintesi morale e storiografica dell’intero volume.
Mancarono i materiali, non il coraggio.
Note
[1] James J. Sadkovich, Fascist Italy at War: Men and Materiel, Brill, Leiden-Boston, 2025 (collana «History of Warfare», vol. 151).
[2] Sul punto si veda Eugenio Di Rienzo, L’ora delle decisioni irrevocabili. Come l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2024. Lo storico mostra come la politica estera fascista – lontana dall’essere mossa da un’automatica adesione ideologica o da un presunto «destino comune» con il Terzo Reich – rispondesse a una logica di geopolitica mediterranea radicata e consolidata, manifesta fin dalla guerra d’Etiopia. Per Roma il Mediterraneo era lo «spazio vitale» da contrapporre all’idea britannica dell’«arteria imperiale» e del «lago britannico». La strategia mussoliniana mirava a spezzare la «servitù marittima» e l’isolamento imposti dal controllo anglo-francese sugli stretti di accesso agli oceani, usando cinicamente la Germania nazista come «forza sovvertitrice» per forzare il riequilibrio della Mediterranean balance of power. Cfr. anche Emilio Gin, L’ora segnata dal destino. Gli Alleati e Mussolini da Monaco all’intervento. Settembre 1938 – giugno 1940, Nuova Cultura, Roma, 2012.
[3] Cfr. Hans J. Morgenthau, Politics Among Nations. The Struggle for Power and Peace, Alfred A. Knopf, New York, 1948; trad. it. Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, a cura di Luigi Bonanate, il Mulino, Bologna, 1997.

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