La Groenlandia senza possederla
Per quasi due anni la politica americana verso la Groenlandia è stata presentata nel dibattito pubblico e mediatico soprattutto attraverso la lente sensazionalistica dell’ipotesi di un’acquisizione territoriale da parte degli Stati Uniti. L’accordo trilaterale firmato il 22 settembre 2026 da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia suggerisce però una lettura strategica profondamente differente1. Il testo, infatti, non trasferisce la sovranità dell’isola a Washington, ma amplia e rende permanente la possibilità di presenza militare statunitense, istituzionalizza l’espansione delle Defense Areas2, limita la presenza militare di Stati non NATO e introduce rigidi meccanismi di controllo sugli investimenti stranieri nei settori sensibili3.
Il risultato può quindi essere interpretato come il tentativo – e in buona parte il successo – di ottenere il valore strategico della Groenlandia senza assumerne la gravosa responsabilità territoriale. Ma ciò non consente ancora di concludere automaticamente che la strategia coercitiva adottata dall’amministrazione Trump sia stata necessaria o efficiente: gran parte dei diritti americani affonda infatti le proprie radici storiche nell’accordo di difesa del 19514. Il caso groenlandese offre così un laboratorio di eccezionale interesse per l’analisi teorica e pratica del rapporto tra ends, ways and means5, coercizione diplomatica, teoria dei giochi e controllo strategico indiretto.
La domanda che ha dominato la narrazione pubblica sulla Groenlandia è stata apparentemente semplice: Trump è riuscito a prendere la Groenlandia? La risposta, allo stato attuale, è altrettanto lineare: no. L’accordo firmato a New York il 22 settembre 2026 da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia non trasferisce la sovranità dell’isola agli Stati Uniti; al contrario, riafferma formalmente il quadro della sovranità danese e il diritto della Groenlandia all’autodeterminazione, rimanendo peraltro subordinato al completamento delle necessarie procedure parlamentari da parte di Danimarca e Groenlandia. Tuttavia, questa impostazione rischia di essere la meno interessante dal punto di vista rigorosamente strategico.
Una domanda ben più utile riguarda piuttosto la misura in cui sia necessario possedere un territorio per controllarne appieno il valore strategico. Si tratta di una distinzione tutt’altro che accademica, poiché possedere, controllare e poter utilizzare un territorio non coincidono necessariamente.
La posizione geografica della Groenlandia consente di sorvegliare gli accessi artici e nordatlantici, di sostenere attività spaziali e di early warning, di contribuire alla difesa del continente nordamericano e di condizionare l’accessibilità dell’Artico ai competitori strategici degli Stati Uniti. Per Washington, dunque, il problema essenziale potrebbe non essere mai stato la proprietà dell’isola in quanto tale, bensì la garanzia che essa rimanesse strategicamente utilizzabile dagli Stati Uniti e strategicamente indisponibile ai loro concorrenti. Se questa fosse stata la finalità sostanziale, il risultato del settembre 2026 appare assai più pregnante di una semplice mancata annessione.
Per comprendere il reale valore di questo accordo bisogna innanzitutto evitare l’errore di immaginare che gli Stati Uniti siano entrati nella partita groenlandese partendo da un foglio bianco. L’accordo di difesa del 27 aprile 1951 aveva già creato un regime estremamente favorevole alla presenza militare statunitense, consentendo di istituire Defense Areas, costruire infrastrutture, installare equipaggiamenti, stazionare personale e assicurare ampi diritti di movimento, sorvolo e atterraggio.
La Groenlandia era dunque già, durante la Guerra Fredda, una componente essenziale del dispositivo strategico nordamericano, prima che i decenni successivi – inclusi gli aggiustamenti del 20046 che ridussero la presenza alla sola base di Pituffik7 – segnassero una progressiva contrazione della visibilità operativa americana. Il punto di partenza del 2026 vedeva quindi Washington in possesso di un accesso militare privilegiato ma fortemente contratto. È rispetto a questa baseline che va misurato il risultato odierno, analizzandolo attraverso la classica relazione tra ends, ways and means.
L’obiettivo dichiarato da Trump è apparso per lungo tempo ambizioso e massimalista, mirando all’acquisizione o al controllo politico complessivo dell’isola. Il risultato negoziale si è rivelato invece più circoscritto ma altamente funzionale: modernizzare Pituffik Space Base, stabilire nuove Defense Areas a Narsarsuaq e Mestersvig, garantire diritti di accesso marittimo e subacqueo e, soprattutto, blindare lo spazio geopolitico groenlandese attraverso il divieto per gli Stati non NATO di stabilire installazioni militari o una presenza persistente, affiancato da rigorose restrizioni sugli investimenti stranieri nelle infrastrutture critiche e nell’estrazione di risorse. La logica sottostante si riassume efficacemente nella formula: accesso americano, presenza rafforzata, capacità di espansione e negazione assoluta dell’accesso ai concorrenti.
Il confronto con il 1951 permette così di isolare il guadagno marginale americano del 2026, che si muove lungo quattro direttrici: accesso, presenza, negazione e permanenza. L’accordo non ha scadenza e prevede che, in caso di futura indipendenza della Groenlandia, il nuovo Stato debba ereditare l’insieme degli obblighi di difesa e rimanere ancorato alla NATO. In questo modo Washington svincola la continuità della propria postura strategica dall’evoluzione dello status politico dell’isola, subordinando la domanda “di chi sarà la Groenlandia?” a quella ben più rilevante su quale debba essere il regime strategico dell’area. Si compie così il passaggio concettuale dal controllo territoriale al controllo strategico: quest’ultimo, ottenuto attraverso una combinazione di accesso, infrastrutture, accordi e interdizione dei competitori, si rivela sufficiente a soddisfare gli interessi vitali americani senza addossarsi i costi amministrativi, politici ed economici della sovranità formale.
Questa dinamica riflette la logica della coercizione e della teoria dei giochi, richiamando gli insegnamenti di Thomas Schelling sulla forza militare e diplomatica come strumento di bargaining power8, e di Alexander George sulla diplomazia coercitiva9. Se Washington avesse avviato un negoziato ordinario chiedendo semplicemente di ampliare Pituffik e di ottenere garanzie contro la penetrazione cinese e russa, Copenaghen avrebbe potuto trattare la richiesta all’interno della normale dialettica tra alleati. La domanda pubblica di acquisizione territoriale ha invece alterato lo spazio delle alternative, spingendo il punto focale del confronto ben oltre lo status quo. Naturalmente, ciò non autorizza a concludere semplicisticamente che si sia trattato di un mero bluff: è perfettamente verosimile che una strategia di questo tipo persegua simultaneamente un obiettivo massimo dichiarato e un obiettivo minimo negoziabile, sfruttando l’ambiguità come leva contrattuale. Ciononostante, il nodo analitico centrale risiede nel vaglio dell’efficienza, se sul piano dell’output strategico gli Stati Uniti hanno conseguito un indiscutibile successo, non è altrettanto evidente che la pressione coercitiva fosse l’unico mezzo – o il più efficiente – per ottenerlo, considerando che la forte polarizzazione diplomatica ha trasformato una questione di comune sicurezza artica in una crisi temporanea della fiducia transatlantica e dei rapporti con gli alleati nordici.
La Groenlandia consegna così una lezione di portata generale sulla strategia contemporanea: nel XXI secolo il valore di uno spazio geostrategico non coincide necessariamente con la sua proprietà giuridica. Ottenere la disponibilità funzionale di un territorio senza assumersene l’onere della gestione politica e amministrativa rappresenta una forma di controllo indiretto estremamente redditizia.
L’accordo dimostra che gli Stati Uniti non avevano bisogno di annettere l’isola per blindare i propri interessi nell’Artico; e se il giudizio definitivo sulla strategia adottata richiederà di misurare l’effettiva attuazione delle nuove Defense Areas e il ritorno sull’investimento diplomatico compiuto, resta il fatto che la vera partita non si giocava sul possesso della terra, ma sul dominio dello spazio strategico. Una distinzione tutt’altro che semantica, destinata a segnare le future dottrine di proiezione della potenza nei teatri periferici e contesi.
1 Cfr. Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Kingdom of Denmark together with the Government of Greenland to Amend and Supplement the Agreement of 27 April 1951, New York, 22 settembre 2026. Disponibile su: https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2026/09/agreement-between-the-government-of-the-united-states-of-america-and-the-government-of-the-kingdom-of-denmark-together-with-the-government-of-greenland-to-amend-and-supplement-the-agreement-of-27-apri/
2 Defense Areas. Termine storico-giuridico introdotto con l’Accordo di difesa del 1951. Definisce le aree del territorio groenlandese designate per l’uso esclusivo o congiunto da parte delle forze armate statunitensi, all’interno delle quali Washington esercita autorità operativa, di controllo e di costruzione infrastrutturale.
3 Screening degli investimenti (e Golden Dome). Meccanismo di verifica e controllo preventivo dello Stato sugli investimenti esteri in settori ritenuti di rilevanza strategica o di sicurezza nazionale (infrastrutture critiche, telecomunicazioni, estrazione di minerali rari), volto a impedire la penetrazione economico-politica di potenze concorrenti.
4 Cfr. Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Kingdom of Denmark concerning the Defense of Greenland, Washington, 27 aprile 1951. Disponibile su: https://avalon.law.yale.edu/20th_century/den001.asp
5 Ends, Ways and Means. Triade concettuale classica della dottrina e del pensiero strategico militare. Gli Ends rappresentano gli obiettivi politici o strategici finali; i Ways i metodi, i concetti operativi o le strategie adottate; i Means le risorse (militari, economiche, diplomatiche) impiegate per raggiungerli.
6 Cfr. Agreement to Amend and Supplement the 1951 Defense Agreement, Igaliku, 6 agosto 2004. Disponibile su: https://www.state.gov/wp-content/uploads/2019/02/04-806-Denmark-Defense.done_.pdf
7 Pituffik Space Base (ex Thule Air Base). Situata nell’ovest della Groenlandia, è la base più settentrionale delle forze armate statunitensi. Ridenominata Pituffik Space Base nel 2023 sotto la US Space Force, ospita radar di rilevamento precoce per la difesa missilistica balistica (early warning) e il tracciamento satellitare.
8 Bargaining strategy e Diplomacy of violence. Concetti sviluppati dall’economista e politologo Thomas Schelling (1921-2016, premio Nobel 2005). La bargaining strategy (strategia di contrattazione) considera l’uso o la minaccia della forza non solo per distruggere il nemico, ma come leva negoziale per influenzarne le decisioni. La diplomacy of violence analizza come il potere coercitivo funzioni plasmandone le aspettative prima del ricorso effettivo al conflitto.
9 Coercive diplomacy (diplomazia coercitiva). Teoria formulata da Alexander L. George (1920-2006) che definisce una strategia difensiva volta a far cessare o invertire un’azione aggressiva dell’avversario tramite la minaccia credibile della forza, combinata con una comunicazione chiara, obiettivi limitati e l’offerta di un’uscita negoziale accettabile per la controparte.
Fonti e riferimenti essenziali (non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
- Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Kingdom of Denmark concerning the Defense of Greenland, Washington, 27 aprile 1951.
- Agreement to Amend and Supplement the 1951 Defense Agreement, Igaliku, 6 agosto 2004.
- Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Kingdom of Denmark together with the Government of Greenland to Amend and Supplement the Agreement of 27 April 1951, New York, 22 settembre 2026.
- U.S. Department of State, Agreement to Amend and Supplement the 1951 Agreement on the Defense of Greenland, 2004.
- Ministry of Foreign Affairs of Denmark, Joint agreement on defense and security in the Arctic, 22 settembre 2026.
- Freedman, L. (1998), Strategic Coercion: Concepts and Cases, Oxford University Press.
- George, A. L. (1991), Forceful Persuasion: Coercive Diplomacy as an Alternative to War, United States Institute of Peace Press.
- George, A. L. (1994). The Limits of Coercive Diplomacy, a cura di Simons, W. E., Westview Press.
- Levy, J. S. (2008), “Deterrence and Coercive Diplomacy: The Contributions of Alexander George”, in Political Psychology, vol. 29, n. 4, 2008, pp. 537–552.
- Schelling, T. C. (1966), Arms and Influence, Yale University Press.
- Womack, B. (2025), “Contra Schelling: The Trap of Coercive Strategy in a Multinodal Era”, in Perspectives on Politics.
- Atlantic Council, Three things to know about Trump’s Greenland deal, 23 settembre 2026.
- Chatham House, Denmark’s Greenland deal with Trump is a victory for diplomacy over bullying, 24 settembre 2026.
- Council on Foreign Relations, The U.S., Denmark, and Greenland Reached a Security Deal. Here’s What to Know, 29 settembre 2026.
- House of Commons Library, The new US–Denmark–Greenland agreement, 29 settembre 2026.
- Reuters, What is in the US-Greenland-Denmark security deal?, 22 settembre 2026.
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